GLOBALIZZAZIONE: Le proteste tornano a preoccupare l’Italia

ROMA, 17 marzo (IPS) – ”Come madre e come cittadina italiana, Genova e il summit del G8 sono ancora una ferita aperta per me”, spiega Enrica Bartesaghi, la cui figlia è stata arrestata durante le proteste del luglio 2001

”Mia figlia, allora ventunenne, era nella scuola Diaz”, continua. “E’ stata picchiata dalla polizia, arrestata, portata all’ospedale e poi nella caserma Bolzaneto, dove è sparita per due giorni. Là è stata minacciata e torturata dalla polizia”.

Bartesaghi è presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova, nato nel 2002 da un gruppo di vittime, giornalisti, medici e sindacalisti che chiedono una ricostruzione accurata delle proteste contro il summit e della repressione dei manifestanti.

Il summit del G8 si è riunito a Genova dal 19 al 21 luglio. Il G8 riunisce i sette paesi più ricchi del mondo, che sono Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Canada e Giappone (il G7) più la Russia.

Ora quelle tre confuse giornate rivivranno nei tribunali.

Il centro della città dove aveva luogo il summit era circondato da una “zona rossa” custodita da circa 19.000 poliziotti.

Nel secondo giorno del summit, i dimostranti hanno cercato senza successo di rompere la “linea rossa”. Nelle violenze il ventitreenne Carlo Giuliani è stato ucciso dalla pistola del ventunenne Mario Placanica, che stava facendo il servizio militare nei Carabinieri.

Il giorno seguente, di sabato, più di 300.000 persone hanno partecipato alla manifestazione pacifica indetta dal Genova Social Forum (GSF). “Voi G8, noi 6 miliardi” era lo slogan.

Ma il corteo è stato spezzato e 72 persone arrestate. La polizia “ha aggredito indiscriminatamente i manifestanti, i giornalisti e il personale medico che stavano lavorando e che erano chiaramente identificabili come tali”, ha dichiarato in seguito Amnesty International.

Durante la notte, nelle prime ore della domenica, la polizia ha fatto irruzione nella scuola Diaz, sede del GSF e del media center. Novantatre persone, molte delle quali stavano dormendo, sono state picchiate e arrestate, hanno dichiarato i testimoni. Circa 20 persone sono state portate fuori dall’edificio in barella ancora dentro i sacchi a pelo. Sessantadue hanno dovuto ricorrere alle cure mediche in ospedale.

I poliziotti che sono entrati nell’edificio hanno dichiarato di avere trovato due bottiglie Molotov e una serie di “possibili armi”. Tutti i novantatre arrestati sono stati accusati di associazione a fini sovversivi, resistenza a pubblico ufficiale e possesso d’armi.

La polizia ha in seguito ammesso che le Molotov erano state portate dentro l’edificio dagli stessi poliziotti. Le “possibili armi” comprendevano un coltello da campeggio e altri oggetti inoffensivi. Una serie di processi ha fatto rivivere questi ricordi. Tre processi hanno fatto seguito alle manifestazioni: sulla morte di Giuliani, contro i dimostranti per i disordini e per avere causato danni alla città, e un terzo contro le forze dell’ordine per gli attacchi ai manifestanti.

Il processo sulla morte di Giuliani non comincerà mai. Mario Placanica che ha colpito a morte Carlo Giuliani è stato scagionato lo scorso maggio: la corte ha stabilito che una pietra tirata dai manifestanti avrebbe deviato il proiettile. A Placanica è stata riconosciuta la legittima difesa.

”Non volevamo la condanna, ma la verità”, ha dichiarato il padre di Carlo, Giuliano Giuliani.”Con l’archiviazione del caso, sospettiamo che si stia cercando di nascondere la verità”.

Nel processo contro le forze dell’ordine, 47 ufficiali di polizia che erano a Bolzaneto dove la maggior parte dei dimostranti sono stati portati dopo l’arresto, sono accusati di tortura.

Il 3 marzo altri 29 poliziotti che avevano preso parte al raid alla scuola Diaz sono stati accusati di falsa testimonianza, diffamazione, abuso d’ufficio e lesioni aggravate. Questo gruppo è stato accusato di aver messo nella scuola le bottiglie Molotov. Tra di loro il capo dell’antiterrorismo Francesco Gratteri e il capo della celere di Roma Vincenzo Canterini.

Ma anche i dimostranti sono saliti sul banco degli imputati. Il processo contro 26 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio è cominciato il 2 marzo. Furono arrestati in seguito ai danni negli edifici cittadini, banche e negozi. Se dichiarati colpevoli, potrebbero dover trascorrere tra gli 8 e i 15 anni in carcere.

Dal dicembre 2002 sono stati sottoposti a severe restrizioni. Uno di loro, Francesco Puglisi, ha trascorso più di un anno in carcere.

I dimostranti sono difesi dai legali del Genova Legal Forum che si era costituito prima del summit del G8 per far fronte alle conseguenze legali delle proteste e degli strascichi giudiziari.

”L’accusa di devastazione e saccheggio è stata usata in Italia sono in seguito ai bombardamenti in tempo di Guerra”, spiega Laura Tartarini del Genova Legal Forum. ”In questo caso, è stato esteso a coloro che hanno avuto un qualche legame con le proteste secondo il principio della compartecipazione psichica. Se questa è l’accusa, non ci sono 26 colpevoli ma 300.000”.

Il Comitato Verità e Giustizia per Genova supportato dal Genova Legal Forum teme che gli attivisti possano essere il capro espiatorio dell’intero movimento. 3.000 persone hanno manifestato fuori dal tribunale di Genova all’inizio di marzo contro il processo.

Il Comune di Genova aveva chiesto di costituirsi parte civile nel processo contro i manifestanti. In polemica con il Consiglio Comunale del sindaco DS Giuseppe Pericu, il gruppo consigliare di Rifondazione Comunista ha rassegnato le dimissioni. In seguito il tribunale di Genova ha rigettato la richiesta del comune, in quanto i danni materiali alla città sarebbero già stati risarciti dai fondi governativi.

”Genova è la capitale europea della cultura per il 2004, ma non la capitale dei diritti civili”, ha dichiarato il Comitato.

”Nelle celebrazioni non c’è nessun riferimento a quello che è avvenuto nel luglio del 2001, e nessuno spazio per riflettere sui diritti civili in Europa”, lamenta Bartesaghi. ”Abbiamo chiesto al sindaco di dare un’opportunità per riappacificarsi con la città a coloro che hanno sofferto la repressione, ma non abbiamo ancora avuto risposta”.

Il comitato ha chiesto una commissione d’inchiesta parlamentare che si faccia carico di una inchiesta comprensiva sugli incidenti.