MONTEVIDEO, 14 ott (IPS) – L’America Latina, regione che presenta le maggiori differenze tra ricchi e poveri, vede sempre più ridursi l’appoggio della cooperazione internazionale ed europea in particolare. E ciò mentre i mercati del Nord industrializzato restano chiusi a molti dei prodotti latinoamericani e la povertà colpisce il 44% dei 505 milioni d’abitanti del territorio.
Anche per questo, le rimesse che i lavoratori emigrati al Nord rimandano al loro paese d’origine sono diventate una fonte di reddito che supera di molto i fondi della cooperazione.
La zona che più risente del calo degli aiuti internazionali è l’America Centrale, dove più della metà della popolazione è povera e i principali prodotti d’esportazione – come il caffè – assistono ad uno storico crollo dei prezzi.
Secondo Cecilia Cortés, direttrice della Fondazione locale per la Pace e la democrazia, gli aiuti all’istmo centroamericano si sono ridotti dal 40 al 50% negli ultimi dieci anni.
Questo taglio drastico è dovuto alla fine dei conflitti armati in diversi paesi (come Nicaragua, El Salvador e Guatemala, al termine degli anni ’80); alla fine della Guerra Fredda; e all’emergere di nuove aree di attenzione, come i paesi sorti a seguito dei conflitti armati di secessione nella ex-Yugoslavia.
La cooperazione dell’Unione europea verso l’America centrale sarà di 74,5 milioni di euro nel periodo 2000-2006.
Le priorità europee indicano che il 60% è destinato al rafforzamento di “politiche comuni e al consolidamento delle istituzioni comunitarie”.
Il 30% andrà ad alleviare gli effetti dei disastri naturali – come l’uragano Mitch, che devastò Honduras e Nicaragua nel 1998 o i gravi terremoti del 2002 nel Salvador – mentre il restante 10% andrà a progetti legati alla società civile.
Dall’altra parte, l’assistenza internazionale – e in particolare quella dell’UE – è praticamente inesistente per paesi come Argentina, Brasile, Cile, Messico o Venezuela.
Con la fine della Guerra Fredda sono diminuiti gli aiuti allo sviluppo che, per motivi ideologici, erano rivolti a frenare la presunta avanzata del comunismo, secondo l’opinione di un diplomatico brasiliano che non ha voluto rivelare il nome.
Al Brasile non è destinata nessuna assistenza, e grazie alla “cooperazione tecnica” bilaterale riceve circa 100 milioni di dollari l’anno; di questi, nel 2002, il Giappone ha contribuito per 53 milioni e l’UE per 41 milioni.
A livello locale, con la “cooperazione tecnica” non entra denaro dal momento che gran parte è riservata alle retribuzioni di tecnici stranieri o alle borse di studio all’estero. “Il budget di ogni progetto rimane di solito in parte o totalmente all’estero”, ha assicurato la fonte diplomatica.
In tal senso, Mauricio Mendonça, direttore per la cooperazione e lo sviluppo dell’Istituto statale di Ricerca economica applicata, ha dichiarato all’IPS che “ci sono stati casi di progetti destinati solamente a pagare i tecnici dei paesi ricchi per dirci cosa dobbiamo fare qui”.
Ciò che maggiormente interessa il Brasile è la cooperazione scientifica e tecnologica che però non è mai stato un punto forte dei paesi con cui esso è in relazione, come il Portogallo o la Spagna.
Quanto alla ricerca, “il Brasile supera la Cina, l’India e il Sud Africa” e offre costi minori rispetto all’Europa, un ambiente molto diversificato biologicamente e lo sviluppo nella medicina e le biotecnologie.
Tra il 1992 e il 2000, il Venezuela – dove il 45% dei 25 milioni di abitanti è povero, pur essendo uno dei principali esportatori mondiali di petrolio – ha ricevuto appena 96,5 milioni di euro dall’Ue, per programmi di educazione, salute, ambiente, diritti umani e lotta contro la povertà.
Anche il Messico riceve appena 34 milioni di dollari in aiuti per lo sviluppo, di cui 12,2 milioni dagli Stati Uniti e 11 milioni dall’Ue.
Germán De la Reza, esperto in commercio e cooperazione, ha spiegato all’IPS che quest’intervento “è insignificante, se messo a confronto con le esportazioni del Paese”, che equivalgono a 160.000 milioni di dollari.
“Il Messico non appartiene più alla categoria dei paesi poveri”, ha affermato il ministro Jorge Castañeda; “tra quattro o cinque anni dovrà devolvere aiuti allo sviluppo, invece che riceverli”. Tuttavia, il 60% dei 100 milioni d’abitanti del Messico vive in situazione di povertà.
Per quanto riguarda l’Argentina, dove i poveri sono già il 52% della popolazione – di 38 milioni di abitanti – l’UE fornirà aiuti per 65,7 milioni di euro per il periodo 2000-2006.
Per di più, gli accordi di cooperazione tecnica del Giappone con l’Argentina (di circa 20 milioni di dollari l’anno) non prevedono “esborsi in denaro ma seminari, viaggi di tecnici e vincitori di borse di studio, ecc.”, ha precisato all’IPS Antonio Rivolta, membro della Direzione di Cooperazione Internazionale del ministero argentino.
D’altra parte, il blocco europeo sostiene un programma di cooperazione di 20 milioni di dollari con l’Uruguay per il periodo 2000-2006. E tra il 1991 e il 2003, l’Ue ha fornito al Paraguay circa 100 milioni di euro.
“La cooperazione dell’UE in Paraguay è assai inefficiente”, ha dichiarato all’IPS Sergio Britos, capo economista dell’impresa di consulenza PriceWaterhouseCoopers. “In generale, si sovrappone nei suoi obiettivi e persino nei finanziamenti a progetti che contano già su altri organismi esterni”.
“Poco più del 50% degli aiuti ricevuti viene usato per aumentare il personale dei funzionari pubblici, e perciò non adempie il suo obiettivo”, ha assicurato Britos, che è stato membro della Direzione di Studi Economici della Banca Centrale.
LO SQUILIBRIO DELLE PREFERENZE
La domanda è: “Gli schemi commerciali preferenziali dell’Ue alleviano in qualche modo gli effetti distorti delle sue sovvenzioni agricole. La risposta è no.
Secondo Pablo Amor, a capo della delegazione comunitaria per Uruguay e Paraguay, gli aiuti servono ad attenuare le tensioni commerciali.
“Non c’è modo di mitigare l’impatto generato dall’Ue con i suoi sussidi sulle esportazioni uruguaiane”, ha replicato l’analista indipendente Marcos Algorta. “L’accesso ai mercati in un ambito di concorrenza sano è l’unica via possibile, ma ciò non si avverte né sul breve né sul lungo periodo”.
Grazie al sistema di preferenze commerciali dell’Ue con i paesi andini che combattono il narcotraffico, il Venezuela ha diritto a esportare fino all’80% dei suoi prodotti, esenti dalle tasse doganali, verso il blocco europeo.
In pratica, però, questa protezione copre solo il 40% delle vendite venezuelane all’Ue, che lo scorso anno ammontavano a 2.680 milioni di dollari.
Il Brasile, invece, risulta compromesso dagli schemi preferenziali delle grandi potenze verso i paesi poveri.
I benefici dell’Ue rivolti all’insieme delle ex-colonie europee di Asia, Carabi e Pacifico e ai paesi andini tolgono competitività ai prodotti brasiliani come lo zucchero e il caffè solubile. Lo stesso accade con le produzioni dei Caraibi e dell’America centrale, che vengono favorite per entrare far parte del mercato statunitense.
Gli effetti dei sussidi non si attenuano neanche per il Messico, nonostante l’accordo di associazione economica, di coordinamento e di cooperazione politica con l’Ue (in vigore dal 2000) che comprende solo alcuni prodotti agricoli che non entrano in conflitto.
Il Sistema di Preferenze Generalizzato dell’Ue, rinnovato fino al 2004 con l’America centrale, favorisce l’accesso ai mercati europei di prodotti agricoli, come il banano, e alcuni beni industriali.
Ma le vendite complessive di caffè e banano dell’Honduras, suoi principali prodotti d’esportazione, equivalgono alla metà delle entrate provenienti dalle rimesse nello scorso anno.
Il funzionario comunitario Amor ha garantito che l’ampliamento dell’Unione europea da 15 a 25 membri, prevista per il 2005, non aumenterà i sussidi agricoli interni né colpirà le risorse destinate alla cooperazione.
Ma l’Ue manterrà lo stesso bilancio destinato al settore agricolo, di 51.700 milioni di dollari, che successivamente dovrà essere distribuito anche tra i futuri Stati membri.
Brasilia non si aspetta niente di buono dall’ampliamento comunitario di Bruxelles e prevede una maggiore riluttanza ad abolire i sussidi agricoli del blocco e la perdita di alcune esportazioni che oggi può ancora collocare sul mercato dei futuri membri.
Secondo il messicano De la Reza, potrebbe esserci addirittura un “ri-indirizzamento” degli aiuti del blocco ai propri membri meno fortunati: questo ridurrebbe ancora di più l’assistenza all’America Latina, senza produrre alcun cambiamento nel commercio. Pessime prospettive.
SCHEDA: BEATE RIMESSE
· Circa quattro milioni di centroamericani risiedono negli Stati Uniti, la maggior parte occupati in impieghi modesti. · Quest’anno El Salvador riceverà 2 miliardi di dollari in rimesse, equivalenti al 64,5% delle sue esportazioni e al 13,5% del prodotto interno lordo. Con quest’afflusso, il paese copre tra il 70 e l’80% del suo deficit commerciale. · Lo scorso anno il Nicaragua ha ricevuto 700 milioni di dollari, e per il 2003 è prevista all’incirca la stessa somma. · Nel 2002, in Honduras sono entrati 700 milioni di dollari in rimesse, provenienti dai 600.000 lavoratori emigrati negli Usa, il doppio di ciò che ricava dalle vendite complessive di caffè e banano. · Il Brasile ha ricevuto 2.627 milioni di dollari nel 2002. · In Venezuela queste entrate non vengono quantificate ufficialmente, essendo un paese che accoglie lavoratori immigrati. È l’unico Stato latinoamericano che appare sulla lista della Banca Mondiale – capeggiata dagli Stati Uniti – tra le 20 fonti principali di rimesse nel mondo; è al 19° posto, sopra la Norvegia. · Gli emigrati cileni hanno mandato 181 milioni di dollari nel loro paese. · L’Uruguay, con appena 3,3 milioni di abitanti e un crescente flusso emigratorio, lo scorso anno ha ricevuto 40 milioni di dollari dai suoi lavoratori all’estero, sia in denaro sia in acquisti di alimenti via Internet. · Le rimesse dei paraguaiani dall’estero ammontavano a circa 150 milioni di dollari fino al 2001. Ma queste entrate sono scese dai 98,7 milioni del 2002 ai 24,5 milioni del 2003, a causa della svalutazione monetaria nella vicina Argentina, dove risiedono molti immigrati del Paraguay. · Le rimesse messicane sono in aumento. Nei primi sette mesi dell’anno hanno raggiunto i 7.255 milioni di dollari, il 30% in più rispetto allo stesso periodo del 2002.
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(*) Con contributi di Mario Osava (Brasile), Humberto Márquez (Venezuela), José Eduardo Mora (Costa Rica), Raúl Pierri (Uruguay), Alejandro Sciscioli (Paraguay), Gustavo González (Cile) e Marcela Valente (Argentina).

