NAZIONI UNITE, 13 marzo 2008 (IPS) – La complessa missione dell’Onu in Sudan, già menomata per la mancanza di truppe e di elicotteri, è finita nel mirino per i suoi costi straordinariamente alti.

Donne affiliate a gruppi armati nella postazione del programma ONU su disarmo, smobilitazione e reintegrazione, ad Abyei, sud Sudan.
Un Photo/Tim McKulka
Secondo Alpha Oumar Konare, presidente della Commissione dell’Unione africana, è “scandaloso” spendere 2.0 miliardi di dollari l’anno per il mantenimento di una missione congiunta Onu-Unione Africana forte di 26mila unità in Darfur (Unamid), mentre i bisogni più urgenti dell’Africa sono altrove.
Parlando ai giornalisti durante un dibattito dell’Onu sul mancato raggiungimento degli obiettivi di sviluppo in Africa, l’ex presidente del Mali ha dichiarato di essere “molto amareggiato” perché “sono state assegnate enormi somme di denaro alla prevenzione dei conflitti in Africa, che potevano essere meglio utilizzate per affrontare le sfide dello sviluppo del continente”.
L’immenso budget di Unamid, tra i più ricchi nella storia delle missioni di peacekeeping dell’Onu, era “scandaloso”, ha commentato, considerando il fatto che la chiave per risolvere il problema del Sudan “resta a noi”.
Ha ammesso tuttavia che c’è una “responsabilità africana” nella gestione dei problemi legati alla pace e alla sicurezza del continente.
”Abbiamo creato delle istituzioni e dobbiamo dar loro il potere e i mezzi per un’azione adeguata e tempestiva”, ha detto ai giornalisti lunedì.
Il mese scorso, l’ambasciatore Wang Guangya della Cina, stretto alleato del Sudan, ha detto al Consiglio di sicurezza che “povertà e arretratezza sono le cause alla radice del problema del Darfur”.
Ma la sua vera natura, ha precisato, “è legata allo sviluppo”.
Citando poi il segretario generale Ban Ki-moon, ha ribadito che “una delle cause principali del conflitto in Darfur sono le dispute sulle risorse acquifere”.
Secondo l’inviato cinese, “solo migliorando la vita della gente sul posto si potranno eliminare sostanzialmente le cause del conflitto, e migliorare lo stato della sicurezza”.
Ma per gli Stati Uniti, le uccisioni in Darfur equivalgono a un vero e proprio “genocidio”.
Secondo le stime dell’Onu, il conflitto di quattro anni nel paese ha provocato più di 200mila vittime tra i civili, e ridotto allo status di rifugiati o di sfollati oltre 2,2 milioni di persone. La nuova forza ibrida di Unamid, diventata operativa lo scorso 31 dicembre e considerata tra le missioni di peacekeeping più vaste al mondo, avrà un primo mandato di 12 mesi e incorporerà l’ex Missione dell’Unione africana in Sudan (Amis), che era in Darfur dal 2004.
Ma la stessa Amis soffriva di una carenza di truppe e di risorse finanziarie.
Intanto, il budget di 2.0 miliardi di dollari assegnato a Unamid supera gli 1,1 miliardi di dollari che le Nazioni Unite spendono ogni anno per la missione di mantenimento della pace nella Repubblica democratica del Congo, RDC (Monuc).
Delle attuali 20 missioni di peacekeeping, otto sono in Africa: Sahara occidentale, Sudan, RDC, Etiopia e Eritrea, Liberia, Costa d’Avorio, Burundi e Ciad/Repubblica Centrafricana.
Finora, Unamid ha messo insieme solo 9mila soldati, e ha pochi elicotteri e attrezzature di sostegno sul posto.
Mentre per i 53 membri dell’Unione africana Unamid dovrebbe essere responsabile soprattutto della risoluzione dei conflitti sul continente, il governo sudanese vorrebbe che le sue truppe fossero solo africane.
Il governo del Sudan ha già respinto le truppe norvegesi e svedesi, e ha espresso delle riserve su possibili unità militari dalla Tailandia e dal Nepal.
Il sottosegretario generale per le operazioni di peacekeeping Jean-Marie Guehenno ha ricordato il mese scorso che nell’adottare la risoluzione di luglio 2007 per la creazione di 26mila unità Unamid, il Consiglio di sicurezza aveva dichiarato che le forze in campo dovevano essere “prevalentemente africane”.
”Poi però avere una forza che sia esclusivamente africana è un altro discorso”, ha detto Guehenno ai delegati. E “ci sono delle ragioni importanti per cui è necessario il contributo di un insieme di truppe più ampio”.
Per raggiungere un compromesso, il segretario Onu ha detto di voler “dare priorità allo spiegamento” di truppe da due paesi africani, Etiopia e Egitto, “con l’accordo che le unità asiatiche (da Nepal e Tailandia) verrebbero dispiegate in modo tempestivo”.
Lunedì scorso, Guehenno ha detto alla Commissione speciale Onu per le operazioni di peacekeeping che la mancanza di un sostegno chiave da Unamid – come il trasporto cruciale via aria e via terra, l'impegno diplomatico e politico con le parti e la cooperazione da parte dei paesi ospiti – sta “inasprendo” le difficoltà logistiche e operative che la missione deve già sostenere a causa delle terre remote e inospitali della regione.
Secondo Guehenno, nonostante le rafforzate capacità di peacekeeping e di gestione dell’Onu, “l’interesse oscillante e la mancanza di un appoggio importante da parte della comunità internazionale rende difficile mantenere le conquiste raggiunte nel mantenimento della pace nelle aree di conflitto”.
Sempre parlando alla commissione, la vice segretario generale per il supporto sul campo Jane Holl Lute ha detto che il budget complessivo per le missioni di peacekeeping dell’Onu, che è stato di meno di 2 miliardi di dollari nel 2003, potrebbe superare 7.0 miliardi di dollari nel 2007-2008 – più di tre volte il normale budget annuale dell’Onu.
La fetta più grande dei 7.0 miliardi è stata stanziata proprio per Unamid. Holl Lute ha sottolineato la presenza di grossi ampliamenti dal punto di vista logistico, come per le flotte aree, contratti ingegneristici, dispiegamento di scorte strategiche, contratti per le provvigioni, connessioni satellitari e account e-mail.

