DAR ES SALAAM, 12 marzo 2008 (IPS) – Justina Bkole, 38 anni, era appena una bambina quando i suoi genitori sono scappati nella Tanzania occidentale nel 1972, per sfuggire agli scontri etnici nel vicino Burundi. Come migliaia di altri rifugiati uniti nello stesso destino, è rimasta nel paese dell’Africa orientale, dove oggi ha molti legami, ma le sue radici restano in Burundi.

Ultimo addio dei rifugiati burundesi in treno a Katumba, 9 marzo.
Sarah McGregor/IPS
”Qui i miei bambini vanno a scuola e abbiamo da mangiare”, racconta Bkole, madre di cinque figli che coltiva a tabacco e mais in un piccolo appezzamento di terra. “Però mi sento sempre profuga, perché la mia casa è in Burundi e sono stata costretta a lasciarla”.
Ora il Burundi sarà nuovamente la casa di molti profughi, ma non per Bkole.
Il presidente della Tanzania Jakaya Kikwete ha detto che è arrivato il momento di scrivere il capitolo conclusivo di una delle più prolungate situazioni di esilio nel mondo: i tre insediamenti di profughi del Burundi nella Tanzania occidentale – Ulyankulu, Katumba e Mishamo – saranno chiusi entro il 2010. I campi sono gestiti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dal governo della Tanzania.
I 218 mila esuli, noti come “i profughi del Burundi del 1972”, si ritrovano con i loro discendenti di fronte alla scelta di tornare alla terra d’origine o chiedere la cittadinanza tanzanese.
Circa l’80 per cento di essi ha espresso la volontà di diventare cittadini della Tanzania, riferisce un sondaggio dell’Onu, mentre 45 mila di loro desiderano tornare in Burundi (alcuni sono già partiti). Un numero ridotto potrebbe chiedere il trasferimento in un terzo paese.
Bkole pensa che chiederà la naturalizzazione: “Qui sono felice”, ha detto, rispondendo alla domanda sul perché vuole restare.
Chi chiede di rimanere in Tanzania, lo fa malgrado la realtà di confine vissuta dai rifugiati nei campi, che devono chiedere un permesso speciale per uscire, isolati dagli abitanti locali, e privi di un vero senso di appartenenza al paese che li ospita.
Stenti quotidiani
La vita per la maggior parte delle persone in Tanzania è misera, e lo stesso può dirsi per gli insediamenti. È difficile trovare lavoro, il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 30 per cento e solo un quarto della popolazione frequenta la scuola.
I rifugiati riescono a procurarsi qualcosa con impieghi particolari, come lavori di sartoria, allevamento d’api o vendita dei prodotti di giornata su bancarelle e negozi dismessi.
Circa la metà è costituita da piccoli agricoltori che producono e vendono diverse colture, come tabacco, mais, manioca, arachidi, riso, patate e simili.
Chi vive negli insediamenti gode di alcuni benefici, per esempio può usufruire di cure mediche migliori rispetto ai vicini tanzanesi.
”L’UNHCR è come una famiglia. Ci dà amore, ma chiede anche il rispetto delle regole”, racconta Thomas Mabruck, 44 anni, insegnante volontario a Ulyankulu e padre di cinque figli, fra uno e 19 anni.
”Il rifugiato è una persona fuggita a causa della guerra, ma io oggi voglio poter dire ‘Sono cittadino di qualche luogo’”.
L’idea di tornare in Burundi è una prospettiva spaventosa per qualcuno, che si vede sottrarre quella rete di sicurezza fino a oggi garantita.
”La vita qui va bene”, racconta Ananas, un anziano agricoltore. “Se non mi danno la cittadinanza (in Tanzania), dove andrò? Potrei anche morire, non ho scelta”.
Sono stati comunque compiuti molti sforzi per assicurare almeno una possibilità a tutti: coloro che torneranno in Burundi potranno percepire un’indennità di circa 42 dollari e una razione alimentare per sei mesi, ma non sarà loro garantita la terra.
Altro problema potrebbe essere la lingua: la maggior parte dei rifugiati parla correntemente la lingua nazionale della Tanzania, il kiswahili, mentre in pochi capiscono il francese, lingua nazionale del Burundi.
Fondi necessari
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, António Guterres, in una recente visita in Tanzania ha chiesto 34 milioni di dollari per trasferire questa popolazione di rifugiati, un gruppo quasi ignorato dalla comunità internazionale. Secondo il funzionario, sarebbero necessari anche ulteriori fondi per insediare altrove la popolazione e offrire a tutti i servizi sociali di base.
Domenica, Guterres ha accompagnato alla partenza il primo gruppo di 252 rifugiati dell’insediamento di Katumba, tra cui molti figli di chi aveva lasciato il Burundi oltre 35 anni fa.
”Non c’è nessun posto come la propria casa”, ha detto, incoraggiato da artisti e simpatizzanti riuniti alla stazione ferroviaria da cui partivano gli esuli per dare a tutti un allegro addio. “Non si può restare profughi per sempre”.
Cassian Benedict, padre ventiseienne di due bambini, ha detto di avere in programma per ottobre il ritorno in Burundi, terra d’origine dei suoi genitori.
Quando gli è stata mostrata la mappa della nazione dell’Africa centrale non ha saputo indicare esattamente la sua destinazione, ma non è sembrato intimorito.
”Sono nato rifugiato e così anche i miei figli, ma non è mai troppo tardi”, ha detto Benedict, in una chiesa di Katumba. “La nostra vita migliorerà laggiù, non sono affatto preoccupato”.
La Tanzania ospita altri 206.500 rifugiati fuggiti dal Burundi e dalla Repubblica democratica del Congo a causa di conflitti più recenti. Kikwete ha chiesto anche ai rifugiati nei campi del nord-ovest della Tanzania di partire volontariamente entro la fine dell’anno.

