BRUXELLES, 22 gennaio 2008 (IPS) – La presenza apparentemente contraddittoria di Bono, cantante pop che raramente viene sorpreso senza i suoi avvolgenti occhiali da sole, tra i completi scuri dei businessmen e dei leader politici presenti al Forum Economico Mondiale (FEM), dovrebbe assicurare che il problema di come porre fine alla povertà in Africa troverà ampio spazio tra i media che seguiranno il meeting del 23-27 gennaio.

Per diversi anni consecutivi, il cantante degli U2 è stato senza dubbio l’ospite più illustre di Davos, la località sciistica svizzera che ospita l’incontro dei “ricconi nella neve”, come lui stesso ha definito una volta il forum.
Nel 2005, è apparso al fianco di Tony Blair, il primo ministro britannico, al presidente del Sud Africa Thabo Mbeki e all’ex presidente Usa Bill Clinton, per dichiarare che dedicarsi ai problemi dell’Africa non è una causa ma un’emergenza.
Eppure, benché gli obiettivi di eliminare il debito che affligge i paesi poveri e di promuovere la partecipazione dell’Africa al commercio mondiale, siano ampiamente sostenuti dagli attivisti contro la povertà, alcune delle ricette proposte dalla gran parte dei partecipanti al forum sono piuttosto controverse. Quest’anno, ad esempio, il forum esaminerà uno studio per migliorare l’agricoltura africana, redatto dalla Business Alliance Against Chronic Hunger (Alleanza delle imprese contro la fame nel mondo, BAACH).
Secondo la BAACH, che riunisce il gigante alimentare Unilever, l’azienda di abbigliamento sportivo Nike e l’impresa di corriere espresso TNT, l’Africa è “finalmente pronta a portare avanti la sua Rivoluzione verde”, alludendo all’aumento della produzione agricola registrato in Messico e in India tra gli anni ’40 e ’60.
Le imprese che promuovono biocarburanti e biotecnologia potrebbero, secondo la BAACH, avere un ruolo guida in questa possibile “rivoluzione”. Con uno specifico progetto pilota espressamente menzionato, la Monsanto, principale produttore di sementi geneticamente modificate (GM), sta tentando di aumentare i raccolti di mais nel distretto keniano di Siaya.
Sono coinvolte nel progetto anche due imprese produttrici di biofuel: la Spectre e la Technoserve. Uno dei principali settori della Spectre è la produzione di jatropha, un arbusto molto resistente dai semi oleosi che può essere usato come fonte d’energia. Lo scorso agosto, sono scoppiati dei tumulti in India perché alcuni contadini erano stati cacciati dalle loro terre per lasciare spazio alle piantagioni di jatropha.
Secondo Mohammed Issah, della Fondazione Social Enterprise Develoment (SEND) del Ghana, le multinazionali “stanno cercando di impadronirsi del settore agricolo sostenendo di avere in mano la soluzione al problema della fame in Africa”.
Né i biocarburanti né la biotecnologia beneficeranno i piccoli agricoltori in Africa, ha chiosato.
”Se le imprese si assumeranno la responsabilità di fornire i semi GM, il controllo dei sementi da semina si sposterà dagli agricoltori alle multinazionali”, ha detto all’IPS. “Certo, l’obiettivo delle imprese che si inseriscono in questi settori è fondamentalmente fare profitto”.
”Gli agricoltori stanno già usando le conoscenze indigene per seminare un materiale che è adatto all’ambiente in cui questi tradizionalmente producono. Ciò di cui hanno bisogno è un sostegno per migliorare le pratiche che già usano, e non l’introduzione di semi geneticamente modificati”.
Klaus Schwab, l’accademico di origine tedesca fondatore del FEM, riconosce che l’aumento improvviso nella produzione di biofuel è una delle questioni chiave con cui i politici dovranno confrontarsi.
”I biocarburanti hanno un impatto sulla gestione dell’acqua”, ha detto il 16 gennaio scorso. “Hanno un impatto sull’uso che facciamo della terra arabile; hanno un impatto sulla sicurezza alimentare. Abbiamo visto i prezzi del cibo aumentare in modo notevole, il che ha comportato problemi sociali fondamentali, perché le popolazioni povere sono più colpite di quelle con redditi alti”. L’anno scorso, i governi dell’Unione europea hanno raccomandato che i biocarburanti arrivino a rappresentare almeno il 10 per cento dei carburanti utilizzati per i trasporti nel blocco composto da 27 paesi, entro il 2020.
Ma il commissario europeo per lo sviluppo, Louis Michel, ha di recente messo in dubbio questo obiettivo. In un’intervista con l’IPS, Michel ha avvertito dei possibili danni all’agricoltura tradizionale dell’Africa, se i biofuel vengono coltivati su terreni precedentemente utilizzati per coltivare prodotti alimentari.
Secondo Gertrude Falk, di FoodFirst Information and Action Network (FIAN), in Uganda sono stati sfrattati dei contadini per permettere la produzione di olio di palma dalle foreste. L’olio di palma è il principale biocarburante utilizzato in Europa.
“I biocarburanti sono un grosso rischio”, ha sottolineato Falk. “Riducono l’area disponibile per la produzione alimentare e a lungo andare fanno salire i prezzi del cibo”.
Considerato uno degli eventi più influenti nel delineare l’agenda politica internazionale, il FEM è dominato dalle massime figure del mondo imprenditoriale. Per l’incontro di quest’anno si prevede la presenza di oltre 900 dirigenti d’azienda, tra cui quelli provenienti da circa 75 delle imprese più ricche del pianeta. Invece, ci saranno solo dieci leader dei sindacati.
Tra i politici di spicco che dovrebbero partecipare, il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice; il primo ministro britannico Gordon Brown; il presidente colombiano Alvaro Uribe; il vincitore del Premio Nobel per la pace ed ex vicepresidente Usa Al Gore; e il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick.
Anche la Commissione europea, esecutivo dell’Ue, avrà una rappresentanza considerevole: è prevista la partecipazione di Peter Mandelson e Günter Verheugen, commissari europei di commercio e industria.
Secondo un gruppo di monitoraggio delle attività delle lobby commerciali, non c’è da stupirsi se gli individui più potenti d’Europa verranno condotti in questo rifugio svizzero. “Davos non è solo un luogo confortevole; è un posto dove è impossibile manifestare, perché si trova tra le montagne”, ha spiegato Olivier Hoedeman, del Corporate Europe Observatory.
“La presenza di numerosi commissari in questi incontri dimostra come di fatto siano intesi a promuovere gli interessi della elite economica, piuttosto che ad approfondire il legame con i cittadini europei”, ha aggiunto Hoedeman.
È piuttosto ironico, ha proseguito, che i paladini della lotta contro la fame siano proprio le stesse imprese note per voler liberalizzare il commercio mondiale in modo che vada contro gli interessi dell’Africa.
“Le imprese dell’agro-business, negli ultimi decenni, si sono date da fare più di chiunque altro per distruggere i sistemi di sicurezza alimentare nel continente africano”, ha osservato Hoedeman, definendo la Business Alliance Against Chronic Hunger un “esercizio di alto cinismo”, poiché “promuove alcune iniziative molto dannose, come l’ingegneria genetica e i biocarburanti”.

