PARIGI, 26 settembre 2007 (IPS) – Malgrado il suo brillante panorama economico, l’Africa resta afflitta dagli stessi ostacoli che da sempre compromettono lo sviluppo economico della regione, ricca di risorse e manodopera. Molte di queste avversità potrebbero essere risolte con un maggiore sviluppo del commercio interregionale.
“Il peso relativamente limitato del commercio interregionale in Africa, nonostante la presenza di diversi (e spesso sovrapposti) accordi commerciali regionali, è in larga parte dovuto alla sua struttura produttiva, e alla natura delle sue esportazioni”, secondo un rapporto diffuso all’inizio di settembre dalla Conferenza Onu su Commercio e Sviluppo (UNCTAD).
Secondo l'UNCTAD, il continente farebbe continuo affidamento sull’esportazione delle materie prime, importando dall’estero i prodotti lavorati costosi: un modello commerciale che limiterebbe in modo significativo il commercio interregionale.
Benché, secondo il rapporto, la crescita del continente si attesti al 6 per cento nel 2007, e il PIL pro capite dell’Africa sia aumentato di oltre il 15 per cento negli ultimi cinque anni, sulla stessa impronta di Asia occidentale e America Latina, gli analisti continuano a constatare la presenza di ostacoli sostanziali, che la regione dovrà superare se vuole raggiungere gli otto Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG).
Gli MDG, stabiliti dall’Onu nel 2000, fissano traguardi specifici che vanno dal dimezzare la povertà estrema e la diffusione di Hiv/Aids, al raggiungimento dell’educazione primaria universale entro il 2015.
Anche se alcuni raggruppamenti per il commercio regionale ed economico – come il Mercato comune per l’Africa orientale e meridionale (COMESA), composto da 20 nazioni, e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), di 15 membri – hanno aiutato in certa misura l’integrazione regionale, secondo gli osservatori molto resta ancora da fare.
”Questo dilemma rappresenta una sorta di microcosmo dei tanti diversi problemi dell’Africa, perché viene fatto moltissimo a livello macro, ma non è stato fatto niente su alcuni dei livelli più strutturali e specifici”, secondo Katherine Constabile, consulente economica ed esperta di energia che ha lavorato a lungo in Africa.
”Con organizzazioni come COMESA, c’è meno protezionismo rispetto agli anni ’90, ma non ci sono sufficienti risorse per risolvere gli squilibri commerciali e rafforzare le reti di trasporto interregionali, che sono terribili. Anche i sistemi monetari regionali sono un problema”, ha spiegato all’IPS.
In realtà, un elemento necessario per favorire il commercio all’interno dell’Africa sarebbe un qualche tipo di valuta comune tra i diversi paesi, in particolare nell’Africa occidentale.
Il franco CFA (comunemente chiamato céfa, o semplicemente “franc” in francese), viene considerato da alcuni come il residuo coloniale di una valuta tuttora in uso in 12 paesi dell’Africa prima governata dalla Francia, oltre che nell’ex colonia portoghese Guinea-Bissau e nell’enclave un tempo spagnola della Guinea equatoriale, scambiata a un tasso fisso di 655,957 con l’euro. In pratica, però, il franco CFA si divide di fatto in due diverse valute: il franco CFA dell’Africa occidentale e quello dell’Africa orientale. Entrambi mantengono lo stesso nome e lo stesso tasso di cambio, ma hanno banconote e monete differenti, e i paesi che utilizzano una delle due forme di franco CFA non riconoscono quella scelta dai paesi che utilizzano l’altra forma.
Il gruppo dei cinque paesi che appartengono alla Zona monetaria dell’Africa occidentale (West African Monetary Zone, WAMZ) ha annunciato l’intenzione di introdurre entro il 2008 un’unica valuta stabile comune a tutta l’Africa occidentale in concorrenza con il franco CFA, ma molti analisti esprimono dubbi sul fatto che una simile operazione possa essere realizzata entro quella data.
È una situazione indicativa della natura spesso frammentata delle economie africane nel loro insieme, sostengono.
”Le economie in Africa sono più competitive che complementari”, ha osservato Brendan Vickers, ricercatore esperto di commercio multilaterale nell’Institute for Global Dialogue del Sud Africa. “Questo si riferisce all’intero aspetto della produzione nell’economia, che non è sufficientemente diversificato. Sono economie piccole e di sussistenza, e non attirano investimenti sufficienti per diversificare”.
Anche le difficoltà geopolitiche regionali dell’Africa sono complesse.
Nonostante la fine delle lunghe guerre civili in Liberia e in Sierra Leone, i conflitti continuano a imperversare in alcune zone della Somalia, Repubblica Democratica del Congo e nella regione sudanese del Darfur, mentre una nuova rivolta regionale, capeggiata dai nomadi Tuareg in Niger e Mali, si è estesa anche al Sahara meridionale. Anche la situazione in Costa d’Avorio, dove le elezioni sono previste per il prossimo anno, resta tesa e confusa.
Un altro ostacolo che l’Africa dovrà superare nella sua ricerca di integrazione regionale è la capacità dei paesi africani di negoziare tra loro accordi commerciali ed economici, con la stessa dose di precisione e visione che hanno quando si tratta di contrattare come blocco regionale con l’esterno. Anche se le nazioni africane stanno attualmente negoziando nuovi Accordi di partenariato economico (EPA) relativi all’accesso al mercato e allo sviluppo con l’Unione europea, che alcuni giudicano troppo onerosi e sfavorevoli, il livello del dibattito tra Africa e Europa rimane comunque più alto rispetto a quello raggiunto finora da molti paesi africani nel negoziare fra loro.
”Si deve rinunciare in parte alla propria sovranità, se si vuole costituire un’unione doganale, o una tariffa esterna comune”, secondo Brendan Vickers. “Ma i governi finora non sembrano intenzionati a farlo”.

