TEHERAN, 18 dicembre 2006 (IPS) – Ospitando una conferenza internazionale sull’Olocausto, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad è riuscito in ciò che gli viene meglio: indignare l’Occidente e offendere lo Stato di Israele. Ma stavolta ha anche turbato la piccola comunità di ebrei iraniani.
Sia Ahmadinejad che il suo ministro degli esteri Manoucheher Mottaki hanno respinto le accuse di antisemitismo rivolte alla conferenza tenutasi l’11 e il 12 dicembre dal titolo “Rivedere l’Olocausto: una visione globale”, definendo l’incontro rispettoso verso la religione e la popolazione ebraica in Iran e nel resto del mondo.
Note di preoccupazione sono arrivate dalla Casa Bianca e dal Segretario Generale uscente delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il Primo Ministro inglese Tony Blair ha definito la conferenza “incredibilmente scioccante”. Anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha condannato la conferenza, e il suo ministro degli esteri ha convocato il rappresentante diplomatico iraniano a Bonn per chiedere spiegazioni, ma l’incontro è andato avanti.
Malgrado le smentite, la conferenza si è svolta sullo sfondo delle posizioni di Ahmadinejad, che un anno fa aveva giudicato l’olocausto nient’altro che un mito costruito dai Sionisti per giustificare la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Ahmadinejad aveva suggerito ai tedeschi e ad altri paesi europei di cedere parte del loro territorio agli ebrei israeliani per fondare uno stato ebraico.
La conferenza, ha detto Mottaki, non aveva lo scopo di dimostrare o negare l’olocausto, ma intendeva dare agli studiosi una possibilità per esprimere il loro punto di vista, dato che “in Europa, dove dicono che ci sia libertà, non si può manifestare liberamente il proprio pensiero su questo fenomeno storico senza essere accusati di sostenere nazismo e fascismo”.
”Se la conclusione della conferenza sarà che l’olocausto è davvero avvenuto, anche noi lo ammetteremo, ma poi bisognerà anche spiegare perché, se questo è vero, i palestinesi e gli stati del Medio Oriente devono pagare il prezzo più alto”, ha detto Manouchehr Mohammadi, vice ministro degli esteri.
A distinguersi tra i partecipanti, una delegazione di sei ebrei ortodossi anti-sionisti, tra cui il Rabbino Yisroel Dovid Weiss, il Rabbino Yisroel Feldman e il Rabbino Aharon Cohen. Loro simpatizzante era David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, e gruppi di skinhead provenienti dall’Europa.
I rabbini anti-sionisti si oppongono all’idea di uno stato ebraico basato sui principi religiosi e condannano Israele per l’occupazione dei territori palestinesi. Credono tuttavia che l’olocausto sia realmente accaduto, ma la provocazione dei revisionisti sembrava dominare la conferenza.
Durante il dibattito, la revisionista storica americana Veronica Clark ha dichiarato che il milione di persone che si considerano discendenti dei sopravvissuti all’olocausto dovrebbero vergognarsi di essere stati ingiusti con i tedeschi, uccisi arbitrariamente per diletto.
D’accordo con la storica il Prof. Robert Faurisson che, malgrado sia stato arrestato nel 1991 nel suo paese, la Francia, per aver negato l’olocausto e l’esistenza delle camere a gas ad Auschwitz, ha ribadito che lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei è stata una montatura per giustificare la creazione di Israele.
Ahmadinejad avrebbe dovuto parlare alla cerimonia di inaugurazione della conferenza, ma ha invece tenuto un discorso in una delle università di Teheran, dove è stato fischiato da studenti infuriati che hanno bruciato un suo poster al centro dell’auditorium.
Incontrando i partecipanti alla conferenza il giorno successivo, Ahmadinejad si è detto soddisfatto di queste discussioni “accademiche” molto serie. “Oggi l’olocausto è diventato un tabù per i grandi poteri. Nei territori dominati da loro si può discutere di Dio e dei suoi profeti, ma avvicinarsi al tabù dell’olocausto è un crimine imperdonabile”, sono le parole di Ahmadinejad riferite dai media locali.
Promettendo la distruzione di Israele, e che l’Iran ospiterà tutti coloro che vi parteciperanno e la gente aperta in tutto il mondo, Ahmadinejad ha detto che dovrebbe essere istituita una commissione per la ricerca della verità. I paesi occidentali, ha proseguito, devono assicurare che non boicotteranno la commissione e che permetteranno ai suoi membri di visitare i siti dove il genocidio avrebbe avuto luogo, e di parlare ai testimoni.
La negazione dell’olocausto sostenuta dalla linea dura in Iran, ed evidenziata dal presidente, risulta tuttavia bizzarra a molti iraniani che, anche se oppositori di Israele, finora hanno vissuto in pace con i loro connazionali di religione ebraica.
”Io non ho studiato, ma ho sentito parlare molto degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. È la storia. Come si può negare qualcosa di cui il mondo intero è stato testimone? Perché dovrebbe essere impossibile che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nel corso di alcuni anni, quando solo in pochi giorni i turchi hanno spazzato via un milione di armeni? O dopo quanto accaduto in Bosnia appena qualche anno fa?” dice Ahmad, proprietario di una piccola cartoleria nel centro di Teheran. “Negare l’olocausto non cambia nulla per i palestinesi, semmai peggiora la situazione. Le strane idee del nostro presidente servono solo a screditare gli iraniani agi occhi del mondo e ad isolarli; ma noi cosa possiamo fare per fermare questa follia?”.
La stampa iraniana interna si è occupata di riferire i contenuti della conferenza senza commentarli. L’ex presidente riformista Mohammad Khatami ha tuttavia condannato, in diverse occasioni, la negazione dell’olocausto.
La piccola comunità ebraica in Iran, che conta oggi circa 25.000 membri, gode della libertà religiosa dalla rivoluzione islamica del 1978, così come armeni, cristiani assiri e zoroastri, che la costituzione iraniana riconosce tra le “minoranze religiose”. La religione bahai, invece, non è stata ancora riconosciuta e i suoi seguaci sono spesso anche perseguitati.
La comunità ebraica, e altre minoranze religiose, hanno i loro rappresentanti in parlamento e gestiscono scuole e ospedali propri. I ragazzi ebrei possono frequentare anche gli istituti pubblici e andare all’università. Ottenere alcuni impieghi ufficiali è tuttavia limitato ai musulmani, e gli ebrei temono ulteriori danni per i loro diritti.
”I nostri vecchi a volte ci raccontano storie di umiliazioni per il fatto di essere ebrei, ma io ho sempre vissuto in pace con i miei vicini musulmani. E oggi è ancora così. A volte siamo anche più che fratelli”, racconta Davoud, mercante tessile ebreo di 64 anni, incontrato in una delle poche macellerie kosher rimaste a Teheran.
”Alcuni anni fa, quando a Shiraz vennero arrestati degli ebrei con l’accusa di spionaggio sionista, ci spaventammo tutti e iniziò un’ondata di emigrazione, ma dopo la loro assoluzione e scarcerazione le cose tornarono alla normalità. Essere ebrei ed essere sionisti non è la stessa cosa”, ha proseguito.
”Proprio quando stavamo dimenticando quello spiacevole incidente, è iniziata questa storia dell’olocausto. Dicono che vorrebbero solo cancellare Israele e che rispettano la nostra religione e la nostra libertà. Vogliamo crederci, e vogliamo anche pensare che la negazione dell’olocausto sia solo un’onda passeggera. Ma cosa succederà se si continua di questo passo? La negazione dell’olocausto è diventata la linea politica ufficiale. E se aprisse la strada all’anti-semitismo?”.

