BRUXELLES, 15 dicembre 2006 (IPS) – Entro il 2030, 1,2 miliardi di abitanti dei paesi in via di sviluppo (Pvs) faranno parte del ceto medio globale, rispetto ai 400 milioni di oggi. L’incremento della ricchezza aumenterà le disuguaglianze nel reddito e le pressioni ambientali, prevede la Banca mondiale nel rapporto “Gestire la prossima ondata di globalizzazione”.
Ma diverse organizzazioni non governative pensano che gli avvertimenti della Banca mondiale siano incongruenti con la sua posizione sul libero scambio.
Secondo l’istituto di credito, la crescita dell’economia globale nei prossimi 25 anni sarà sempre più alimentata dai paesi in via di sviluppo, in particolare dall’Asia. La produzione globale salirà da 35 trilioni di dollari nel 2005 a 72 trilioni nel 2030, e il rapporto prevede che il contributo dei Pvs alla produzione globale aumenterà da un quinto a circa un terzo dell’economia mondiale.
Nonostante l’atteso aumento della popolazione mondiale a 8 miliardi di persone nel 2030, il numero degli individui con un reddito inferiore a un dollaro al giorno calerà a 550 milioni, dagli attuali 1,1 miliardi. Con l’aumento delle persone che nei Pvs passeranno dall’agricoltura agli impieghi, meglio remunerati, nell’industria e nei servizi, la classe media triplicherà la sua ampiezza.
Entro il 2030, 1,2 miliardi di persone in questi paesi guadagneranno tra i 4.000 e i 17.000 dollari l’anno. E questo permetterà a paesi tanto diversi come Cina, Messico e Turchia di assestarsi su una media standard di vita paragonabile a quella della Spagna di oggi.
L’aumento della ricchezza avrà tuttavia un prezzo, a livello sociale e ambientale. L’Africa è il paese che ha maggiori probabilità di rimanere ancora più indietro, a causa della sua fragilità politica e della sua vulnerabilità alle fluttuazioni nei prezzi delle merci.
Secondo la Banca mondiale, nei due terzi delle nazioni in via sviluppo, il divario di reddito tra i ricchi e i poveri è destinato ad ampliarsi ulteriormente. Questo perché un’economia globale più integrata offre opportunità alle persone più istruite, mentre i lavoratori non qualificati devono competere di più e guadagnare probabilmente di meno per mantenere i loro posti di lavoro.
Le pressioni del mercato del lavoro saranno in parte bilanciate dal forte bisogno di India e Cina di energia, tecnologia e investimenti. Da qui, gli investimenti strategici nella ricerca, nell’educazione e lifelong learning, l’istruzione per tutta la vita, diventano più importanti che mai, come una sorta di garanzia in un’economia globale competitiva.
Il rapporto propone di aumentare gli aiuti allo sviluppo e diminuire le barriere commerciali per i prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo, in particolare dall’agricoltura e dall’industria a manodopera intensiva.
Secondo Etienne De Belder, di Oxfam, le linea guida della Banca mondiale dimostrano una terribile mancanza di coerenza. “I paesi che hanno seguito il modello di sviluppo della Banca mondiale, imperniato sulle esportazioni, sono finiti in uno stato di caos. Basta guardare all’impoverimento nell’Africa sub-sahariana, o alla deforestazione in Indonesia”.
La Banca mondiale non sta imparando dal passato, e non è nella posizione di dare lezioni per il futuro, ha commentato De Belder all’IPS. “Non puoi avere la deregulation economica e al tempo stesso chiedere più regole per risolvere i problemi ambientali e sociali. Gli imprenditori locali in Africa non sono pronti a sostenere la concorrenza globale. Finché persisteranno le disuguaglianze, non potrà esserci un libero scambio benefico tra partner uguali”.
”I successi di India e Cina nella spinta alle esportazioni e nella riduzione della povertà sono soprattutto dovuti ai loro immensi mercati interni”, sostiene De Belder. “I più piccoli fra i paesi in via di sviluppo devono guardare a strategie diverse”.

