PORTOGALLO: Nazionalità estesa a immigrati di seconda e terza generazione

Lisbona, 22 Febbraio 2006 (IPS) – Secondo politici e organizzazioni non governative, la legge che estende il diritto di nazionalità a immigrati di seconda e terza generazione, approvata di recente dal parlamento portoghese, rappresenta un passo importante contro l’esclusione sociale subita da molti dei circa 600.000 immigrati e dai loro discendenti che vivono in questo paese.

Finora, a discendenti e nipoti degli immigrati era stata negata la nazionalità portoghese, anche se nati in Portogallo, di lingua esclusivamente portoghese, e studenti in scuole portoghesi senza mai aver vissuto fuori dal paese.

La nuova legge proposta dal governo del primo ministro socialista José Sócrates e approvata dalla grande maggioranza di 230 membri della singola camera del parlamento portoghese capovolgerà la situazione.

D’ora in avanti, i nipoti degli immigrati avranno diritto alla cittadinanza portoghese se uno dei genitori è nato in Portogallo, e i figli degli immigrati avranno lo stesso diritto anche se nessuno dei genitori è nato in Portogallo, ma uno dei due ha la residenza legale nel paese da almeno cinque anni.

A favore della nuova legge hanno votato il partito socialista di governo, il partito social democratico dell’opposizione (conservatore malgrado il suo nome) e il partito comunista.

I membri del Blocco di sinistra – una coalizione di trotzkisti, maoisti e altri gruppi radicali di sinistra – si sono astenuti dalla votazione, reclamando una legge più flessibile, mentre i rappresentanti della destra del Centro social democratico si sono astenuti chiedendo maggiori restrizioni.

La precedente legge non si basava sul luogo di nascita del bambino, ma sull’origine e nazionalità dei genitori, garantendo inoltre dei vantaggi agli immigrati dalle precedenti colonie portoghesi.

Secondo la vecchia legislazione, i cittadini delle nazioni di lingua portoghese – Angola, Brasile, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, Sao Tomé e Principe e Timor Est, o quelli nati sotto la dominazione portoghese (fino al 1961) di Goa, Diu e Damao in India, o a Macao, riconsegnata alla Cina nel 1999 – dovevano risiedere legalmente nel paese per sei anni prima di ottenere la cittadinanza portoghese. Per le altre nazionalità straniere serviva invece un periodo di dieci anni.

La nuova legge non fa questo tipo di distinzioni e permetterà a qualunque immigrato di chiedere la cittadinanza dopo sei anni di residenza legale. Una buona notizia per gli oltre 100.000 lavoratori ucraini che, dopo i circa 120.000 brasiliani, costituiscono la seconda comunità di questo paese di 10,2 milioni di abitanti.

La legge assicura la nazionalità portoghese anche ai nipoti di emigrati portoghesi, un antico desiderio delle comunità portoghesi nel mondo.

Finora, solo i figli degli emigrati avevano diritto alla nazionalità portoghese. Allargando il diritto a emigrati di terza generazione, la legge favorirà principalmente le vaste comunità di portoghesi in Brasile e in altri paesi dell’America Latina, soprattutto Venezuela e Argentina, dove le ondate di immigrazione portoghese risalgono a decenni fa.

Sócrates ha definito la legge “che riconosce ai figli degli immigrati il diritto alla nazionalità portoghese un passo di civiltà e un enorme cambiamento verso una maggiore inclusione e integrazione”.

Il primo ministro ha evidenziato il valore del provvedimento per le comunità di immigrati, affermando che sostituire il principio di “jus sanguinis” con quello di “jus soli” “sembra essere un passo fondamentale, nella giusta direzione e che risponde alle esigenze del nostro paese”.

Secondo il principio di “jus sanguinis” (dal latino, diritto di sangue), la nazionalità è determinata dalla nazionalità o cittadinanza di uno dei genitori, mentre secondo il principio di “jus soli” (diritto del suolo), viene garantita ai bambini nati in Portogallo da genitori nati anch’essi nel paese, anche se con nonni stranieri.

Pedro Silva Pereira, ministro alla Presidenza del Consiglio, ha spiegato ai giornalisti che la nuova legge includerà “coloro che sono ben integrati nella società portoghese, nati sul suolo portoghese, e a cui è stato negato l’accesso al diritto di nazionalità per motivi ingiustificabili”.

Secondo il politico, il governo “ha assunto una posizione prudente” limitando l’accesso solo a immigrati di seconda generazione, se almeno uno dei genitori ha vissuto per cinque anni o più in Portogallo come residente legale, perché il sistema “non può favorire l’immigrazione illegale”.

Anabela Rodrigues, avvocatessa portoghese originaria di Capo Verde che presiede un’associazione culturale, ha accusato la nuova legge di non includere gli emigrati in Portogallo da soli due o tre anni, i cui genitori sono rimasti irregolari.

Tuttavia, l’attivista si dichiara soddisfatta che la legislazione stabilisca un periodo di sei anni di residenza legale per tutti gli immigrati, “mettendo così la parola fine alle discriminazioni tra gli immigrati”.

Rodrigues plaude anche all’eliminazione di quello che definisce “il fattore denaro”, riferendosi all’attuale requisito per coloro che chiedono la cittadinanza dopo sei anni di residenza legale, i quali devono dimostrare di essere in grado di mantenersi da soli, discriminando di fatto gli immigrati poveri.

L’Alto commissario per l’immigrazione e le minoranze etniche Rui Marques ha dichiarato che alcune delle limitazioni della nuova legge sono “il prezzo che deve essere pagato per il consenso”, considerando “questa legge migliore di una più progressista che avrebbe riscosso minor sostegno da parte dell’opinione pubblica”.

Nella sua ottica, la legislazione è “un esempio eccellente della ricerca di un maggiore consenso sulla politica dell’immigrazione”, un problema che ha creato ampie divisioni in altri paesi europei. “La nuova legge arriva fin dove credo sia ragionevole”, ha aggiunto.

Marques, favorevole alla piena integrazione dei figli degli immigrati, sostiene che alimentare “l’esclusione sociale porta sempre a un’esplosione, è solo questione di tempo, il che significa che è importante che una società sia aperta a tutti”.

Nelle precedenti trattative con il partito socialista, i legislatori comunisti sono riusciti a introdurre nel progetto il riconoscimento delle unioni di fatto, una delle principali richieste dei difensori dei diritti degli immigrati, che spesso vivono insieme senza sposarsi.