NAZIONI UNITE, 8 settembre 2005 (IPS) – Quando gli Stati Uniti, tra i paesi che si autodefiniscono campioni nella difesa dei diritti umani, si candidarono per un seggio nella Commissione per i diritti umani dell’Onu composta da 53 membri, nel maggio 2001, subirono un’umiliante sconfitta e furono espulsi dalla
giunta per la prima volta dopo la sua creazione, nel 1947.
Il risentimento nei confronti di Washington era così forte che molti dei membri che avevano garantito pubblicamente il loro voto agli Stati Uniti (Usa), ritirarono in privato la loro promessa, e la fecero franca.
La ragione? Il voto nelle elezioni dell’Onu, anche per la Commissione per i diritti umani, è per tradizione a scrutinio segreto. Ed è praticamente impossibile capire chi, tra i 191 Stati membri, abbia votato per quale candidato.
Adesso gli Stati Uniti stanno armando una campagna per sciogliere la commissione e sostituirla con un nuovo Consiglio per i diritti umani, che i 191 membri dell’Assemblea generale dovrebbero eleggere direttamente, con una maggioranza di due terzi.
Se la proposta venisse infine approvata dagli Stati membri, chi sarà eletto al nuovo consiglio dovrà “impegnarsi ad osservare gli standard sui diritti umani con il rispetto, la difesa e la promozione dei diritti umani”.
Gli Stati Uniti ritengono che definendo condizioni rigorose, sarà possibile impedire a paesi come Sudan, Zimbabwe e Libia – tutti accusati una volta o l’altra di violazioni dei diritti umani – di ottenere un seggio nel nuovo consiglio.
Ma un diplomatico asiatico, che preferisce rimanere anonimo, osserva che anche gli Stati Uniti potrebbero essere una vittima, visti i loro precedenti nei diritti umani – in particolare dopo la loro guerra globale al terrorismo.
“Se le elezioni si svolgono, come previsto, a scrutinio segreto, gli Usa potrebbero non ottenere un seggio nel nuovo consiglio perché gli Stati membri dell’Onu coglieranno l’occasione per esprimere i loro veri sentimenti, al momento del voto”, ha aggiunto. “Per gli Stati Uniti è un rischio politico”.
Ma Jim Paul, direttore esecutivo del Global Policy Forum con sede a New York, che monitora da vicino le Nazioni Unite, è scettico al riguardo, seppure riconosca che i precedenti degli Usa nel rispetto dei diritti umani non siano stati esemplari negli ultimi anni.
“Se gli Stati Uniti vengono tagliati fuori dal nuovo consiglio, sarebbe una giustizia poetica”, ha detto.
“Ma dubito che ciò accada, nonostante le aspre critiche delle organizzazioni per i diritti umani – dovute ai precedenti degli Stati Uniti nel campo dei diritti umani -, che hanno chiesto persino che i leader Usa vengano sottoposti a giudizio”, ha proseguito.
“Chiunque giudichi questi fatti in modo imparziale, riconosce che gli Stati Uniti violano considerevolmente i diritti umani, soprattutto per la loro condotta fuori dalle frontiere. Ma ci saranno forti pressioni sugli Stati membri per far credere che l’imperatore sia vestito, mentre invece è completamente nudo”, ha detto Paul all’IPS.
I governi temono che se gli Stati Uniti non verranno eletti, ciò potrebbe indebolire ulteriormente le Nazioni Unite. Saranno anche preoccupati delle loro relazioni bilaterali con Washington, ha aggiunto.
John Bolton, il nuovo discusso ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite, ha dato alta priorità alla creazione del Consiglio per i diritti umani, che era una delle proposte del piano d’azione per la riforma dell’organizzazione internazionale.
Questo piano – ufficialmente chiamato “il documento di sintesi” – doveva essere approvato da circa 170 leader mondiali nell’imminente vertice Onu del 14-16 settembre.
Ma il tentativo di Bolton di modificare drasticamente il documento di sintesi, che include 750 emendamenti, ha compromesso l’intero processo di attuazione.
Eppure, sebbene quasi tutte le altre proposte per ridare slancio alle Nazioni Unite siano bloccate, gli Stati Uniti vogliono salvare il Consiglio per i diritti umani.
Un “gruppo centrale” di nazioni, che rappresentano tutte le regioni geografiche, stanno lavorando a porte chiuse per produrre un documento di intesa che risulti accettabile per tutti i 191 Stati membri.
La proposta di un nuovo consiglio, che viene discussa anche dal gruppo centrale, gode del forte sostegno di una coalizione di 15 organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, l’Associazione contro la tortura (Association for the prevention of torture), la Commissione internazionale dei giuristi (ICJ), la Federazione luterana mondiale (Lutheran World Federation), i Quakers e l’International Service for Human Rights.
A fine agosto, la Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani (IHF) ha ribadito il proprio appoggio al nuovo organismo, sollecitando gli Stati membri affinché “si impegnino per istituire un Consiglio per i diritti umani forte ed efficace”.
“L’IHF insiste sul fatto che, nei negoziati dei prossimi giorni, gli attuali provvedimenti di bozza sul Consiglio per i diritti umani non devono essere indeboliti ma, almeno, mantenuti nella loro forma attuale”, ha annunciato Aaron Rhodes, direttore esecutivo dell’IHF.
Nella misura possibile, nel documento di sintesi si dovrebbe usare un linguaggio più forte al riguardo, ad esempio esigendo che gli eletti nel nuovo organismo abbiano compiuto sforzi concreti per dimostrare il loro impegno nei diritti umani; facendo in modo che la proposta revisione dei pari si realizzi mediante un processo trasparente e provenga da un ampio numero di fonti diverse; ed estendendo i mezzi per la partecipazione della società civile, ha proseguito.
Ancora più importante, secondo Rhodes, il documento di sintesi del vertice dovrebbe tracciare una solida ossatura per la creazione del Consiglio per i diritti umani, e definire una precisa scadenza per l’attuazione delle riforme.
“Ciò garantirà che i dibattiti nel periodo successivo al vertice siano costruttivi, per determinare il preciso mandato e modalità del nuovo organismo”, ha spiegato.
La proposta di creazione del Consiglio per i diritti umani è venuta dal segretario generale Kofi Annan, come parte di una riforma dell’intera organizzazione.
Paul, del Global Policy Forum, ha dichiarato che il voto segreto alle elezioni del nuovo consiglio non dovrebbe essere troppo agevole, data la tendenza degli Usa ad interferire nelle missioni estere dell’Onu installando dispositivi elettronici.
Verranno avanzate molte ragioni per giustificare il voto a favore di Washington, ha detto, sottolineando che le imprese dei media negli Usa “grideranno alla cospirazione, volta ad escludere il principale difensore dei diritti umani nel mondo”.
“Vorrei che le elezioni per il consiglio siano fondate su criteri equi ed imparziali ma, come sempre, saranno fortemente influenzate da considerazioni politiche”, ha osservato Paul.
“E, alla fine dei conti, dove sono gli Stati membri che meritano di far parte del consiglio, dati i limpidi precedenti (nei diritti umani)? Sembra ovvio che gli Stati Uniti dovrebbero essere esclusi, ma allora chi deve essere incluso? Non mi stupisce l’assenza di una lista di controllo sui criteri di appartenenza, perché ben pochi si qualificherebbero”, ha concluso.

