AMBIENTE: Katrina: il ‘Terzo Mondo’ è a casa

WASHINGTON, 7 settembre 2005 (IPS) – Mentre migliaia di persone a New Orleans si avvicinavano al loro quinto giorno senza cibo, acqua o rifugio, i media e milioni di cittadini
comuni si chiedevano come sia possibile che lo stato, e in particolare le autorità federali, siano state così lente nel rispondere a uno dei
più grandi disastri naturali nella storia degli Usa.

”Avevo già visto queste scene, ma sempre per televisione e in luoghi lontani”, ha scritto un giornalista del New York Daily News. “Nel Terzo Mondo, non qui”.

Era questo il tipico commento che si sentiva la settimana scorsa, soprattutto da parte di anchorman delle emittenti nazionali di informazione via cavo, quando raccontavano l’enorme devastazione e miseria umana inflitte dall’uragano Katrina a quartieri, cittadine e grandi città sul golfo del Messico, da New Orleans, Louisiana a Mobile, Alabama.

L’ipotesi di base ­ ovvero che il Terzo Mondo fosse un luogo “lontano” era evidentemente sbagliata. Ciò che Katrina ha messo a nudo di fronte al mondo intero, e a tutti i telespettatori americani che vedevano loro connazionali nel disperato bisogno di beni primari, è che gli Stati Uniti ­ malgrado il loro status di unica superpotenza mondiale ed egemone globale ­hanno molto in comune con il Terzo Mondo, sempre di più.

Si consideri che:

— Come nei disastri naturali nel mondo in via di sviluppo, le vittime di Katrina erano estremamente povere. Quasi un terzo della città di New Orleans, per esempio, vive sotto la soglia di povertà; Louisiana e Mississippi, i due stati maggiormente colpiti, hanno un tasso di povert infantile maggiore del 50 per cento, il più alto della nazione.

Secondo l’ultimo rapporto diffuso mercoledì scorso dall’Ufficio censimento degli Stati Uniti, lo scorso anno i tassi di povert nazionale sono cresciuti per il quarto anno di seguito del 12,7 per cento.

— Come in molti paesi in via di sviluppo, gli abitanti poveri degli Usa fanno parte con grande sproporzione di minoranze razziali ed etniche che hanno un passato di discriminazione e repressione.

Come evidenziato dal Centro per il progresso americano (CAP), due terzi della popolazione di New Orleans è nera, e il Lower Ninth Ward, quartiere quasi completamente sommerso dall’acqua e che si ritiene conti il maggior numero di vittime, era popolato per più del 98 per cento da neri.

— Come in molti paesi in via di sviluppo, il divario tra ricchi e poveri è molto grande negli Stati Uniti ­ di fatto il più grande dei paesi sviluppati — e cresce velocemente. Il Parlamento, a maggioranza repubblicana, ha in programma di approvare in settimana un progetto di legge che abolirebbe definitivamente l’imposta di successione, un passo che assicurerebbe al due per cento più ricco del paese di trasmettere tutti i propri beni agli eredi, anziché condividerne parte con il governo.

L’abrogazione costerà al tesoro pubblico­ – con i servizi che deve finanziare ­- circa mille miliardi di dollari in 10 anni.

— Come in molti paesi in via di sviluppo, i membri più poveri della società sono i più dimenticati dai loro governi e viceversa circostanza resa ancor più evidente dopo le dichiarazioni rilasciate giovedì scorso da Michael Brown, direttore dell’Agenzia federale per la gestione delle emergenze (FEMA), secondo cui le vittime dell’uragano sono le maggiori responsabili della loro stessa condizione.

Commentando le stime relative a “migliaia” di abitanti poveri che potrebbero essere morti a New Orleans, Brown, amico di vecchia data del presidente Bush e già consigliere dell’Associazione cavalli arabi, ha dichiarato: “Purtroppo, la colpa è della popolazione che non ha ascoltato tutti gli avvertimenti fatti in anticipo (di evacuare)”.

”L’unica cosa che la gente non sa”, ha osservato il deputato del Mississippi Bennie Thompson, “è che molte persone di colore qui non dispongono di mezzi di trasporto propri. Quando si dice ‘evacuare’ a chi non possiede neanche una macchina, cosa si intende? La maggior parte di loro non poteva farlo”. Di fatto, circa un terzo del mezzo milione di abitanti di New Orleans non possiede un’automobile. Chi è rimasto a casa perché privo di carta di credito o contanti o di un progetto chiaro elaborato dalla FEMA o da agenzie locali per la gestione del disastro, lo ha fatto – come ha detto il deputato Stephanie Tubbs Jones, “perché non sapeva dove andare”.

Chiaramente, è servito un disastro nazionale come Katrina per illustrare i fattori comuni tra le vittime dell’uragano e le loro controparti nel Terzo Mondo, soprattutto perché, come ha fatto notare un editorialista di colore del Washington Post, Eugene Robinson, l’immagine popolare di New Orleans durante le festività del Mardi Gras e il suo “laissez les bons temps rouler” (“fate largo al divertimento”) ha oscurato un’altra realtà, quella di “grande rabbia e risentimento”.

Nei loro servizi iniziali sulla crisi, i media principali erano restii ad affrontare tali questioni, se non per deplorare il “saccheggio” successivo alla tempesta, finché giovedì scorso un giornalista della CNN, Jack Cafferty, ha rimproverato i suoi colleghi per aver ignorato quello che ha definito “l’elefante nella stanza”, dichiarando che “i media non si sono interrogati abbastanza su razza e classe economica della maggior parte delle vittime”.

Venerdì mattina, quando anche lo stesso Bush si è deciso a prendere la scena con il suo tour personale nella devastazione, è sembrato che almeno la discussione fosse stata finalmente avviata, se non altro chiedendosi se si possa chiamare “saccheggio” prendere da negozi abbandonati cibo e altri beni di prima necessità che il governo non era palesemente riuscito a garantire.

”Vi è stata una consapevolezza crescente che la razza e la classe fossero discriminanti non dette nella selezione tra chi venisse tratto in salvo e di chi rimanesse bloccato”, riportava un articolo in prima pagina del New York Times. “Proprio come nei paesi in via di sviluppo, dove i fallimenti delle politiche rurali di sviluppo diventano estremamente chiari al momento di disastri naturali come alluvioni o siccità, …alcune delle città più povere degli Stati Uniti sono state lasciate prive di difesa dalle polizie federali”.

”Il vuoto di legalità è compagno imprescindibile della povertà di massa”, ha fatto osservare USA Today in un editoriale che metteva in risalto il fallimento del governo a comprendere la condizione dei poveri, paragonando le scene provenienti dai luoghi della sciagura a “campi profughi del Terzo Mondo”.

”È triste, ma…non c’è dubbio che quando alla fine New Orleans torner a un qualche tipo di normalità, i suoi poveri diventeranno di nuovo invisibili”, ha scritto il quotidiano. “Almeno fino all’arrivo del prossimo disastro”.