CAMBIAMENTO CLIMATICO: "Finisce un periodo di incertezza"

BONN, 16 febbraio 2005 (IPS) – L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto il 16 febbraio potrebbe non essere sufficiente a combattere il riscaldamento globale, ma chiude “un periodo di incertezza”, afferma Joke Waller-Hunter, segretario esecutivo della Convenzione sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Onu).

Il Segretariato della Convenzione ha sede a Bonn sin dal 1996, dopo la prima Conferenza delle parti (COP1) tenutasi alla Convenzione di Berlino. La Convenzione ha dato vita al Protocollo concordato a Kyoto, in Giappone, nel dicembre 1997 alla COP3.

Per il 16 febbraio sono in calendario una serie di eventi ufficiali in tutto il mondo per celebrare l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Elemento distintivo della cerimonia è la “Staffetta dei messaggi di Kyoto”, con il Ministro dell’ambiente giapponese Yuriko Koike in veste di cerimoniere, e decine di autorità che si scambiano messaggi in collegamento video.

“Il Protocollo offre nuovi potenti strumenti e incentivi che governi, imprese e consumatori possono usare per costruire un’economia a favore del clima, e promuovere uno sviluppo sostenibile”, ha dichiarato Waller-Hunter in un’intervista esclusiva prima della sua partenza per Kyoto, dove parteciperà alla celebrazione.

Segue una versione ridotta dell’intervista:

D: Il Protocollo di Kyoto entra in vigore il 16 febbraio, circa sei anni dopo la sua adozione. Non è già troppo tardi perché sia efficace?

R: Non è mai troppo tardi. Si è chiuso un periodo di incertezza. Il cambiamento climatico è pronto a riprendere il suo posto in cima all’agenda globale.

Secondo il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), la ricerca scientifica più recente suggerisce che le emissioni di biossido di carbonio e di altri gas serra aumenteranno la temperatura media globale di 1,4-5,8 gradi centigradi entro la fine del secolo. Saranno colpiti anche i modelli climatici, le risorse d’acqua, il ciclo delle stagioni, gli ecosistemi e gli eventi climatici estremi.

Gli scienziati hanno già individuato i primi, numerosi, segnali del riscaldamento globale: lo scioglimento dei ghiacciai di montagna e delle banchise polari di Artico e Antartico; la riduzione della copertura di ghiaccio su laghi e fiumi; stagioni estive più lunghe; cambiamento dei periodi di arrivo e partenza degli uccelli migratori; propagazione di diversi insetti e piante verso i poli, e molto altro.

L’orologio continua a scandire il tempo, e nel 2005 dovremo prendere il toro per le corna e tracciare una strategia climatica oltre il 2012.

Mi chiede se sia sufficiente il Protocollo di Kyoto, e io le rispondo che da solo non basta. Ma il Protocollo di Kyoto genera movimento. Prima di iniziare un viaggio, bisogna fare il primo passo. Il Protocollo, giuridicamente vincolante, è un primo passo verso la battaglia contro il riscaldamento globale. Offre strumenti e incentivi potenti che governi, imprese e consumatori possono utilizzare per costruire un’economia a favore del clima e promuovere lo sviluppo sostenibile. Se c’è la volontà politica, sfidare il riscaldamento globale è possibile. Il 16 febbraio segna di fatto l’inizio di una nuova era negli sforzi internazionali per ridurre il rischio di cambiamento climatico.

D: Quali nuove politiche e strategie comporterà l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto?

R: Per la prima volta nella storia della politica ambientale internazionale, si sono stabilite delle regole per una riduzione delle emissioni più efficace nei costi. È stata creata una nuova materia prima: il carbonio. È già operativa una nuova prassi per lo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo, che prevede investimenti privati e trasferimento della tecnologia: il Meccanismo per uno sviluppo pulito (CDM).

Come risultato del Protocollo di Kyoto, 35 paesi industrializzati e la Comunità Europea sono giuridicamente vincolati a ridurre le emissioni combinate dei sei principali gas serra dal 2008 al 2012, sotto i livelli del 1990.

Il regime di “interscambio delle emissioni” permette ai paesi industrializzati la compravendita di crediti delle emissioni; quest’approccio basato sul mercato migliorerà l’efficienza e l’efficacia dei costi per la riduzione delle emissioni.

Il Meccanismo per uno sviluppo pulito (CDM) rappresenta un impulso importante, promovendo gli investimenti sui progetti di paesi in via di sviluppo che promuovano lo sviluppo sostenibile limitando le emissioni.

Anche il Fondo per l’adattamento al protocollo (di Kyoto), stanziato nel 2001, può diventare operativo per aiutare i paesi in via di sviluppo a fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico.

Nel settore privato, diverse aziende dinamiche hanno scelto di essere parte della soluzione. Le tecnologie “a favore del clima” cominciano a farsi strada nel mercato. Il ritmo della ricerca di nuove tecnologie, come l’idrogeno o le applicazioni su larga scala del sequestro di carbonio, sembra acquistare vigore. Ma rimangono ancora molte sfide. Pensiamo ai trasporti, dove le emissioni continuano a crescere. È confortante tuttavia osservare che l’intensità delle emissioni nell’economia mondiale è diminuita, poiché esse stanno crescendo più lentamente del PIL.

D: Australia e Stati Uniti hanno rifiutato di ratificare il Protocollo di Kyoto. Con il 21 per cento delle emissioni globali di gas serra (GHG, gas che generano il riscaldamento globale, in particolare biossido di carbonio e metano) e l’enorme potenzialità tecnica e tecnologica, è difficile immaginare un futuro climatico positivo senza la partecipazione attiva degli Usa. Esistono dei segnali concreti che, dietro le pressioni di imprese e di Ong ambientali, questi paesi adotterebbero i provvedimenti necessari per raggiungere gli obiettivi di Kyoto, avallando tutti gli strumenti offerti dal Protocollo?

R: Anche se l’Australia non ha ratificato il Protocollo di Kyoto, il suo governo si è impegnato a rispettarne gli obiettivi. Gli Stati Uniti non hanno ratificato il Protocollo. Ma alcune azioni sono state avviate, in particolare a livello statale: circa 40 Stati Usa hanno sviluppato i propri programmi climatici; nei paesi nord-orientali sta nascendo un sistema di “interscambio delle emissioni”, e circa 20 Stati hanno adottato standard aggressivi per l’energia rinnovabile. Inoltre, negli ultimi due anni, ci sono state più di 100 proposte del Congresso relative alla politica climatica da parte dei rappresentati di quasi tutti gli Stati. Anche le imprese stanno iniziando a prendere più seriamente in considerazione la riduzione delle emissioni.

D: I paesi in via di sviluppo, tra cui Brasile, Cina, India e Indonesia, fanno anch’essi parte del Protocollo, ma non hanno obiettivi di riduzione delle emissioni. Contano sul fatto che la Convenzione quadro dell’Onu del 1992 sul cambiamento climatico chiedeva ai paesi sviluppati di assumere un ruolo decisivo per combattere il cambiamento climatico e i suoi effetti negativi. Gli strumenti del Protocollo di Kyoto bastano ad aiutare e a incoraggiare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e a dedicarsi attivamente al cambiamento climatico?

R: Le Parti firmatarie della Convenzione hanno adottato decisioni per promuovere lo sviluppo e il trasferimento delle tecnologie ecologiche ad ogni sessione della COP. Alla COP 4 (la quarta conferenza delle parti della Convenzione Onu sul cambiamento climatico) di Buenos Aires nel novembre 1998, nell’ambito del Piano d’azione di Buenos Aires, le parti hanno deciso di dare nuovo impulso alla questione per avviare un “processo consultivo” sul trasferimento della tecnologia.

Quattro anni dopo, la COP 8 ha fatto emergere l’adattamento (al Protocollo, N.d.T.), adottando la Dichiarazione ministeriale di Delhi sul cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile. Da allora si manifestata sempre di più la necessità di un adattamento. Il processo della Convenzione gioca un ruolo importante a livello globale, ma questo vale anche per altre organizzazioni internazionali. Si devono sviluppare approcci efficaci di cooperazione internazionale per l’adattamento. A livello nazionale, i governi adotteranno le misure per identificare vulnerabilità e rischi, così come delle politiche di sviluppo per ridurli.

D: “Garantire la stabilità ambientale è l’ultimo degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), che a settembre dovranno essere revisionati dall’Assemblea Generale dell’Onu. Ci si aspetta qualche iniziativa in particolare della comunità internazionale per accelerare le misure volte a raggiungere gli obiettivi di Kyoto?

A: Affrontare il problema del riscaldamento globale è fondamentale per gli MDG. L’obiettivo 7 afferma chiaramente che il cambiamento climatico sta causando l’aumento del livello del mare che minaccia le aree costiere e interi paesi, come gli stati insulari del Pacifico. L’energia tra i settori in cui emerge più chiaramente il divario tra ricchezza globale e povertà globale, e le ingiustizie sociali ed economiche che ne derivano. Un miliardo di poveri nel mondo non hanno accesso regolare alle riserve energetiche, per cui sono costretti a decimare alberi per farne legna da ardere o a bruciare combustibili altamente inquinanti, come il cherosene, nocivi per la salute dell’uomo.

Su questo sfondo, il primo ministro britannico Tony Blair si è impegnato a usare il G8 in Gran Bretagna e le presidenze Ue per una svolta in Africa e sul cambiamento climatico. Bisogna sviluppare un pacchetto di misure pratiche, fortemente concentrato sulla tecnologia di riduzione delle emissioni. Dobbiamo cercare la via per implementare la vasta gamma di tecnologie a basso uso di carbone che sono già state sviluppate. Abbiamo bisogno di efficienza energetica, e di combustibili fossili più puliti.