SVILUPPO-ARGENTINA: Un antidoto contro l’esclusione

BUENOS AIRES, 15 febbraio 2005 (IPS) – L’economia solidale che migliaia di lavoratori stanno costruendo in Argentina, tramite cooperative industriali e rurali, imprese recuperate e autogestite e piccole iniziative imprenditoriali, sarà al centro di un ampio confronto che verrà promosso quest’anno da organizzazioni politiche, sociali e di categoria.

Ci sono molti casi in Argentina di realtà che realizzano attività economiche con obiettivi diversi da quello del capitale, con strutture orizzontali e una gestione democratica e partecipativa.

“Esistono degli esempi nel paese da oltre cent’anni. Oltre alle già tradizionali cooperative, mutue e altre forme associative, hanno fatto la loro comparsa numerose microimprese che agiscono in forma solidale, i cosiddetti acquisti collettivi e molte altre alternative di economia popolare”, si legge in un documento del Programma di Economia Sociale della Central de Trabajadores Argentinos (CTA).

Dopo la crisi del 2001, che in pratica portò al collasso dell’economia provocando gravi danni sociali, iniziative di questo tipo sono sorte come funghi.

La CTA, insieme ad altre organizzazioni sociali, politiche, accademiche e studentesche, convocherà diversi settori per discutere e concordare progetti di consolidamento delle esperienze di economia sociale, come alternative a modelli economici che generano esclusione.

Tra queste esperienze, vi sono piccoli produttori integrati in economie regionali; lavoratori che, di fronte alla perdita del posto di lavoro, si organizzano per il recupero dell’impresa; comunità che si uniscono per rispondere a bisogni fondamentali, come salute, alloggio o alimentazione; e iniziative che, se isolate, sarebbero inattuabili, ma che stanno conquistando spazi di scambio e collaborazione.

“L’economia sociale – ha spiegato all’IPS Soraya Giraldez, dell’Instituto de Estudios y Formación (IEF) della CTA – “cambia le attuali regole del gioco, che cercano solo di ottimizzare i benefici dei pochi a partire dall’accumulazione del capitale, e punta a migliorare la qualità di vita dei lavoratori e delle loro famiglie in base a un sistema di soddisfazione dei bisogni basato sulla cooperazione, la solidarietà e l’autogestione”.

“Queste esperienze dimostrano che è possibile avanzare verso nuove forme di distribuzione della ricchezza”, ha osservato Giraldez.

Bisogna trovare forme più giuste di organizzare la produzione, il lavoro, il consumo e la distribuzione. Così si trasforma il rapporto tradizionale tra il capitale e il lavoro, proprio del capitalismo, verso una struttura alternativa.

Negli ultimi anni sono comparse le fabbriche, abbandonate o chiuse dai proprietari, e recuperate dai loro ex dipendenti; le imprese di autogestione, le cooperative rurali e i gruppi di baratto di beni e servizi.

Queste forme producono saldi positivi dal punto di vista organizzativo, soddisfano i bisogni in maniera innovativa e possono arrivare a mettere in discussione aspetti chiave del sistema dominante, mettendo ad esempio i mezzi di produzione nelle mani dei lavoratori.

Alla proposta promossa dalla CTA lavorano le università di Buenos Aires, La Plata e General Sarmiento, l’Instituto Movilizador de Fondos Cooperativos, la Federazione Agraria Argentina, il Centro Nueva Tierra, il comitato locale del Forum Sociale Mondiale e molte organizzazioni non governative (Ong).

Con diversi apporti, questi organismi tentano di creare strumenti di assistenza tecnica, formazione e sostegno per l’attuazione di progetti fattibili, come ad esempio consulenza per la formazione di reti commerciali e di cooperazione.

Collaborano poi nella gestione di programmi ufficiali di assistenza alla disoccupazione, allo scopo di convogliarli in esperienze produttive, aiutando anche i lavoratori ad ottenere l’appoggio di organismi pubblici e privati.

Ma queste azioni puntano soprattutto ad articolare e a creare realtà organizzative per evitare esperienze economiche isolate ed includerle in uno stesso progetto politico e sociale.

Al momento, più di 20 attività produttive e di servizi a Buenos Aires e nella provincia della capitale, hanno dato informazioni sulle loro esperienze, con l’intento di elaborare un database per articolare il lavoro e favorire la comunicazione.

Per la CTA, è fondamentale creare uno spazio a partire dal IEF, per offrire formazione e consulenza tecnica ai progetti e per favorire gli incontri e lo scambio tra le diverse iniziative.

Un punto chiave è l’identificazione degli ostacoli all’economia sociale, quasi sempre legali (perché essa è basata su nuove forme associative), ma anche fiscali e creditizi.

Il confronto punterà all’accesso a piccoli crediti, recupero di imprese chiuse e spazi pubblici inattivi, circuiti di vendita senza intermediari e pubblicità, affinché lo Stato riconosca queste produzioni come dispensatrici di programmi alimentari e sociali.

Ma l’impegno statale, secondo la CTA, deve andare oltre l’assistenzialismo e, a partire dagli investimenti, aprire nuove strade, stimolare industrie specifiche e contribuire a riattivare le economie regionali, uno dei punti chiave della proposta che verrà elaborata quest’anno.

“L’economia sociale non è un’economia di povertà” – ha dichiarato Giraldez – ma un’iniziativa per cui è necessaria la partecipazione dello Stato, “che deve adottare misure tendenti a ridurre l’accumulazione del capitale” nei settori dominanti.

L’esperta ha ricordato che “prima dell’arrivo di José Martínez de Hoz al Ministero dell’economia (con il golpe militare del 1976) in Argentina c’erano più di 200 banche solidali, mentre oggi non ne rimane in pratica nessuna”.

Secondo la CTA, “le conseguenze del modello di esclusione consolidatosi negli ultimi anni sono ben note”. Ma “al di là di quelle che possono riflettersi nei terribili indicatori socioeconomici, esiste una preoccupante disarticolazione sociale che impedisce di realizzare uno sviluppo endogeno delle comunità”.

All’inizio di quest’anno, il 60 per cento dei salariati non guadagnava a sufficienza per coprire i bisogni minimi di beni e servizi per quattro persone. E all’interno di questa fascia, 250.000 persone sono diventate indigenti, poiché impossibilitate ad acquisire persino gli alimenti di base.

Secondo l’Istituto nazionale di statistiche e censimenti, il 44 per cento dei 37 milioni di argentini sono poveri e, di questi, il 17 per cento indigente.

Il 10 per cento più ricco della popolazione ha 26,3 volte più entrate rispetto al 10 per cento più povero.

Il 20 per cento più ricco percepisce il 53,1 per cento delle entrate, i settori medi (40 per cento) il 34,7 per cento, e la fascia più bassa (il restante 40 per cento) riceve appena il 12,2 per cento.

Secondo Giraldez, “è necessario un nuovo soggetto politico capace di generare proposte, che abbia il potere di esercitare pressioni e raggiungere i propri obiettivi. In altre parole, un collettivo che possa produrre trasformazioni”.

In molti paesi dell’America Latina, come il Venezuela e il Brasile, sono in gestazione e si stanno istituzionalizzando progetti di economia sociale ai quali l’Argentina dovrebbe fare riferimento.

Quanto all’accesso a canali di microcredito dall’estero, Giraldez ha osservato che “se arrivano dei fondi, questi serviranno nella misura in cui qui riusciremo a creare le condizioni affinché i progetti sopravvivano”.

Per di più, non tutte le attività imprenditoriali di economia sociale potranno proiettarsi sul mercato esterno, giacché difficilmente possono “competere con imprese di grandi dimensioni”.

Per questo, ha suggerito l’esperta, una delle chiavi del successo sarà “rendere dinamico il mercato interno”, ancora depresso da disoccupazione e sottoccupazione che colpiscono più di 5,5 milioni di argentini, quasi un terzo della popolazione economicamente attiva, che di 16,8 milioni di persone.