AMBIENTE: Lo sviluppo umano al servizio della natura

PARIGI, 9 febbraio 2005 (Tierramérica) (IPS) – Lo sviluppo umano in Africa, Asia e America Latina è fondamentale per proteggere la diversità di piante e specie animali. Ad affermarlo è il biologo Edward O. Wilson, professore emerito all’Università di Harvard e uno dei “padri” del concetto di biodiversità.
“L’ottanta per cento della popolazione umana vive nei paesi del Sud in via di sviluppo, dove è concentrata la maggior parte delle specie, in particolare nelle giungle tropicali di Africa, America Latina e Asia”, ha dichiarato Wilson a Tierramérica.

“Il problema è che le popolazioni che vivono in queste regioni distruggono le risorse naturali che le circondano e, con esse, le specie, poiché non hanno altri mezzi di sussistenza. Per questo è essenziale, per preservare la biodiversità, migliorare le condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo”, ha dichiarato l’eminente biologo.

Wilson sollecita tutti i paesi ricchi “ad aumentare il loro sostegno allo sviluppo di quelle regioni, e a includere nei propri programmi gli obiettivi per la conservazione della biodiversità”.

Wilson era a Parigi in occasione della conferenza internazionale “Biodiversità, scienza e governance”, che si è svolta dal 24 al 28 gennaio e ha richiamato esperti e autorità da tutto il mondo.

Obiettivo della conferenza era cercare delle vie per mettere in pratica la Convenzione sulla diversità biologica, approvata al Vertice della Terra di Rio de Janeiro, organizzato dalle Nazioni Unite nel 1992.

La Convenzione è entrata in vigore nel 1993, benchè il governo degli Stati Uniti non l’abbia mai ratificata, e il testo rimanga lettera morta per la mancanza degli strumenti che obbligherebbero governi, imprese e individui a proteggere la biodiversità.

Secondo Wilson, tale protezione è indispensabile per garantire la sicurezza ambientale dell’umanità poiché le diverse specie forniscono dei servizi gratuiti all’uomo, come la pulizia delle acque, la stabilizzazione dell’atmosfera, e la preparazione di terreno fertile.

“Economisti ed ecologisti hanno calcolato che il valore annuale di questi servizi, forniti gratuitamente agli esseri umani, è di circa 30 migliaia di miliardi di dollari, più del prodotto interno lordo globale”, ha dichiarato.

Alla conferenza di Parigi, scienziati e funzionari di governo hanno riconosciuto che le attività dell’uomo sono un fattore determinante che accelera l’estinzione delle specie: circa 16.000 specie animali e 60.000 tipi di piante sono in pericolo.

I partecipanti alla conferenza hanno affermato che il rapido processo di estinzione, paragonabile alla scomparsa dei dinosauri, avanza, nonostante le convenzioni internazionali e i numerosi discorsi ufficiali sui rischi che esso comporta per il pianeta.

Per esempio, nel 2002, all’Aia, i paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica si sono impegnati a ridurre significativamente il tasso di distruzione della biodiversità entro il 2010, ma ciò non ha impedito a governi come quello francese di permettere la costruzione in aree ad alto rischio, come i ghiacciai delle Alpi.

Meno di due mesi fa, Parigi ha autorizzato lo sfruttamento dei ghiacciai rocciosi del passo di Vars nelle Alpi francesi, vicino al confine italiano, uno dei due ecosistemi al mondo dove vive il Brachyta borni, un rarissimo coleottero scoperto per la prima volta nel 1997.

A causa di situazioni come questa, “noi scienziati abbiamo l’impressione che non si facciano progressi nella protezione della biodiversità, sebbene la crisi abbia raggiunto proporzioni storiche”, ha detto Michel Loreau, presidente del comitato scientifico della conferenza di Parigi.

“Dobbiamo mostrare a governi, imprese private e individui le conseguenze delle loro azioni sull’ambiente”, mediante indicatori chiari e comprensibili sull’estinzione delle specie, che illustrino la crisi della biodiversità, hanno dichiarato gli scienziati in un appello pubblico lanciato durante la conferenza.

Gli esperti hanno suggerito di creare una nuova struttura scientifica, simile al Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), istituito dall’Organizzazione meteorologica mondiale e dal Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) nel 1988. Il compito dell’IPCC utilizzare i dati scientifici per fornire indicazioni rilevanti sulla comprensione del processo di riscaldamento globale.

Uno di questi enti è già attivo, il Millennium Ecosystem Assessment, avviato nel giugno del 2001 dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan per informare sulle conseguenze per l’umanità della distruzione dell’ecosistema e delle specie.

Oltre agli istituti per l’analisi e la diagnosi, concordano gli esperti, prioritario fare un inventario delle specie nel mondo; uno sforzo colossale per il quale gli scienziati non hanno sufficienti risorse.

Philippe Bouchet, docente presso il Museo nazionale di storia naturale a Parigi, ha dichiarato: “Per catalogare 10.000 specie di uccelli, disponiamo di un vero e proprio esercito per la raccolta dati, grazie a istituzioni come la Lega per la protezione degli uccelli, o BirdLife International. Ma per più di un milione di specie di insetti, la nostra capacità di raccogliere informazioni non arriva a coprirne nemmeno un centesimo”.

“Perché una specie esista nella nostra coscienza, deve avere un nome. Ma se la società non vuole investire per assicurare una convivenza vitale con 30 milioni di specie, anche un inventario sarà considerato uno sforzo inutile”, ha concluso Bouchet.

(*) Julio Godoy è corrispondente dell’IPS.(FINE/2005)