ITALIA-POLITICA: Dove sono le Donne? (Seconda parte)

ROMA, 22 settembre 2009 (IPS) – Secondo Angelica Mucchi-Faina, docente di psicologia all’Università di Perugia, “in Italia non si può nemmeno parlare di pari opportunità per le donne in politica”.

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Ma l’Italia ha firmato la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW) nel 1980, ratificandola nel 1985.

L’Italia ha quindi modificato nel 2003 l’articolo 51 della Costituzione, introducendo il principio di eguaglianza nell’accesso alle cariche politiche. Per la prima volta il concetto di pari opportunità è entrato nella Costituzione. Il Ministero delle Pari Opportunità esiste dal 1996.

Ma per Angelica Mucchi-Faina, ci sono tre fattori che ancora frenano l’accesso delle donne alla politica.

“Primo, il carico delle responsabilità familiari che è ancora prevalentemente in mano alle donne”, afferma. “Si pensi che in Italia le donne dedicano all’attività di cura dei familiari e della casa il 24 per cento del loro tempo giornaliero, contro l’8 per cento degli uomini; in secondo luogo, il maschilismo presente in politica che scoraggia in tutti i modi le donne dall’intraprendere questa strada.

Mettere nomi di donne a piè di lista è un modo come un altro per cercare di salvare la faccia senza farle eleggere, uno specchietto per le allodole. Non sono le quote che chiudono le donne nella riserva indiana, bensì gli uomini che sono asserragliati nel monte Athos della politica e non hanno nessuna intenzione di aprire le porte”. Continua Mucchi Faina: “Terzo punto, la consapevolezza delle donne che per emergere in politica devono essere molto, ma molto più brave e devono impegnarsi di più degli uomini”.

Alcuni dei punti da lei toccati coincidono con un inchiesta del 2004 redatta dal Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne, un gruppo di esperti che vigila sui progressi che le donne hanno fatto nei paesi facenti parte del CEDAW 1979.

“La mancanza di rappresentanti donna nell’arena politica è dovuta principalmente a tre fattori”, dice il documento. “Il primo è legato alla figura della donna, dipinta solitamente come persona debole, che necessita di protezione; un’immagine che non piace alle donne stesse, considerate inadatte per l’ambiente dove il potere viene esercitato”.

“Il secondo riguarda l’immagine intrinseca della classe politica italiana, che tende a rappresentare e a riprodurre sé stessa, e tende perciò ad avere un unico punto di vista, perché non svolge il suo ruolo attraverso una relazione aperta e vitale con la società civile”, continua il testo.

“Mentre i primi due fattori sono radicati nella cultura italiana, il terzo ha forti connotazioni politiche. Oggi ci sono ancora molti ostacoli per le donne che vogliono prendere parte alla vita politica, a causa delle difficoltà di conciliare il ruolo femminile nella politica e nel lavoro con la vita familiare”, conclude.

Anche per Anne Maass, docente all’Università di Padova, “i politici non vogliono perdere i loro privilegi. Gran parte dei politici italiani sono politici di professione, estremamente ben pagati (circa 4 volte più dei loro colleghi spagnoli). A meno che non siano esposti ad una forte pressione dalla loro base e dalle poche parlamentari, si opporranno in tutti modi ad un tale cambiamento.

“Questa pressione spesso non avviene perché la gente semplicemente non è a conoscenza dei vantaggi che comporta un’equa rappresentanza femminile”, aggiunge Maass.

“La nostra televisione non si interessa degli affari esteri”, spiega Maass. La conoscenza delle lingue straniere è così limitata che la maggioranza della popolazione non è in grado di cercare informazioni al di fuori delle fonti locali. Gli italiani semplicemente non sanno che mezzo mondo ha le quote…Solo le persone che leggono giornali non controllati da Berlusconi comprendono che il sessismo italiano sarebbe impensabile in altri Stati, che gli insulti sistematici a donne, omosessuali e immigrati sarebbero inaccettabili.”

Per Forza Italia, il partito che ha portato al potere Silvio Berlusconi, “Le donne fanno da sempre molta “politica”, ma in un modo diverso da quello tradizionalmente inteso. La loro è una politica delle relazioni, è un’opera di mediazione e di buonsenso che si concretizza nella vita di tutti i giorni.”

E quello che tiene le donne lontane dalla politica è “fisiologico”, spiega un documento realizzato nel 2004 da Donna Azzurra, il coordinamento della città di Milano per Forza Italia.

“Occorre motivare le donne perché si interessino alla politica, è necessario “educarle”, sostenerne l’impegno ed innalzare il livello della preparazione di coloro che aspirano a far parte delle Assemblee locali.”

Ma per Angelica Mucchi-Faina così non è. “Il ricorso all’idea di una “natura femminile” che rende le donne poco adatte a ricoprire cariche e posizioni di responsabilità in politica, come in altri campi, è assai difficile da sostenere.

Se fosse vero che le donne sono troppo concrete per dedicarsi ai temi alti della politica nazionale e internazionale troveremmo molte donne nel governo dei comuni, dove si affrontano questioni locali e si decide di problemi pratici.

Ma una recente ricerca dell’Anci ci dice che degli oltre 148 mila amministratori comunali italiani, le donne rappresentano solo il 17,6%. E allora?”

“Certe capacità che le donne hanno sviluppato particolarmente, quali l’ascolto e la mediazione, sono indispensabili per un’efficace azione politica. Perché fare politica significa prendere decisioni e amministrare i vari settori dello stato in nome dei cittadini, esserne il rappresentante in sede istituzionale” aggiunge.

Le elezioni europee sono state precedute e seguite dai cosiddetti “sexygate”, inclusi i flirt di Berlusconi e la nomina di candidate per il PDL accusate di essere state scelte unicamente per il loro aspetto fisico. Berlusconi si era vantato in precedenza dell’avvenenza delle sue candidate.

Delle quattro ministri donna del governo Berlusconi, solo due di loro guidano un ministero con portafoglio (Stefania Prestigiacomo, Ministero dell’Ambiente e Maria Stella Gelmini, Ministero dell’Istruzione). Giorgia Meloni, Ministro delle Gioventù e Mara Carfagna, Ministro delle Pari Opportunità, ne sono invece sprovviste. Mara Carfagna, in precedenza showgirl televisiva, era stata oggetto dell’attenzione di Berlusconi, che aveva pubblicamente flirtato con lei.

“Questi scandali dimostrano come si sia perso il senso della dignità dello stato e del lavoro politico”, dice Chiara Volpato, professore di Psicologia Sociale all’Università Bicocca di Milano. Le ricerche condotte in questo campo distinguono tra sessismo ostile e sessismo benevolo. Berlusconi ed il suo seguito rientrano in entrambe le tipologie.

Volpato pensa che ci siano però dei segnali di reazione dalla società civile contro il “totalitarismo mediatico di Berlusconi”. “E’ difficile dar voce oggi, in Italia, al dissenso: Berlusconi esercita sui mass media un controllo impensabile in qualsiasi altro paese democratico, dice Volpato. Credo che questo fatto renda oggi l’Italia un paese border-line tra democrazia e una forma di regime”.

Comunque “dopo il sexygate degli ultimi mesi, mi pare che ci sia una crescente resistenza, morale e politica, alla degenerazione in atto…Con fatica le donne stanno uscendo dal silenzio, la richiesta di rompere il conformismo viene dai singoli, dalla società civile, dai sacerdoti, dalle donne, dai giovani. Sono i vertici – dei partiti, delle istituzioni, della chiesa, di molti mass media – che si muovono con grande ritardo.” ©IPS

*Miren Gutierrez is IPS Editor in Chief