WASHINGTON, 6 agosto 2009 (IPS) – Il recente incontro tra il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki e il presidente curdo Massoud Barzani sembra rappresentare un passo avanti cruciale verso un allentamento delle tensioni nel paese, ma non dissipa i dubbi sulla possibilità che i due leader riescano a mettere fine alle divergenze.
L’incontro è arrivato quando ormai la febbre delle elezioni parlamentari in Kurdistan si è attenuata, e in un momento di forti pressioni degli Stati Uniti per riportare le due parti al tavolo dei negoziati.
È la prima volta dopo un anno che i due leader aprono un dialogo diretto nella cittadina settentrionale Dukan – sembra con la mediazione del presidente iracheno Jalal Talabani, un curdo.
Mentre i due leader si scambiavano parole di conciliazione e decidevano di portare avanti i contatti di alto livello, gli scettici si auguravano che quello fosse davvero un passo avanti verso la risoluzione finale delle dispute tra le due parti.
“Spero che la visita del premier Maliki nella regione del Kurdistan non sia solo propaganda elettorale, e che l’incontro porterà alla risoluzione delle divergenze tra il governo regionale [del Kurdistan] e il governo centrale”, ha dichiarato Dhafer al-Ani, capo del blocco del Tawafuq – il più ampio gruppo arabo sunnita del parlamento iracheno.
In realtà, con le elezioni parlamentari irachene previste per gennaio, qualcuno potrebbe considerarlo un tentativo di Maliki di riconquistare il favore dei curdi per restare in carica dopo le elezioni.
Pur segnando un riavvicinamento tra le due parti, non sembra che il recente incontro vada necessariamente nella direzione di una risoluzione delle discordanze. Entrambi i leader rischierebbero la carriera politica e la loro popolarità se volessero davvero raggiungere compromessi significativi – senza i quali un accordo non appare fattibile.
L’incontro tra i leader curdi e Maliki sembra essere stato favorito da alcuni recenti sviluppi.
Durante la sua visita a Washington lo scorso mese, il presidente Usa Barack Obama aveva sollecitato Maliki a mostrare maggiore flessibilità verso gli altri gruppi iracheni, per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tre pezzi grossi dell’amministrazione – il vicepresidente Joe Biden, il segretario alla difesa Robert Gates e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti l’ammiraglio Michael Mullen – si erano recati in Iraq a luglio per comunicare chiaramente a Maliki e ai leader curdi il desiderio di Washington di una ripresa del dialogo tra le due parti.
Ma bisognava aspettare la fine delle elezioni presidenziali e parlamentari curde.
Durante la campagna è emersa una chiara retorica nazionalistica, soprattutto nel tentativo della coalizione al governo di Barzani e Talabani di ottenere più voti enfatizzando le “minacce” dall’esterno cui i curdi dovevano far fronte. In più di un’occasione, Barzani aveva dichiarato di non voler raggiungere nessun compromesso con Baghdad sulle richieste dei curdi.
Con la forte opposizione emersa alle elezioni, la domanda per molti era se la politica curda nei confronti di Baghdad avrebbe visto cambiamenti significativi. Durante le recenti elezioni curde, la coalizione congiunta al governo di Barzani e Talabani ha ottenuto solo il 58 per cento dei voti, secondo i primi risultati annunciati dalla commissione elettorale dell’Iraq. Circa il 37 per cento è andato agli altri due principali gruppi d’opposizione, in quello che è stato vissuto come uno shock per l’establishment politico nel Kurdistan iracheno.
Ma lo stesso Barzani è stato rieletto come presidente curdo, con quasi il 70 per cento dei voti. L’opposizione l’ha accusato però di non aver gestito bene la questione curdi-Baghdad.
L’incontro di Barzani con Maliki prima che venisse annunciato l’esito delle elezioni indicava la volontà da parte del leader curdo di continuare a gestire personalmente le relazioni con Baghdad – senza coinvolgere troppo il futuro parlamento.
Con il ritiro delle truppe Usa previsto per la fine del 2011, molti pensano che i curdi non avranno il tempo dalla loro parte. E questo mentre il governo nazionale diventa ogni giorno più potente, spesso a discapito del governo regionale del Kurdistan (KRG).
“Il KRG deve raggiungere in fretta una qualche forma di accordo con Baghdad, perché non è abbastanza forte per combatterla sul lungo periodo”, ha sostenuto Michael Gunter, professore di scienze politiche alla Tennessee Tech University.
“Chi si occuperà degli interessi nazionali curdi sul lungo periodo, e dopo che gli Usa avranno lasciato il paese?”, ha detto Gunter, che da anni scrive sulla questione curda.
I curdi sono stati i principali alleati Usa nel paese sin dall’invasione dell’Iraq nel 2003, e l’esercito americano è intervenuto diverse volte per impedire lo scoppio delle violenze tra le forze militari curde e irachene. Nell’ultimo episodio, l’esercito iracheno era diretto verso la città curda di Makhmur, a est di Mosul; data l’alta probabilità di scontri, l’esercito Usa era riuscito ad allentare le tensioni, convincendo le unità irachene a non entrare in città.
Visto l’aumento delle tensioni negli ultimi mesi tra i curdi da una parte, e il governo centrale e gli arabi iracheni dall’altra, qualcuno a Washington e a Baghdad ha accusato i curdi di aver adottato una posizione radicale e intransigente. Ma molti nel Kurdistan si oppongono con vigore a tale affermazione.
Shaqfiq Qazzaz – un veterano delle politiche curde – rifiuta qualsiasi etichetta che definisca le posizioni curde “esagerate ed estreme”.
“Ogni qualvolta l’Iraq è in difficoltà, è ai curdi che viene chiesto di adattarsi e di scendere a compromessi… Loro definiscono i limiti del gioco, ma dimenticano che anche i curdi hanno i loro limiti”, ha commentato in un’intervista telefonica da Irbil, Iraq, Qazzaz, che fino a qualche anno fa era ministro del KRG. “Il compromesso che possono raggiungere i leader curdi ha un limite, altrimenti passerebbero dalla parte dei perdenti e il loro popolo non lo accetterebbe”.
Le divergenze tra il KRG e il governo di Baghdad includono i confini del Kurdistan, i diritti di esplorazione di gas e petrolio, il potere del KRG nei confronti di Baghdad, e lo status dei Peshmarga, i combattenti curdi. Al centro delle dispute, il problema cronico di Kirkuk, che ha reso problematiche le relazioni dei curdi con quasi tutti i governi iracheni sin dalla nascita del paese, negli anni ’20. © IPS

