EDITORIALE: Golpe in Honduras, un’altra sfida per Obama

LISBONA, 8 agosto 2009 (IPS) – Sono bastati pochi mesi a Barack Obama per rivoluzionare, pacificamente, gli Stati Uniti e il mondo. Ha cambiato radicalmente le politiche di Washington, sia sul piano interno che su quello esterno, con evidenti conseguenze su scala mondiale, a dispetto di una crisi finanziaria ed economica che nonostante qualche segnale di miglioramento, è ancora lontana da un’inversione di marcia.

Mario Soares IPS

Mario Soares
IPS

Il presidente nordamericano ha dovuto fronteggiare diversi anticorpi radicati in un passato funesto, che comincia ad essere dimenticato, ma che è ancora importante per gli interessi feriti di chi antepone il profitto alle persone e alla loro dignità fondamentale.

Questo emerge ad esempio nella crisi emblematica scoppiata in Honduras il 28 giugno, che rappresenta un banco di prova sia per Obama che per il presidente venezuelano Hugo Chávez, anche se entrambi hanno condannato (forse per ragioni diverse) il golpe che ha destituito il legittimo presidente Manuel Zelaya. Perché? Perché per la prima volta nella storia bicentenaria delle complesse relazioni tra Stati Uniti e America Centrale e del Sud, un presidente nordamericano ha condannato senza mezzi termini un golpe militare che ha abbattuto un governo democratico. Storicamente, Washington ha sempre sostenuto questi golpe, quando non li ha incoraggiati o addirittura ne è stata complice, come nel caso – un esempio tra tanti – del generale Augusto Pinochet in Cile.

Obama dichiara – e mette in pratica – una politica diametralmente opposta in America Latina, come dimostra l’apertura verso Cuba, che continua, e la mano tesa verso Chávez, che ha reagito oscillando tra l’elogio e la diatriba.

È ovvio che lo scacchiere latinoamericano è estremamente complesso; da una parte, persistono contraddizioni difficili da superare tra i diversi paesi, che a loro volta mantengono – e non dimenticano – fondati reclami nei confronti del loro vicino del Nord. E nonostante le loro marcate peculiarità nel quadro di una radice comune, oggi tutti i paesi della regione sono democratici, e per questo un golpe militare contro un governo democraticamente eletto è assolutamente inaccettabile.

Oscar Arias, attuale presidente del Costa Rica e Premio Nobel della Pace, è stato proposto come mediatore nel conflitto ed è la persona giusta per un compito così delicato.. Segue da decenni la situazione in America Centrale e in tutta la regione, conosce bene i politici nordamericani del passato e del presente e conta su un grande prestigio personale e politico.

Nell' intervista al quotidiano spagnolo El País, Arias ha dichiarato che, oltre a “essere in contatto con molti presidenti latinoamericani, con Washington e con il Re di Spagna”, ha un dialogo aperto con il presidente legittimo Zelaya e con il presidente de facto designato dai golpisti, Roberto Micheletti; e che “qualsiasi accordo deve prima passare per il ritorno di Zelaya alla presidenza”.

Ma questo obiettivo non verrà raggiunto se si cercherà di forzare il suo rientro in Honduras senza un accordo previo, come già tentato da Zelaya il 25 luglio. In questo modo si alimenta piuttosto il conflitto militare latente, che può rivelarsi disastroso per tutte le parti.

Secondo Arias, “tutto dipende da Stati Uniti e Europa”. Ma non solo. Il mondo è tornato al multilateralismo, e ci sono altre forze che contano, come i vicini Brasile, Nicaragua, Venezuela e altri.

Certo, è già passato più di un mese, ed è comprensibile l’impazienza di Zelaya, e il suo desiderio di evitare che il governo de facto si consolidi.

Nel frattempo, la situazione in Honduras diventa sempre più difficile, a causa delle pressioni internazionali e del problema dei rifornimenti.

C’è un aspetto che mi sembra decisivo: Barack Obama non può tornare indietro rispetto all’impegno assunto immediatamente dopo il golpe. Se lo facesse – ma non credo – perderebbe un capitale inestimabile: la credibilità di cui gode in America Latina. ©l'Unità