IRAQ: La voce dei ribelli

BAGHDAD, 16 agosto 2004 (IPS) – L’ultima ondata di combattimenti in Iraq è stata la prima, vera prova per il nuovo governo iracheno, subentrato a fine giugno all’autorità di occupazione anglo-americana

La relativa calma iniziale che ha salutato il passaggio di potere si sta sgretolando in tutto il paese. L’opposizione alla nuova autorità è stata forte fin da subito.

“Questo governo fallirà. Non lo riconosciamo perché è un governo fantoccio al servizio degli Stati Uniti. Non è cambiato nulla, siamo ancora sotto occupazione”. Parole relativamente moderate se si considera il tono che Abdel Jabbar Kubaisi riserva normalmente a Stati Uniti e alleati.

Kubaisi è editore del “Nidaa al-Watan”, un settimanale apertamente schierato con i ribelli. Kubaisi è un sunnita della città di Faluja, fino ad oggi roccaforte della resistenza, e cioè prima che i combattimenti si estendessero a sud del paese ed in particolare a Najaf.

“L’Iraq rimarrà, l’occupazione no”, proclamano i titoli del “Nidaa al-Watan”. Il giornale si autodefinisce “la voce dell’opposizione contro l’occupazione”.

Ogni settimana, le pagine del giornale contengono violenti attacchi contro gli Stati Uniti, i suoi alleati e contro qualsiasi uomo politico iracheno non in linea con il pensiero di Kubaisi.

Perché prima di tutto Kubaisi è un uomo politico, a capo dell’Alleanza patriottica irachena (API), un piccolo partito che negli anni ’80 e ’90 si opponeva a Saddam Hussein. Due dei suoi fratelli vennero uccisi dal regime.

Tuttavia, alla fine del 2002 Kubaisi era tra quei politici dell’opposizione che Saddam Hussein ha invitato a rientrare dall’esilio per discutere del processo di democratizzazione. Un gesto visto da molti come un ultimo tentativo di impedire l’invasione delle forze statunitensi; per Kubaisi, la possibilità di avere un ruolo nel nuovo ordine iracheno.

“Volevamo spodestare Saddam Hussein”, spiega ora Kubaisi nel giardino della sua villa nel quartiere al-Amariya, a Baghdad. “Ma eravamo contrari ad un invasione di truppe straniere”. L’unica alternativa che abbiamo, come popolo iracheno, è combattere l’occupazione”, dice in inglese, parlando animatamente.

“L’invasione ha distrutto le nostre radici, la cultura, la nostra eredità e dignità”. Quando parla dei ribelli, ne parla come fosse uno di loro. “La resistenza armata vincerà, sono sulla nostra terra”.

Kubaisi sembra essere intimamente vicino al pensiero dei combattenti e alle loro strategie militari. Ad aprile, sull’emittente satellitare araba al-Jazeera, ha criticato duramente la decisione di un cessate il fuoco concesso dai ribelli a Faluja, perché indeboliva la causa.

Si dice entusiasta di combattere al fianco dell’attivista sciita Moqtada al-Sadr e del suo esercito di Mehdi. “E’ un vero patriota”, afferma Kubaisi. E dice di comprendere i periodici cessate il fuoco di al-Sadr ma anche che quest’ultimo “vuole realmente vedere gli statunitensi fuori dall’Iraq”.

Kubaisi è un nazionalista sunnita della vecchia scuola e, con veemenza, si oppone al “settarismo”. Principalmente, condanna i kurdi e alcuni gruppi sciiti perché antepongono la loro causa a quella dell’Iraq unito.

“L’Iraq è una nazione. Non esistono sunniti, sciiti e kurdi, ognuno di noi dovrebbe prima di tutto essere cittadino di uno stato iracheno democratico”, afferma Kubaisi.

Per il momento, la ricerca di al-Sadr di ottenere risultati politici e religiosi, lo lascia indifferente. “Si vedrà dopo. Ora stiamo combattendo insieme per cacciare gli americani. Quando ci saremo riusciti, ci saranno elezioni democratiche”.

Kubaisi mostra di ignorare le realtà politiche dell’Iraq, una tendenza diffusa tra i membri della minoranza sunnita. “In Iraq, il 50% della popolazione è sciita e l’altro 50% sunnita”, dice Kubaisi.

Secondo le stime, in Iraq gli sciiti sono circa il 60% della popolazione, gli arabi sunniti meno del 20% ed i kurdi, anch’essi sunniti, sempre intorno al 20%. Ma kurdi ed arabi sunniti non fanno parte di un fronte comune.

Eppure, Kubaisi insiste che al-Sadr ”rappresenta uno schieramento molto ampio, che comprende non solo elementi religiosi”. Accusa altri leader sciiti, dei quali non rivela i nomi, di essere “borghesi” e “agenti dell’Iran”.

Kubaisi prevede “due mesi impegnativi” per l’Iraq e un “regalo” per il presidente Gorge W. Bush, prima delle elezioni americane. La resistenza ha dimostrato di controllare le città, continua Kubaisi, e potrebbe conquistare Baghdad e cacciare le forze statunitensi. “Il prossimo passo della resistenza è prendere Baghdad e offrire poi la scelta ai soldati statunitensi: andarsene, o essere accompagnati fuori dal paese”.

Il passaggio di potere di giugno è stato una farsa, dice Kubaisi, e non fermerà la resistenza. “Come possono delle elezioni essere libere sotto un’occupazione'”

Kubaisi afferma di essere consapevole dell’interesse degli statunitensi verso il petrolio del Medio-Oriente. “Ora, devo prima di tutto pensare al mio paese. Quando metteremo fine all’occupazione si potrà sedere con gli Stati Uniti e discutere alla pari, non da schiavi”.

Kubaisi aggiunge che i membri della resistenza sono tutti iracheni e che le favole di combattenti stranieri sono ingigantite essenzialmente dai soldati delle forze di occupazione.