SUD-EST ASIATICO: Un ritorno all’agricoltura dopo il crollo finanziario?

BANGKOK, 31 ottobre 2008 (IPS) – Mentre il sud-est asiatico cerca una cura alla crisi finanziaria globale, i suoi leader cominciano a guardare al settore informale, in particolare all’agricoltura, come una possibile fonte di occupazione.

Il primo ministro della Malaysia Abdullah Badawi ne ha parlato questa settimana, riprendendo un’idea già emersa dopo la crisi finanziaria che aveva sconvolto la regione nel 1997. Il settore agricolo della Malaysia aiuterà il paese a “mitigare l’impatto di questa fase economica negativa”, avrebbe detto in un incontro con gli agricoltori, secondo quanto riferito dalla stampa locale.

Il settore agricolo rappresenta circa il 60 per cento del settore informale del sud-est asiatico, che impiega secondo le stime 161 milioni di lavoratori, si legge in un nuovo studio sui trend dell’occupazione realizzato dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL).

”L’agricoltura rappresenta ancora il 44,5 per cento dell’occupazione totale (della regione), anche se con notevoli variazioni tra i diversi paesi, passando da meno dell’uno per cento di Singapore a più dell’80 per cento del Laos”, sostiene lo studio dell’OIL. Negli ultimi dieci anni diverse città del sud-est asiatico, che si sono espanse grazie alla rapida urbanizzazione e alla migrazione dalle aree rurali, hanno anche assunto un maggiore ruolo come sedi del lavoro informale, aggiunge l’OIL. I banchi di prodotti alimentari per le strade sono un tipico esempio di questa tendenza. Per la maggioranza sono donne, che danno al lavoro “vulnerabile” un “volto femminile”.

Il numero dei lavoratori nel settore informale dovrebbe aumentare, nella misura in cui l’impiego nel settore formale della regione – che va dalle industrie ai servizi – sarà sempre più limitato, sostiene Gyorgy Sziraczki, economista presso l’ufficio regionale Asia-Pacifico dell’OIL di Bangkok. “I datori di lavoro rimanderanno o congeleranno ogni nuova assunzione mentre la crescita degli stipendi rallenterà, con aumenti salariali minori rispetto agli anni passati”.

“Nel 2008 ci saranno 850mila nuovi posti di lavoro in meno rispetto al 2007. E entro il 2009, il numero potrebbe aumentare a 1,27 milioni di posti di lavoro in meno nella regione”, ha segnalato in un’intervista. “Il numero di disoccupati nella regione potrebbe salire a 18,5 milioni nel 2009, contro i 16,5 milioni di disoccupati del 2007”.

Queste cifre sconfortanti contrastano con la forte crescita economica che la regione aveva sperimentato fino all’impennata dei prezzi di cibo e petrolio all’inizio dell’anno, e all’aumento dell’inflazione in alcuni paesi del blocco regionale dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), composta da 10 paesi membri. La crescita della regione del 6,4 per cento nel 2007, dal 6 per cento dell’anno precedente, “è stata la più alta da oltre dieci anni”, dichiara l’OIL nel rapporto “Tendenze dell’occupazione e tendenze sociali nel blocco Asean 2008”.

”La forte performance economica della regione nel 2007 ha avuto un impatto positivo sul suo mercato del lavoro”, si aggiunge nello studio di 116 pagine. “L’occupazione nei paesi membri dell’Asean era salita da 260,6 milioni nel 2006 a 268,5 milioni nel 2007 – un aumento del tre per cento, o 7,9 milioni di nuovi posti di lavoro”.

Il crollo finanziario farà sentire il suo impatto nel settore delle esportazioni in paesi come le Filippine, che dipendono dai mercati giapponese e statunitense.

Questa settimana, il ministro del lavoro tailandese ha annunciato che da gennaio a ottobre sono state chiuse 120 imprese, nell’industria alimentare, immobiliare e dell’abbigliamento.

Anche il settore dell’abbigliamento della Birmania, che esporta verso Giappone ed Unione europea, potrebbe essere costretto a chiudere le fabbriche e a licenziare i lavoratori, secondo l’associazione degli industriali dell’abbigliamento di questo paese governato dall’esercito.

Ma contrariamente a dieci anni fa, i governi sembrano oggi più preparati a gestire licenziamenti e mancanza di lavoro nell’economia formale, spiega Raj Kumar, della Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico (Escap), un ente regionale dell’ONU con sede a Bangkok. “La crisi finanziaria del 1997 ha colto i governi di sorpresa, e c’era una scarsa preparazione per aiutare le popolazioni colpite dalla crescita negativa dell’economia”. ”Da allora hanno imparato alcune lezioni, e ne stanno già parlando”, ha detto all’IPS. “Gli attuali dibattiti sul ruolo che il settore agricolo dovrà avere per assorbire i lavoratori dell’economia informale non erano mai stati affrontati prima del crollo del ‘97”.

Anche se non mancano le riserve quanto alle aspettative sulla capacità del settore informale – in particolare l’agricoltura – di aiutare le popolazioni a tornare dalle città alle loro case nelle aree rurali e di fungere da rete di sicurezza. Ancor di più dopo il disinteresse mostrato negli ultimi dieci anni nei confronti dei centri rurali di molti paesi del sud-est asiatico, con investimenti limitati nel budget nazionale per il miglioramento delle infrastrutture e della produzione agricola.

”Il settore agricolo è stato gravemente trascurato negli ultimi dieci anni. Gli investimenti sono diminuiti”, avverte Diderik de Vleeschauwer, portavoce dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) dell’ufficio Asia-Pacifico. “Questi settori non sono più gli stessi del ‘97”. Anche la superficie di terra disponibile per l’agricoltura è diminuita, ha segnalato all’IPS. “Questo a causa dei nuovi modelli di sfruttamento della terra, che viene destinata ad usi non agricoli, come alberghi e campi da golf, oltre all’impatto drammatico del cambiamento climatico”.

Ad esempio nelle Filippine, che si pensa subiranno maggiormente gli effetti del crollo economico, ci sono scarse speranze che la popolazione emigrata dalla provincia alle città in cerca di lavoro riesca a tornare a casa.

”Il settore agricolo nelle Filippine è in una situazione molto critica, perché gli investimenti del governo in questo campo non sono una priorità”, commenta Jillian Roque, ricercatrice e consulente presso la Confederazione indipendente dei lavoratori del servizio pubblico, un sindacato dei dipendenti pubblici con sede a Manila.

”L’unica possibilità per i filippini, che finiscono nel settore informale, è cercare lavoro all’estero”, spiega in un’intervista telefonica, parlando di un paese dove il 10 per cento della popolazione è già emigrata per lavorare all’estero. “Ci sarà un aumento delle domande per uscire dal paese, nonostante i rischi di abusi e di sfruttamento. La crisi sta generando un sentimento di disperazione”.