MEDIO ORIENTE: Poche le speranze di pace dopo Olmert

IL CAIRO, 14 agosto 2008 (IPS) – Dopo il recente annuncio di dimissioni del primo ministro israeliano Ehud Olmert, l’autoproclamato Stato ebraico si avvia verso una nuova leadership. Ma i commentatori egiziani nutrono scarse speranze che il successore di Olmert – uomo o donna che sia – attenuerà la linea dura di Israele nei confronti del processo di pace.

“La politica di Israele non cambierà con un nuovo primo ministro”, ha dichiarato all’IPS Abdelaziz Shadi, professore di scienze politiche e coordinatore del programma di studi israeliani presso l’Università del Cairo. “Chiunque sarà il nuovo leader israeliano – di qualsiasi partito politico – è sicuro che manterrà la solita politica israeliana fatta di omicidi, assassini e costruzione di insediamenti illegali”.

Il 30 luglio scorso, Olmert ha annunciato le dimissioni da primo ministro, ma non prima dell’elezione del nuovo capo del suo partito Kadima. “Quando verrà scelto il nuovo presidente del partito Kadima, io mi dimetterò da primo ministro”, ha riferito Olmert ai giornalisti.

La popolarità di Olmert è in calo dopo l’umiliante sconfitta militare del 2006 a favore del gruppo di resistenza libanese Hebollah. La sua reputazione è stata poi ulteriormente minata negli ultimi mesi da una lunga serie di accuse di corruzione.

”L’annuncio è arrivato a sorpresa”, ha ammesso Shadi. “Israele ha patito diverse grandi sconfitte sotto la sua leadership, in particolare con la disfatta del 2006”.

Olmert, successore dell’ex primo ministro Ariel Sharon dall’inizio del 2006, “è sempre stato solo una figura transitoria, con uno scarso impatto sulla politica estera israeliana”, ha aggiunto Shadi.

Allo stato attuale delle cose, Olmert dovrebbe mantenere la carica di primo ministro fino alle elezioni primarie del partito a metà settembre. Se il successore alla presidenza del Kadima dovesse però rivelarsi incapace di formare una coalizione valida, Olmert potrebbe restare al suo posto fino alle prime elezioni parlamentari di marzo 2009. Il partito controlla attualmente appena 29 dei 120 seggi totali del Knesset.

Il Kadima fu fondato nel 2005 da Sharon, con l’apparente obiettivo di creare un’alternativa centrista al partito di destra del Likud. Sotto Olmert, il Kadima ha tenuto aperta la linea del dialogo con l’Autorità Palestinese della West Bank – che non ha ancora fatto un singolo passo – isolando al tempo stesso la fazione della resistenza di Hamas nella striscia di Gaza attraverso un embargo territoriale sancito a livello internazionale.

I due favoriti alla successione di Olmert per la presidenza del partito di Kadima sono la ministra degli esteri Tzipi Livni e il ministro dei trasporti Shaul Mofaz. Nonostante le previsioni dei media di una vittoria di Livni alle elezioni del partito del prossimo mese, Shadi scommette su Mofaz.

“Mofaz gode di una forte credibilità tra il popolo israeliano”, ha osservato. “Proviene dall’establishment militare e, in quanto allievo di Sharon, potrebbe essere l’unico ad avere la forza sufficiente per convincere l’opinione pubblica di Israele a fare concessioni nel processo di pace”.

“Livni sarebbe un primo ministro relativamente debole”, ha aggiunto Shadi. “La sua mancanza di esperienza e di capacità militare, al contrario di Mofaz, è il suo punto debole”.

Gli sfidanti degli altri partiti, nel frattempo, aspettano dietro le quinte le prossime elezioni parlamentari. Tra questi, in testa ci sono Ehud Barak, attuale ministro della difesa e capo del partito laburista, e il leader del partito del Likud Benjamin Netanyahu, che si oppone a qualsiasi tipo di concessione per i palestinesi.

Shadi pensa però che il Kadima – nonostante le difficoltà del suo attuale leader – manterrà il suo ruolo di potere, congedando gli altri capi di partito come “forze ormai esaurite” sullo scenario politico israeliano.

“È finito il tempo di Netanyahu. Gli israeliani non dimenticano la sua incapacità di garantire la sicurezza quando era primo ministro negli anni ‘90”, ha sottolineato Shadi. Quanto al partito del Labour, i giorni della sua storica leadership – incarnata (dal primo ministro assassinato Yitzhak) Rabin – sono finiti da tempo. Nessuno degli attuali leader di partito ha più il peso dei suoi predecessori”.

Chiunque sarà a prendere in mano le redini del governo di Israele, ben pochi commentatori locali si aspettano cambiamenti significativi rispetto alle solite vecchie politiche israeliane nei confronti dei palestinesi: frequenti attacchi militari (spesso con pesanti bilanci di vittime civili) e assassini nelle zone palestinesi, stretto assedio della striscia di Gaza e continua costruzione di insediamenti esclusivamente ebraici sui territori palestinesi occupati.

“Non importa chi prenderà il posto di Olmert, il processo di pace continuerà a dover affrontare ostacoli enormi”, sostiene Shadi. “Dalla prospettiva araba, tutti i contendenti – Mofaz, Livni e Netanyahu – sono altrettanto inadeguati”.

“In ogni caso, la posizione araba sulla questione palestinese – secondo l’“Iniziativa Araba” del 2002 – resterà immutata”, ha proseguito.

Proposta per la prima volta nel 2002 al vertice della Lega araba in Libano, l’Iniziativa Araba propone il pieno riconoscimento di Israele da parte degli arabi in cambio di concessioni alle loro richieste relative alla terra, ai rifugiati e allo status di Gerusalemme. Finora, Israele ha sempre rifiutato categoricamente i termini dell’offerta.

Secondo Gamal Zahran, professore di scienze politiche all’Università del Canale di Suez e membro indipendente del parlamento, i grandi cambiamenti nella politica interna israeliana sono poco più che una recita, orchestrata al fine di impedire un insediamento definitivo della Palestina.

“Ogni qualvolta gli israeliani vengono messi alle strette per concludere un possibile accordo con gli arabi, salta fuori un nuovo drammatico elemento di distrazione, come le dimissioni o le elezioni anticipate – e tutto per rinviare un insediamento”, dichiara Zahran all’IPS.

Zahran sorride davanti alle promesse fatte da Olmert in passato – con il sostegno del presidente USA George W. Bush – di raggiungere un accordo finale accettabile per entrambe le parti sulla definizione di uno stato palestinese entro la fine del 2008.

“Ogni anno promettono la creazione di uno stato palestinese, e ogni volta succede qualcosa che la fa fallire”, osserva. “È evidente: gli israeliani cercano soltanto di prendere tempo per mantenere lo status quo”.

Rispecchiando un sentimento sempre più diffuso, come promotore dei negoziati ufficiali Zahran aggiunge: “Uno stato palestinese non potrà mai esistere, se non attraverso la resistenza armata”.