PRAGA, 13 agosto 2008 (IPS) – La decisione della Georgia di passare alle armi è una conseguenza dell’intensificarsi di tendenze militaristiche e autoritarie in un paese che ha gestito in modo catastrofico le pressioni della Russia.
L’8 agosto, le truppe georgiane hanno cercato di assumere il controllo della regione separatista georgiana dell’Ossezia del Sud, indipendente de facto dal 1992, impegnandosi in pesanti combattimenti nella capitale regionale Tskhinvali, 100 chilometri a nord-ovest della capitale georgiana Tbilisi.
La Russia, ufficialmente presente sul territorio dell’Ossezia del Sud per una missione di peacekeeping, ha risposto lanciando una vasta operazione militare estesa anche ad altre parti del paese.
L’Abkhazia, un’altra regione separatista della Georgia occidentale che ha proclamato l’indipendenza nello stesso anno, ha preso le parti della Russia.
Dal canto suo, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili accusa il suo vicino del nord di aver orchestrato un’azione premeditata per tentare di rovesciare il governo.
Schiacciato tra le sanzioni economiche della Russia e il sostegno di Mosca alle regioni separatiste, Saakashvili ha optato per una posizione provocatoria e nazionalistica, contando sul supporto dell’Occidente.
La Georgia, una nazione di 4,6 milioni di abitanti, sostiene che la Russia starebbe usando le diverse regioni per ostacolare il cammino di Tbilisi verso l’adesione all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), una mossa duramente contestata a Mosca, ma che molti georgiani vedono come una affermazione del proprio impegno per la “democrazia” e la “civiltà occidentale”.
Negli ultimi mesi, i “falchi” hanno preso il sopravvento in Georgia, rendendo l’opzione militare sempre più realistica, a dispetto degli avvertimenti dell’Occidente di evitare la retorica aggressiva e di astenersi dall’azione militare.
Lo scorso maggio, Archil Gegeshidze della Fondazione Georgiana per gli studi strategici e internazionali aveva scritto sul bimestrale online Russian Analytical Digest che in Georgia mancava “la discussione politica e un dibattito pubblico aperto sul modo per risolvere il problema con mezzi pacifici”.
E questo mese il ministro georgiano per la reintegrazione Temur Iakobashvili aveva avvertito che sarebbe “folle impegnarsi in un confronto nella regione di Tskhinvali (cioè l’Ossezia del Sud), poiché finirebbe per colpire immediatamente i civili”.
Invece a Tskhinvali sono scoppiati gli scontri, e se i rapporti russi non confermati di una catastrofe umanitaria si riveleranno attendibili, la Georgia potrebbe perdere definitivamente ogni speranza di una reintegrazione delle regioni separatiste.
Permettere la riunificazione forzata della Georgia potrebbe comportare un alto prezzo per la Russia, ossia un ulteriore incremento di flussi di rifugiati, oltre alle accuse di aver fallito nella protezione dei propri cittadini.
Mosca ha emesso passaporti russi per l’80 per cento dei cittadini dell’Ossezia del Sud, come riconoscimento dei forti legami che questa popolazione altrimenti isolata e bloccata ha avuto con l’Unione sovietica e con lo Stato successore dell’URSS.
Negli anni, le due nazioni hanno nutrito una diffidenza reciproca, con rare aperture ai negoziati, e anche se per la Georgia l’unico impedimento sembra essere il coinvolgimento di Mosca, il paese caucasico non ha fatto molti sforzi per migliorare la propria immagine nelle aree separatiste.
Ossezi e abkhazi sono generalmente favorevoli al mantenimento della propria leadership e decisamente contrari alla reintegrazione con la Georgia, uno stato che non considerano capace di garantire la loro sicurezza, come dimostrano alcuni recenti referendum.
Anche se mancano dati ufficiali, si stima che il 70 per cento dei 62mila abitanti dell’Ossezia del Sud siano ossezi, mentre il restante 30 per cento apparterrebbe all’etnia georgiana.
Anche le leadership e le popolazioni delle regioni secessioniste temono il ritorno di centinaia di migliaia di rifugiati georgiani che potrebbero riaccendere le tensioni etniche. Eppure, stanno rafforzando la loro dipendenza dalla Russia, mentre rifiutano i progetti europei di risanamento economico e di riconciliazione etnica.
I cittadini delle regioni separatiste vivono grazie alle rimesse, agli aiuti internazionali e russi e al contrabbando, al punto che la leadership locale ha finito per trarre profitto dalla mancata risoluzione del conflitto.
L’Ossezia del Sud ha rifiutato l’ampia autonomia proposta dalla Georgia nel 2005, un’offerta giunta però proprio mentre la Georgia stava mettendo in atto misure contro l’economia dell’Ossezia e costituiva strutture di potere alternative, unite alla presenza di paramilitari e servizi di sicurezza georgiani.
Le promesse di Saakashvili di instaurare un’economia liberale di successo e una democrazia di tipo occidentale non hanno migliorato l’immagine della Georgia agli occhi di abkhazi e ossezi, ma anche molti georgiani sono rimasti delusi dal presidente.
Le recenti affermazioni di Saakashvili sul fatto che l’intervento della Russia nasconderebbe in realtà la volontà di abbattere il suo governo, somigliano tanto ai suoi tentativi di giustificare la violenta repressione di alcune proteste pacifiche avvenuta lo scorso novembre.
Accusando gli attivisti dell’opposizione di cospirazione volta a rovesciare il suo potere, e di intrattenere legami con lo spionaggio russo, Saakashvili ha cominciato a limitare le libertà civili, a controllare la stampa e ad utilizzare le risorse di stato a suo favore.
La sua vittoria alle presidenziali di gennaio ha dato origine ad accuse di brogli, ma i risultati hanno avuto l’approvazione dell’Occidente.
Oggi più che mai, ossezi del sud e abkhazi sospettano che le promesse di armonia etnica di Saakashvili siano piuttosto in linea con gli strumenti retorici che impiega per incantare “l’ingenuo” pubblico occidentale.
Gli ossezi del sud vorrebbero l’annessione da parte della Russia, così da potersi unire alla repubblica relativamente ricca dell’Ossezia del Nord nella Federazione russa. Ma la regione rappresenterebbe un peso economico per i vicini del nord appartenenti alla stessa etnia, e anche per la Russia, che per di più teme le conseguenze internazionali e regionali di una simile scelta.
L’intervento militare della Georgia era inteso ad ostacolare il ruolo di pacificatore della Russia, internazionalizzando il conflitto e alterando la natura della missione di peacekeeping.
La missione, costituita dopo la guerra del 1992, include rappresentanti della Russia, dell’Ossezia del Nord e del Sud e della Georgia; ma adesso la Georgia parla di un rapporto di forze sbilanciato.

