BELGRADO, 8 ott (IPS) – L'uccisione, da parte di un poliziotto, di quattro suoi colleghi ha risvegliato l'attenzione in Serbia sul fenomeno noto come “sindrome del Vietnam”, una sindrome che sta colpendo diversi combattenti nella guerra dell'ex-Yugoslavia degli anni '90.
La scorsa settimana, il poliziotto di 32 anni Vladan Rovcanin percorreva le strade della città meridionale serba di Nin quando, improvvisamente, ha aperto il fuoco indiscriminatamente uccidendo quattro poliziotti che avevano cercato di fermarlo.
Le autorità hanno riferito che il giovane soffriva da mesi di una “inspiegabile tensione psicologica” ed è stato vittima di un colpo di follia.
“Si tratta senza dubbio della cosiddetta sindrome del Vietnam”, ha dichiarato il ministro degli Interni, Dusan Mihajlovic, richiamando l'attenzione della popolazione serba su un fenomeno psicologico studiato dagli esperti sin dagli anni '70.
Il disordine, il cui termine scientifico è “disordine da stress post-traumatico” (PTSD, la sigla in inglese), anche conosciuto come “sindrome del Vietnam” – fatica da combattimento o nevrosi di guerra – si verifica come conseguenza di esperienze traumatiche sul campo di battaglia, e fu identificato per la prima volta tra i soldati statunitensi della guerra in Vietnam (1965-1975).
Lo psichiatra di Belgrado Ivan Dimitrijevic ha spiegato a IPS che “il PTSD si manifesta in persone che non riescono a superare il trauma per diversi mesi e addirittura per anni”.
“Inizialmente, tentano di affrontarlo e riescono a dimenticare gli eventi trascorsi, poi però vengono sopraffatti da una costante necessità di rivivere l'esperienza traumatica, e questo comporta uno stress terribile”, ha proseguito Dimitrijevic.
“Diventano introversi e dall'esterno sembrano persone tranquille. La tensione accumulata può sfociare in attacchi di aggressività, a volte motivati da ragioni insufficienti. L'aggressione può verificarsi contro un'altra persona, ma anche contro loro stessi”, ha commentato l'esperto.
Rovcanin era sul punto di perdere il lavoro a causa di una serie di riforme nella polizia serba. E questo, secondo persone a lui vicine, avrebbe scatenato la reazione nel giovane.
Non si tratta di un caso isolato in Serbia, ma la sua gravità ha scatenato un dibattito in tutto il paese.
Molti soldati serbi sono accusati di aver commesso crimini dopo il ritorno dalla guerra in Bosnia-Erzegovina e Croazia. Alcuni hanno persino ucciso l'intera famiglia e altri si sono suicidati, la maggior parte usando bombe a mano. Lo psicologo Vladan Beara ha spiegato all'IPS: “Tra il 1991 e il 1995, circa centomila uomini serbi hanno partecipato come volontari o paramilitari nelle guerre di Croazia e Bosnia. Le nostre statistiche indicano che almeno il 25% di loro soffre di PTSD, ma solo una minima parte ha chiesto di essere curata”.
“I veterani di guerra – ha proseguito il dottor Beara – sono reticenti a chiedere un aiuto professionale, poiché la loro condizione li imbarazza, condizionati come sono da una società molto conservatrice”.
I serbi hanno ancora opinioni contrastanti sui conflitti etnici che hanno diviso la ex-Yugoslavia.
La guerra è scoppiata all'inizio degli anni '90 nel mezzo di un'ondata nazionalista serba suscitata dall'allora presidente yugoslavo Slobodan Milosevic, oggi sotto processo presso il Tribunale Penale Internazionale (TPI) per l'ex-Yugoslavia, per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità.
La procura del TPI ha accusato Milosevic di aver ideato un piano per costituire la “Grande Serbia”, un progetto che, secondo l'accusa, avrebbe provocato la morte di 25.000 non serbi in Crozia, Bosnia-Erzegovina e nella provincia serba del Kosovo.
Centinaia di migliaia di serbi vivevano in queste repubbliche yugoslave, poi autodichiaratesi indipendenti da Belgrado.
Tre anni fa le forze d'opposizione alla guerra fecero crollare Milosevic ma i grandi settori della società continuano a difendere i combattimenti in Croazia e Bosnia-Erzegovina.
Il trauma maggiore è in Kosovo. Tra il 1998 e il 1999, Milosevic inviò migliaia di soldati nella provincia serba meridionale, con l'obiettivo di reprimere una rivolta sollevata dalla popolazione maggioritaria di origine etnica albanese.
La guerra si concluse con oltre 10.000 morti e più di 800.000 kosovari albanesi.
La psicologa Mina Mitic ha dichiarato all'IPS: “I veterani di guerra non solo i soli a soffrire di PTSD. Noi ci stiamo occupando di centinaia di rifugiati con lo stesso problema e di molti che hanno subito le 11 settimane di bombardamenti della Nato (Organizzazione del Trattato del Nord-Atlantico)”.
La sindrome del Vietnam è presente anche in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Dal 1995 si sono suicidati circa 2000 veterani reduci dalle guerre croate, e decine hanno ucciso le loro famiglie, secondo dati ufficiali.
Uno studio della Scuola di Medicina dell'università di Harvard, negli Usa, ha rivelato che oltre il 45% dei civili di Bosnia-Erzegovina soffrono di PTSD, oltre a circa il 25% dei veterani di guerra.
Gli esperti concordano sul fatto che il disordine può essere curato tramite una terapia intensiva. Il problema è che la maggior parte di coloro che ne soffrono non cercano aiuto.

