PAKISTAN: Quando le porte sono aperte ma le donne scelgono di restare fuori

KARACHI, Pakistan, 22 settembre 2010 (IPS) – Per cinque anni, Sana Yasir si è dedicata con passione agli studi di medicina, ha ottenuto il diploma e la promessa di una brillante carriera. Ma dopo aver completato il tirocinio di un anno, Yasir si è sposata e ha lasciato il posto di lavoro.

Il fatto che molte donne medico decidano di non praticare la professione solleva dubbi sul sistema delle quote a favore delle donne in medicina Fahim Siddiqi/IPS

Il fatto che molte donne medico decidano di non praticare la professione solleva dubbi sul sistema delle quote a favore delle donne in medicina
Fahim Siddiqi/IPS

Questo succedeva sei anni fa. Oggi, Yasir, che ha 28 anni e un figlio di un anno, vuole essere di nuovo madre prima di considerare l’eventualità di tornare a lavorare.

“Mio marito non mi ha impedito di lavorare”, racconta, “ma io ho deciso che sarebbe stato più facile (rinunciare) e pensare alla specializzazione dopo aver messo su famiglia”.

In Pakistan, i medici professionisti spiegano che il caso di Yasir non è raro. Così tante donne laureate in medicina scelgono di non praticare la professione, dicono, che il paese rischia di restare a corto di medici praticanti.

Secondo il dottor Omar Farooq, assistente del vicerettore alla Dow University of Health Sciences e preside del Sindh Medical College, il rapporto medici/pazienti è attualmente di 1 a 100. Nelle aree rurali, dice, il dato può salire fino a 1 ogni 600, 900 pazienti.

E per ogni specialista, afferma Farooq, i pazienti sono 14mila.

“Se le donne che studiano medicina, che ogni anno si laureano in percentuale più degli uomini, decidono di non proseguire gli studi, e i migliori studenti maschi scelgono di lasciare il paese in cerca di migliori opportunità, in meno di 10 anni avremo una grave carenza di medici”, dice.

Non ci sono statistiche per dimostrare che molte, se non la maggior parte, delle donne medico in Pakistan scelgono di restare a casa per occuparsi della famiglia invece di cercare di conciliare casa e carriera.

Ma Farooq stima che “il 50 percento delle studentesse di medicina non praticano la professione dopo la laurea, soprattutto se decidono di sposarsi”.

“Del 50 percento che prosegue, il 25 percento spesso abbandona gli studi dopo aver avuto il primo figlio. Solo il 12-13 per cento delle donne comincia la specializzazione”, aggiunge.

Alcuni medici professionisti pensano che la situazione sia talmente grave, che hanno proposto che la Corte Suprema riesamini le sue raccomandazioni del 1999 sull’adozione del sistema di ammissione basato sulle quote a favore delle donne negli studi di medicina.

Il sistema era stato adottato dopo che la domanda presentata da una giovane alla facoltà di medicina era stata respinta perché il sistema di allora limitava il numero di posti disponibili ogni anno per le donne.

Dopo l’applicazione del sistema delle quote in medicina, un maggior numero di donne ha avuto accesso agli studi in questo campo. Oggi, le donne sono circa il 75 percento sull’80 percento dei laureati in medicina in Pakistan.

“Non è facile riuscire a conciliare la famiglia e i bambini con il lavoro”, spiega il dottore Faryal Khan, e questo spiega perché le donne medico in Pakistan spesso lasciano la professione.

Khan, 32 anni, ha cercato un impiego part-time che le permettesse di avere un po’ di tempo libero da dedicare ai due figli. Però, dice, “né l’orario né lo stipendio sono abbastanza invoglianti”.

“Alle volte è il marito che storce il naso di fronte ai turni di notte che dovrebbe affrontare la moglie, o in genere la scoraggia rispetto a una professione che richiede tante ore di lavoro, ed è questo che porta le giovani laureate (in medicina) ad abbandonare la carriera”, dice Mariam Waqas, una donna medico che lavora pur essendo sposata. Ma presto avrà dei figli. Lavora anche in un'organizzazione non governativa, dove ha un orario fisso, e questo non è possibile lavorando in ospedale.

Secondo Waqas, “un’ampia maggioranza” di donne che sette anni fa si sono laureate in medicina insieme a lei, oggi sono disoccupate per scelta. “Avevano forti potenzialità, erano giovani donne brillanti”, osserva.

“Noi lo abbiamo fatto, quindi perché non possono farlo anche queste ragazze?”, tuona invece un’esasperata Samrina Hashmi, che ha cominciato il tirocinio appena un mese dopo aver dato alla luce due gemelli, nel 1990”. “Lavoravo 108 ore a settimana!”.

Hashmi però all’epoca viveva in Gran Bretagna, lontana dalle malelingue di parenti e vicini tradizionalisti. Per di più, il suo posto di lavoro era vicino a un asilo nido, e questo le permetteva di dedicare un po’ di tempo ai figli durante le pause.

Certo, dice Hashmi, il cui marito è anche lui medico, “avere un marito comprensivo aiuta molto”.

“Per una donna medico”, fa notare la dottoressa Azra Ahsan, “una rete familiare collaborativa è essenziale per portare avanti un tipo di studi in cui bisogna sostenere un esame dopo l’altro”.

Secondo Nashrah Abdul Haq, studentessa all’ultimo anno del Dow Medical College, non è giusto che a tutte le ragazze che studiano medicina si chieda di cominciare a lavorare appena terminati gli studi. “Dovrebbe essere una loro scelta”, dice. “Anche tante giovani di altre facoltà scelgono di non lavorare. Perché fare la differenza per le donne medico?”.

Neanche Haq, 24 anni, pensa che chiudere il sistema delle quote darebbe ai giovani studenti maschi maggiori opportunità di essere ammessi agli studi di medicina, permettendo di arrivare a migliorare il rapporto medici/pazienti in Pakistan.

“Non sono tanti i ragazzi che scelgono gli studi di medicina”, dice. “E chi lo fa vuole comunque andare all’estero”.

Samrina Hashmi pensa che se ci fossero più agevolazioni sul posto di lavoro per le madri, le donne medico sarebbero incoraggiate a continuare la professione. “Dovrebbero esserci asili nido per i neonati”, dice. “E questo allevierebbe in parte l’ansia (delle madri) nel non poter vedere i loro figli per tante ore”.

Un’altra possibilità, secondo Hashmi, potrebbe essere avere un servizio di pick-and-drop per i turni di notte. Anche una formazione part-time per i laureati in medicina che devono ancora fare il tirocinio non sarebbe una cattiva idea, dice. “Invece di terminare il corso in due anni, potrebbero finirlo in quattro”. © IPS

(* Articolo originariamente pubblicato su IPS TerraViva con il sostegno di UNIFEM e MDG3 Fund dell’Olanda).