ARCATA, California, 17 dicembre 2009 (IPS) – Poche settimane fa, il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino ha ricordato agli americani quando fosse inebriante il momento in cui una America trionfante cavalcava una Unione Sovietica al collasso. Due decenni più tardi, gli americani sono sconcertati e risentiti per lo stato del loro paese, e molti si chiedono: “Dove è finito ciò che eravamo?”

Mark Sommer, giornalista statunitense e produttore esecutivo del programma radiofonico “A World of Possibilities”
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In verità, il declino della supremazia americana era nell’aria da molto tempo. Anche al culmine della potenza Usa, alcune tendenze decisive cominciavano a minare la buona salute di cui la società americana godeva da tempo. Una umiliante sconfitta in Vietnam, un’estenuante guerra scatenata per scelta in Iraq, una classe politica sempre più legata alle casse delle grandi aziende, infrastrutture educative, sanitarie e pubbliche fatiscenti, e un’economia guidata dal debito di rischiose speculazioni finanziarie a spese dell’attività produttiva: tutto questo ha indebolito le risorse essenziali della forza nazionale.
Adesso, mentre gli americani vedono i propri sogni frantumarsi, le risposte a questo destino riflettono profonde divisioni. Il collasso finanziario del settembre 2008 ha privato molti americani di ciò che possedevano lasciandoli senza fiato. Dopo lo shock e le perdite iniziali, qualcuno ha deciso di adattarsi ad una vita più semplice; molti si sono detti pronti ad accettare il cambiamento per assaporare i piaceri della famiglia, gli amici, la natura, invece della folle corsa al consumismo. I media hanno annunciato a gran voce una “nuova tendenza alla frugalità”, mentre gli scettici scommettevano sulla fine di questa tendenza con la prima ripresa della borsa valori.
I ricchi, nonostante la sfida etica, non hanno messo fine ai loro sprechi, ma lo scandalo pubblico dei bonus premio che andavano alle banche, salvate dalla bancarotta con il denaro dei contribuenti, li ha messi di fronte a un delicato problema di pubbliche relazioni, obbligandoli a tacere sulle loro fortune, per paura di provocare l’ira della gente e la richiesta di nuove regole.
Il collasso finanziario è arrivato giusto in tempo per consegnare nelle mani di Barack Obama una bomba a orologeria. Alcuni documenti divulgati di recente rivelano che il disastro era già in atto negli ultimi giorni dell’amministrazione Bush, e tutto era pronto per dare alle banche e alle società di investimento statunitensi un lasciapassare per coprire le malefatte e riemergere non solo illese, ma con un ruolo ancor più centrale nell’economia americana. All’amministrazione Obama è stato passato un calice avvelenato e gli è stato imposto di berlo.
Ma Obama ha peggiorato la situazione aggiungendo i propri errori, che hanno scoraggiato i suoi sostenitori. Invece di difendere i cittadini americani dai saccheggi di un settore finanziario senza scrupoli, ha passato il timone ai banchieri.
Oggi, i repubblicani amareggiati alimentano la rabbia e il risentimento tra ciò che resta di una cultura “ribelle” delle antiche conferazioni del sud, che non hanno mai smesso di combattere la guerra civile. Praticano la strategia della terra bruciata, negando a Obama, e al paese, ogni risorsa indispensabile per ottenere il successo.
Il risultato è che, dopo quasi un anno di ondate di speranza progressista, il “momento liberale” è già in declino. Al suo posto, sta emergendo un populismo molto più minaccioso, che sfrutta con destrezza le paure di chi è stato lasciato indietro dalla nuova economia e attizza paura e avversione attraverso velenose dichiarazioni lanciate dagli ospiti di talk show incendiari, come Fox News di Rupert Murdoch.
Questo populismo retrogrado si gloria della propria ignoranza. Negli ultimi decenni i Repubblicani avevano trovato la formula vincente, proponendo quattro candidati alla presidenza evidentemente non qualificati per quella carica, rivolgendosi ad una significativa fascia della popolazione che non è contenta di essere guidata da qualcuno che ne sa più di loro. Come Sarah Palin, incarnazione e quintessenza dell’ignoranza carismatica, che disse di Barack Obama, afro-americano ed educato ad Harvard, in un linguaggio attentamente codificato: “Non è uno di noi”.
Il populismo di estrema destra è alimentato dalle fantasie cospiratorie e da un duro disprezzo per i fatti e i discorsi ben argomentati. Lo storico Richard Hofstadter una volta lo ha chiamato “lo stile paranoico della politica americana”. Come un virus politico letale, esso irrompe normalmente nei periodi di difficoltà economica e disordine sociale.
Tutto suona spaventosamente familiare, evocando l’eco della nascita del fascismo in Europa due generazioni fa. Il declino della potenza e dell’influenza degli Stati Uniti dopo decenni di mal funzionamento e cattivo governo fa nascere la questione su come gli americani reagiranno al fatto di non essere più il numero uno al mondo.
I populismi contrastanti di destra e di sinistra offrono risposte completamente diverse. A sinistra sta emergendo nei movimenti post-politici un nuovo localismo che cerca l’autosufficienza, la semplicità e un rinnovato spirito di comunità interdipendente. Molti vorrebbero vedere il proprio paese liberato dal fardello dell’impero, così da potersi concentrare sulla ricostruzione di un “sogno americano” più equo e sostenibile.
Con le stesse inquietanti tendenze, il retropopulismo condivide l’impulso del ritorno alla famiglia, agli amici e alla comunità. Si esprime però attraverso la rabbia contro gli immigrati, le minoranze, e le élite culturali che ritiene stiano minando i valori americani tradizionali. E rifiuta con forza un futuro in cui gli Stati Uniti non siano percepiti come la “più grande nazione della Terra”.
I progressisti avvertono da tempo dei pericoli di un fascismo statunitense. Fino ad ora la natura di autoequilibrio interno del suo governo e la zavorra della classe media hanno sempre evitato che la nazione soccombesse ai suoi peggiori eccessi. Ma ora, il declino del suo status di superpotenza, la forte insicurezza economica, la rabbia orchestrata, e una popolazione poco istruita e informata potrebbero combinarsi con gli effetti di amplificazione dei mezzi d’informazione di partito per sconvolgere la storia americana. La democrazia in crisi troppo spesso sprofonda nella demagogia. È fondamentale che gli americani affrontino la situazione adesso, e che si uniscano con coraggio per rifiutarla, prima che il cancro dilaghi. © IPS

