KINSHASA, 17 agosto 2009 (IPS) – L’offensiva del governo contro i ribelli nella Repubblica Democratica del Congo orientale cominciata lo scorso gennaio ha provocato un drammatico aumento della violenza sessuale nelle province del Nord e del Sud Kivu.

Kristin Palitza/IPS
Kristin Palitza/IPS
Da un sondaggio condotto da Oxfam su 569 civili residenti in 20 comunità colpite dal conflitto è emerso che la popolazione vive nella paura costante tanto delle truppe governative quanto dei ribelli.
I civili subiscono stupri, torture e lavoro forzato da quando l’esercito del Congo ha lanciato l’operazione congiunta con le forze armate del Ruanda alla fine di gennaio contro le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), che hanno cominciato ad operare nella regione dopo il genocidio del 1994 in Ruanda.
D: Come descriverebbe l’attuale situazione umanitaria della Repubblica democratica del Congo?
AA: «Le operazioni militari hanno avuto un effetto devastante sulla vita della popolazione. La maggioranza delle persone intervistate da Oxfam hanno dichiarato di sentirsi meno sicure adesso rispetto ad un anno fa. C’è una violenza sistematica contro le donne, e sono molto diffusi gli stupri. Il saccheggio è cosa di tutti i giorni. I bambini vengono reclutati con la forza dalle milizie. In alcune comunità esaminate da Oxfam, si riportano anche diversi episodi di tortura.
In alcune aree, sia le forze del governo che le Fdlr, i ribelli, hanno commesso atti atroci di violenza sessuale sia contro gli uomini che contro le donne. Addirittura sembra che siano stati stuprati bambini di quattro anni».
D: Cosa bisogna fare per attivare una risposta umanitaria adeguata?
AA: «Prima di tutto, bisogna garantire la tutela dei civili. Il governo congolese deve fare in modo di pianificare azioni concrete per fronteggiare i rischi cui sono esposti i civili. Quando si è in guerra, tutte le parti armate devono rispettare e proteggere i civili, e non usarli come strumenti del conflitto. I governi regionali e i loro partner devono lavorare insieme per rivolgersi alle cause strutturali del conflitto.
Esistono delle alternative, non militari, da prendere in considerazione. I governi regionali e i loro partner internazionali devono fornire, dispiegare ed estendere gli strumenti non militari già esistenti, per esempio incoraggiando il disarmo volontario. E dovrebbero favorire il ritorno o il reinsediamento delle persone che scelgono il disarmo».
D: Quale deve essere la risposta internazionale alla crisi nella Rdc?
AA: «Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe stabilire chiare condizioni per continuare a sostenere le operazioni congiunte con l’esercito congolese, come assicurare che i responsabili degli abusi dei diritti umani non prendano parte alle azioni militari, oltre a garantire controlli rigorosi e l’applicazione di sanzioni adeguate per qualsiasi violazione del diritto umanitario internazionale.
L’Onu e gli altri partner internazionali dovrebbero fare pressioni sui governi regionali e sul Consiglio di sicurezza per rivedere l’attuale strategia, incentrata soprattutto sull’azione militare contro le Fdlr, e sollecitare un nuovo approccio che privilegi la tutela dei civili, la detenzione dei ricercati per genocidio e un nuovo programma di smobilitazione e di disarmo volontario. Anche l’attuazione di un adeguato sistema giudiziario è fondamentale per assicurare una rinnovata fiducia nello stato».
D: I responsabili degli abusi dei diritti umani vengono assicurati alla giustizia?
AA: «Il governo congolese ha appena annunciato una linea di tolleranza zero. È benvenuta, ma è ancora una cosa nuova. Per quel che a noi risulta al momento non ci sono informazioni sull’efficacia di questa politica o sull’efficacia del sistema giudiziario militare.
Sappiamo che alcuni responsabili degli abusi dei diritti sono stati processati. Le forze di peacekeeping dell’Onu in alcune zone hanno anche fatto un buon lavoro nell’addestramento delle forze governative in settori come la condotta e la disciplina».
D: Molte persone sono state sfollate e vivono nella paura costante. Quali sono le conseguenze sulla povertà e la fame nella regione?
AA: «Visto che Oxfam ha una forte struttura umanitaria, abbiamo cercato di garantire che la popolazione non soffrisse la fame e avesse accesso ai bisogni di base. Ma abbiamo delle difficoltà in questo senso: in alcune aree, dove ci sono combattimenti in corso, non c’è un clima sicuro per la presenza delle agenzie umanitarie, come in alcune parti del Nord Kivu.
Se queste zone non vengono raggiunte, la gente resta sostanzialmente tagliata fuori dalla maggior parte dei servizi e degli aiuti. E poi chi vive nei campi o viene ospitato nelle famiglie si trova probabilmente in condizioni migliori rispetto a chi ha lasciato la propria casa per sfuggire ai saccheggi e alle violenze».
D: C’è accesso all’acqua pulita e alle strutture sanitarie?
AA: «La gente nei campi e nelle comunità riceventi sta ricevendo acqua pulita e servizi sanitari. Ma tra chi è fuggito dagli scontri, molti si sono dati alla macchia. Noi abbiamo sviluppato dei sistemi per aiutare queste persone ad avere accesso all’acqua pulita, cercando di non trasformarli, né di trasformare noi, in obiettivi. Ma è molto difficile. Mandiamo camion con l’acqua nelle zone dove sappiamo che la gente si è rifugiata. Ma per ragioni di sicurezza non possiamo lasciare i camion nello stesso posto tutti i giorni, perciò ci spostiamo.
Nelle aree più colpite dal conflitto, sappiamo che l’acqua pulita e una buona condizione igienica e sanitaria sono fondamentali per assicurare che la gente non si limiti a vivere, ma viva in modo dignitoso. Purtroppo, visto che la popolazione si sposta continuamente, non abbiamo dati sul loro stato di salute».
D: C’è qualche possibilità che la Repubblica democratica del Congo raggiunga gli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) entro il 2015?
AA: «Credo che vista la situazione appena descritta, possiamo affermare che il conflitto colpirà moltissimo la capacità del paese di raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio». © L'Unità

