INTERVISTA: "Una crisi finanziaria senza precedenti dagli anni ’30"

NAZIONI UNITE, 23 maggio 2009 (IPS) – Dopo la Grande Depressione degli anni ’30 ci sono state più di cento crisi nel mondo, afferma il segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) Supachai Panitchpakdi.

Supachai Panitchpakdi UN Special/UNCTAD

Supachai Panitchpakdi
UN Special/UNCTAD

Ma molti sostengono che una crisi finanziaria globale come quella attuale “non si vedeva da 70 anni”. E le dimensioni di questa crisi sono “senza precedenti”, proprio per il suo impatto mondiale, ha osservato Supachai.

Alla domanda se l'imminente vertice Onu sulla crisi (24-26 giugno) riuscirà a trovare delle risposte, il segretario generale dell’Unctad ha dichiarato che “vista la natura universale dell’Onu, credo che questo incontro darà un contributo importante agli sforzi globali per trovare delle risposte”, anche se non potrà “fornire tutte le risposte a un problema globale così complesso”. Di seguito alcuni estratti dell'intervista.

D: Lei ritiene che le Nazioni Unite – non la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale (FMI) – siano il luogo adatto per affrontare l’attuale crisi economica globale? In questo caso, perché?

Supachai Panitchpakdi: Inizialmente, la distinzione tra l’Onu e due istituzioni di Bretton Woods – Banca mondiale e FMI – creati da una speciale Conferenza finanziaria e monetaria dell’Onu alla fine della Seconda guerra mondiale – era artificiale.

La conferenza era stata indetta per ricostruire il sistema economico mondiale e creare una serie di norme, istituzioni e procedure multilaterali per regolare il sistema monetario internazionale. La distinzione tra Onu e organismi di Bretton Woods si è sviluppata nel tempo, soprattutto perché dagli anni ’50 c’è stato un intenso dibattito sull’eventualità che l’Onu avesse o meno un ruolo finanziario.

In qualche misura, la crescente frammentazione tra questi sottosistemi ha contribuito alla mancanza di coerenza e coordinamento nel sistema economico mondiale e ai problemi economici globali con cui oggi abbiamo a che fare.

Per me il punto importante non è quale sottosistema rappresenti il “luogo adatto” per fronteggiare l’attuale crisi, ma come questi sottosistemi possano lavorare insieme per risolvere l’assenza di coerenza tra i sistemi finanziari e commerciali internazionali e gli squilibri insostenibili nel sistema economico mondiale.

D: Qual è il ruolo dell’Unctad alla conferenza? Qual è il suo contributo al documento finale attualmente in discussione tra i 192 stati membri?

SP: Vorrei prima di tutto sottolineare il fatto che per diversi anni, l’Unctad ha inviato diversi segnali di avvertimento, in particolare in tre o quattro ambiti:

Primo, l’Unctad è stata una delle poche organizzazioni a richiamare l’attenzione della comunità globale sul fatto che gli squilibri mondiali avessero raggiunto livelli insostenibili e potessero provocare una battuta d’arresto dei trend di crescita di cui godono molti paesi, incluse le economie in via di sviluppo.

Secondo, l’Unctad ha sollevato preoccupazioni sulla lampante dicotomia tra la mancanza di regole finanziarie – in particolare a livello internazionale – e la rigida disciplina del regime di scambi globale. Per molti anni, fin dall’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT) e poi sotto l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), il regime di scambi è stato soggetto a una disciplina molto severa in tutti i settori dei mercati e degli scambi di materie prime.

Al contrario, e nonostante i diversi dibattiti sulla necessaria presenza di norme, trasparenza e regole prudenti nelle transazioni finanziarie oltreconfine, il sistema monetario e finanziario mondiale è rimasto senza regole e privo di una stretta supervisione. L’Unctad ha più volte avvertito dei possibili rischi insiti in questa mancanza di coerenza tra commercio internazionale e sistemi finanziari.

Il terzo segnale d’avvertimento che abbiamo lanciato è che una delle prime cause della crisi finanziaria asiatica del 1997 era stato proprio un processo di deregulation eccessivamente frettoloso, che ha portato ad una piena liberalizzazione economica mentre i mercati non erano ancora preparati, soprattutto in termini di maturità delle istituzioni e di attori chiave necessari per assicurare il buon funzionamento dei mercati.

Questa volta, abbiamo visto che anche nei paesi più avanzati noti per la loro ‘resilienza’ finanziaria, gli effetti negativi di una eccessiva deregulation non possono essere evitati. Non possiamo dire che non ci siano stati avvertimenti o considerazioni su alcune delle cause della crisi.

L’Unctad, che lavora da vicino con altri organismi Onu, come il Dipartimento per gli affari economici e sociali (Desa), ha condiviso alcune di queste esperienze con la Commissione istituita dal presidente dell’Assemblea Generale per la preparazione del principale rapporto della conferenza: il rapporto di Unctad “Crisi economica globale: fallimenti sistemici e rimedi multilaterali”, che servirà da input per questo processo.

D: Tra le proposte da presentare al vertice Onu vi è la creazione di un Consiglio di coordinamento economico mondiale, e la riforma delle istituzioni di Bretton Woods. Quanto sono fattibili entrambe?

SP: Ciò che è chiaro, e ampiamente riconosciuto, è la necessità di un forum indipendente di coordinamento che esamini i problemi sistemici e garantisca la coerenza a livello internazionale. Il punto adesso è se questa funzione possa essere svolta dalle strutture istituzionali esistenti oppure se siano necessari nuovi organismi.

Questo, ritengo, è il punto centrale dei negoziati in corso, e la decisione dipende dai suoi membri. Quanto alle istituzioni di Bretton Woods, è chiaro a tutti l’urgente bisogno di una riforma. Come ha ripetuto il primo ministro britannico Gordon Brown, soprattutto al G20, “FMI e Banca mondiale dovranno cambiare radicalmente il loro ruolo. Queste istituzioni sono state costruite per un mondo con flussi di capitali locali, non di capitali globali; le istituzioni che abbiamo ereditato non sono attrezzate per i compiti che dovremo svolgere in futuro”.

D: Il mondo ha preso la strada giusta per risolvere la crisi?

SP: Per fortuna, questa volta il mondo è meglio equipaggiato per gestire alcune delle difficoltà economiche e finanziarie, anche se sembra non aver capito dalle esperienze passate come evitare di ripetere gli stessi errori affrontandoli in modo più sistematico, per poi promuovere un’economia globale che non risenta dei cicli distruttivi di espansione e frenata.

Questa crisi ha un effetto di livellamento; è di natura sistemica. Non appartiene a nessuna parte del mondo in particolare. Al contrario della crisi asiatica del 1997, è di natura globale.

Perciò è incoraggiante vedere che la reazione multilaterale immediata sia stata di affrontare il problema a livello del G20, che comprende sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo.

La conferenza di questa settimana dovrebbe essere vista come un ulteriore passo nel fronteggiare quella che in sostanza è una crisi mondiale in modo inclusivo, e tenendo conto delle preoccupazioni e delle diverse posizioni di tutti i 192 paesi membri.©IPS