BAGUA, Perú, 15 giugno 2009 (IPS) – La morte di alcuni agenti di polizia negli scontri con i nativi nella regione dell’Amazzonia peruviana è stata un “genocidio” per mano di “selvaggi estremisti”, ha accusato il governo. Ma l’indio di etnia awajún Salomón Aguanash respinge le affermazioni, sostenendo che le violenze sarebbero scoppiate dopo che gli indigeni erano stati raggirati e circondati con il deliberato obiettivo di ucciderli.

Milagros Salazar/IPS
Milagros Salazar/IPS
Aguanash, presidente del comitato di lotta regionale a capo delle azioni di Bagua, afferma che il capo della polizia della regione, Victor Uribe, si sarebbe impegnato la sera precedente al tragico venerdì 5 giugno a concedere una tregua ai manifestanti fino alle 10 della mattina e che, proprio mentre gli indigeni si preparavano a tornare ai loro villaggi, sarebbe partito l’attacco nella “Curva del Diablo”.
Gli spari sarebbero cominciati verso le 6 di mattina dai dirupi circostanti, mentre gli indigeni vigilavano il passaggio sulla strada, racconta il leader della comunità di Nazareth, situata a tre ore e mezza di macchina dalla città di Bagua, nel dipartimento nordorientale di Amazonas.
“Volevano sorprenderci”, assicura, segnalando anche la presenza di tre elicotteri negli attacchi della polizia.
Secondo le informazioni ufficiali, negli scontri del 5 giugno presso la Curva del Diablo (stazione 6 dell’Oleoducto Norperuano de Petroperú), sarebbero rimasti uccisi 24 agenti di polizia, e solo 5 indigeni; secondo i manifestanti, però, le vittime sarebbero state molte di più, e si starebbero ancora cercando i corpi degli scomparsi.
Gli indigeni chiedono la deroga delle “leggi della selva”, decreti legislativi per lo sfruttamento delle risorse naturali nei territori della foresta amazzonica che, a loro giudizio, favorirebbero la presenza delle multinazionali nella regione a loro svantaggio.
D: Lei assicura che la polizia vi avrebbe concesso una tregua che non ha rispettato. Come sono andati i negoziati prima che cominciassero gli scontri?
SALOMÓN AGUANASH: La settimana prima degli scontri abbiamo avuto un incontro con il generale Victor Uribe, con il rappresentante della Defensoría del Pueblo e con i sindaci di Condorcanqui, Jaén e Bagua Chica, perché negli ultimi cinque giorni c’erano state molte tensioni con gli autisti dei veicoli fermati dal blocco stradale.
Il generale ci ha detto di lasciare libero il passaggio per dimostrare al governo (nazionale di Alan García) che la nostra era una manifestazione pacifica. Per questo abbiamo accettato e quel giorno abbiamo lasciato passare i veicoli, tra le 2 e le 6 del pomeriggio. Fin qui c’era stata un’intesa, ma sebbene avessero assicurato di portare avanti un dialogo permanente, alla fine non abbiamo potuto parlare con il generale fino a cinque giorni dopo.
Ci siamo incontrati giovedì 4 giugno nell’accampamento El Valor de Petroperù.
D: Che impegni aveva preso il generale Uribe in quell’occasione?
SA: In un primo momento ci aveva detto di non avere più tempo, che il problema non era più di sua competenza e che rischiava il posto, visto che aveva ricevuto ordini superiori. E che alla radio aveva sentito l’ordine di sgombero, e che l’unica cosa di cui voleva parlare nella riunione era il passaggio dei camion.
Se non avessimo liberato la strada, avrebbe eseguito gli ordini la mattina seguente. Perciò gli abbiamo chiesto una tregua fino alle 10 di mattina. Lui ha detto va bene, di fidarci della sua parola, e che se lui non avesse dato l’ordine, le squadre sul posto non si sarebbero mosse.
Il sindaco e il vescovo di Jaén gli avevano anche detto di non provocare i popoli indigeni, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di spargimenti di sangue. A quel punto, il generale ha accettato la tregua.
D: Perché non vi siete preparati per ritirarvi quanto prima?
SA: La nostra strategia era non innescare violenze. Verso le 5 di mattina non era successo ancora niente, e noi eravamo fiduciosi. Ma alle 5.50 abbiamo cominciato a vedere molte persone scendere dalle montagne.
I compagni hanno cominciato a gridare: È la polizia! Allora ho chiamato il generale al cellulare per fermare le violenze, ma non ha risposto.
Poi, gli agenti hanno cominciato a sparare. Ci hanno circondati, volevano sorprenderci. È in quel momento che sono caduti due compagni. E allora il fratello Santiago Manuim (noto dirigente indigeno del Alto Marañón) si è alzato in piedi per chiedere alla polizia di non sparare, ma una pallottola lo ha raggiunto nel ventre.
D: È vero che lo sparo contro Manium ha esacerbato gli animi degli indigeni e per questo hanno attaccato la polizia?
SA: I fratelli hanno cominciato ad attaccare la polizia quando hanno visto i primi due morti. Dopo 10 minuti sono arrivati tre elicotteri, uno delle Forze Armate e due della polizia, che hanno sparato direttamente contro le persone. Non solo con i lacrimogeni, ma anche con degli apparecchi che una volta a terra prendevano fuoco. Se guardate le foto, i corpi sono bruciati.
A quel punto ci sono state due diverse reazioni: qualcuno si lanciava verso la morte, mentre altri hanno attaccato con molta rabbia impugnando le lance. La gente ha cominciato a correre e a disperdersi per salvare la vita, e chissà se i proiettili degli elicotteri non saranno caduti contro la stessa polizia.
Dopo un po’, due furgoni della polizia hanno cominciato a sparare dalla strada. Se avessero voluto sgombrarci, perché non venire subito lì, e invece soprenderci arrivando dalle montagne. L’ordine era di ucciderci.
D: Di chi è la colpa di quello che è successo?
SA: Del governo centrale (di García), Mercedes Cabanillas (ministra dell’Interno), del premier Yehude Simon e anche del generale Uribe, perché mi aveva chiesto di gestire la situazione con intelligenza e io avevo accettato di sgombrare la zona, ma lui non ha rispettato i patti.
D: È possibile che ci siano solo cinque o sei nativi morti, e più di 24 agenti?
SA: No, non credo, noi eravamo disarmati, come potevamo uccidere 24 persone? Non credo che tutti i nostri fratelli siano scappati, e per questo ci stiamo preoccupando di recuperare i nostri cadaveri.
Anche se nella mia comunità, Nazareth, e in altre come Wawas e La Curva sono tutti tornati, ci preoccupa la sorte dei fratelli di Santiago, di Nieva e Cenepa, perché qui 85 persone non sono ancora rientrate ai loro villaggi.
Altri due mancano dalla comunità di Tutungos. E so chi sono i dispersi, perché prima di organizzare la protesta avevamo registrato tutti. In totale, eravamo più di 3.600 persone.
D: Il presidente Alan García ha definito un genocidio la morte degli agenti per mano dei ‘nativi selvaggi’. Quali sono i suoi commenti?
SA: Che ci sentiamo emarginati e anche indignati, soprattutto dopo la perdita di tante vite, dei fratelli indigeni e dei fratelli poliziotti, che con noi non c’entrano niente. Loro non hanno colpa, l’ordine l’ha dato il governo centrale.
D: Il governo dice che voi vi opponete al progresso. Cosa intendete voi per sviluppo?
SA: Noi non siamo contrari allo sviluppo, vogliamo il progresso, ma da tempo ci hanno separato come se appartenessimo ad altri paesi, non ci hanno preso in considerazione. Con le loro proposte non ci hanno portato né lo sviluppo agrario né quello economico.
Il paese ha commesso un grave errore eleggendo Alan García per la seconda volta. Con la sua politica, vuole trattarci come terroristi. Le ripeto, noi non rifiutiamo lo sviluppo, che però non può essere concepito solo da uomini in cravatta nel gabinetto dei ministri, ma tenendo conto della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, la Convenzione 169 dell’OIL e la Costituzione.
Noi non riconosciamo il tipo di sviluppo che ci offre il presidente, perché non è sostenibile, e minaccia l’Amazzonia, che è patrimonio di tutti. Perciò, se il governo insiste ad emarginarci e a non derogare i decreti, non bloccheremo più le strade, ma imporremo i nostri limiti per stabilire fin dove le autorità possono entrare nei nostri territori.
D: Cosa rappresenta per voi il territorio indigeno?
SA: Il nostro territorio è il nostro mercato, la nostra madre. Noi non abbiamo supermercati come le grandi città, ma dobbiamo passare due o tre giorni a cacciare animali e a cercare il cibo nelle foreste. Tutto ciò che ci serve per la sopravvivenza è lì. Perciò lo difendiamo a costo della nostra stessa vita. ©IPS

