INTERVISTA: Timor Est, intervista esclusiva al presidente José Ramos-Horta

DILI, 20 maggio 2009 (IPS) – A sette anni dall’indipendenza del paese, dopo cinque secoli di dominio straniero, Timor Est porta avanti con orgoglio il proprio cammino verso un nuovo futuro, nonostante il pesante fardello di una povertà endemica secolare.

Jeffrey Kingston Jeffrey Kingston

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Dopo 460 anni di colonialismo portoghese e un quarto di secolo di occupazione del potente vicino indonesiano, i sette anni di indipendenza non significano che “siano stati risolti i problemi della povertà estrema, eredità di secoli di storia”, dichiara il presidente di Timor Est, José Ramos-Horta.

Da quando il più lontano possedimento portoghese d’Oriente dichiarò la propria indipendenza il 28 novembre 1975, fino al suo riconoscimento internazionale il 20 maggio 2002, Ramos-Horta è stato una figura centrale della resistenza.

Strenuo difensore della causa del suo paese su tutti gli scenari mondiali dal 1975 al 1999, Ramos-Horta ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 1996, insieme all’arcivescovo cattolico di Dili, Carlos Felipe Ximenes Belo.

D: L’economia del suo paese, che ha un reddito di 600 dollari per abitante, si è sempre basata sul cacao, caffè, chiodi di garofano e noci di cocco, ma negli ultimi anni sono state scoperte vaste riserve di petrolio e gas naturale.

JRH: Nel campo economico, Timor Est è stato tra i paesi più attivi nel mondo nel 2008, con il 12,5% di crescita reale, non petrolifera. È ovvio che la crescita economica di per sé non significa che siano stati risolti i problemi della povertà estrema, che sono un’eredità storica.

Ma sottolineo che la nostra crescita economica del 2008 si è basata sull’agricoltura, che è migliorata grazie a piogge eccezionali e all’aumento della produzione di caffè.

D: Il petrolio ha un ruolo importante nel mettere fine, o almeno poter ridurre, la povertà estrema?

JHR: Sì, le entrate derivanti dal petrolio e dal gas naturale ci permettono di investire di più sulla popolazione povera, un principio che ho sempre difeso, per esempio attraverso cash transfer (trasferimenti di denaro contante) diretti di 20 dollari al mese, rivolti ai più anziani e ai più vulnerabili, ai veterani della guerra di resistenza, vedove, orfani e altre persone colpite dalla povertà.

Già nel 2007 abbiamo registrato una crescita economica dell’8%, pochi mesi dopo la crisi politica del 2006, che aveva provocato una contrazione dell’economia del paese sotto lo zero. Credo sia possibile continuare ad avere una crescita dell’ordine del 10% nel 2009.

D: Gli aiuti alla popolazione più povera si traducono inevitabilmente in un incremento della spesa pubblica…

JRH: In questa fase del nostro sviluppo è fondamentale sostenere le persone più vulnerabili, ma in effetti nel 2010 dovremo essere più prudenti con la spesa pubblica.

D: Dopo la crisi del 2006 si crea un clima da quasi guerra civile, per il clima di irriconciliabilità tra l’allora presidente Gusmão e il primo ministro Mari Alkatiri, che alla fine si dimise. In quel momento, lei apparve come l’unica persona ad avere consensi. Dopo tre anni, crede di aver raggiunto la stabilità?

JRH: Sul piano politico, il governo dell’Alleanza della maggioranza parlamentare (AMP) formata da cinque partiti e guidata dal primo ministro Xanana Gusmão, che ad agosto avrà concluso due anni di mandato, si è rivelato piuttosto solido, nonostante la coalizione molto ampia e difforme, da sempre di difficile gestione.

Il Fretilin (Fronte rivoluzionario di Timor Est indipendente, presieduto da Alkatiri), ha rappresentato un’opposizione forte, agguerrita, che non ha mai dato tregua all’AMP.

Il primo ministro ha elogiato il ruolo del Fretilin, che è vitale per la nostra democrazia e cruciale per controllare l’azione del governo, per impedire gli eccessi.

D: E quanto alla sicurezza?

JRH: Su questo aspetto, Timor Est è in pace. C’è molta tranquillità per le strade e nei quartieri di tutti i distretti. Cito ad esempio alcuni dati delle Nazioni Unite: in termini di indice di criminalità, nel 2008 il paese ha registrato 169 casi di aggressione non grave ogni 100mila persone, mentre la media mondiale è stata di 250.

Sono percentuali molto più alte di quelle registrate negli Stati Uniti, con 795 casi, e in Australia, con 796. Lo scorso anno si sono registrati tre omicidi ogni 100mila abitanti, contro i sei negli Stati Uniti.

D: Timor Est ha subito per 24 anni l’occupazione dell’Indonesia, che è stata poi costretta da una forza militare internazionale a ritirarsi nell’agosto del 1999. L’Australia ha sempre appoggiato l’invasione, e il Portogallo per 460 anni ha colonizzato il suo paese, ma senza favorirne lo sviluppo. Come sono oggi le relazioni con questi tre paesi?

JHR: Le nostre relazioni con l’Indonesia sono esemplari. Non potevano essere migliori. Anche con l’Australia sono eccellenti. Con i nostri due vicini, che certamente sono diversi ma entrambi potenti, siamo riusciti a portare avanti ottime relazioni basate su una politica realistica, pragmatica, cercando sempre di consolidare i nostri interessi nazionali.

Il Portogallo è un capitolo a parte. Sono relazioni speciali basate su secoli di storia, ma anche sugli 30 anni, durante i quali il paese iberico è stata la nazione che ci ha sostenuto di più, e oggi è ancora uno dei nostri migliori amici.

D: Sono passati ormai più di due anni dall’attentato contro la sua vita, l’11 febbraio del 2008. Il fatto di essere sopravvissuto ha aumentato la sua nota religiosità?

JHR: Sono sopravvissuto all’attentato perché Dio ha voluto che io vivessi per continuare a servire il nostro popolo sofferente. Le cicatrici fisiche sono ancora visibili, ma non provo nessun rancore verso chi ha voluto farmi del male.

Potrei parafrasare Cristo morente sulla croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.© IPS