DUBAI, 13 maggio 2009 (IPS) – Le elezioni legislative che si terranno sabato prossimo in Kuwait, prima monarchia parlamentare tra i paesi del Golfo persico, potrebbero non riuscire a risolvere il caos politico che imperversa nel paese, obiettivo per cui erano state indette.
Dopo l’introduzione della Costituzione e della democrazia parlamentare nel 1962, la Majlis al-Umma o Assemblea nazionale (legislativa) è stata sciolta per ben sei volte. Le ultime controversie politiche hanno creato forti tensioni nel sistema. Dal 2006, sono stati eletti tre parlamenti e formati cinque governi; l’ultimo è durato appena due mesi.
Lo scorso marzo, l’emiro Sabah VI Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah ha sciolto l’Assemblea nazionale, in piedi da 10 mesi, a causa dei continui scontri tra poteri esecutivo e legislativo, una realtà che da anni compromette lo sviluppo del paese.
I sondaggi mostrano un paese più diviso rispetto alle elezioni del 2008, e questo lascia prevedere la formazione di un altro parlamento frammentato, mentre i candidati – che sono cittadini comuni – e la famiglia reale si mostrano poco inclini a concessioni reciproche.
Secondo Bassem Al-Loughani, un imprenditore dei media che si era candidato senza successo alle due precedenti elezioni, i processi elettorali e di dissoluzione del parlamento di fatto rafforzano il sistema politico.
“Frequenti elezioni sono di certo più produttive che una sospensione prolungata del parlamento”, ha osservato. “La Costituzione è stata approvata dopo lunghi dibattiti volti a conciliare le aspirazioni democratiche del popolo e della famiglia reale, che non devono indebolirsi”.
“Dovremo imparare sempre di più dai nostri errori. Il processo di sperimentazione, per tentativi ed errori, è il modo migliore per andare avanti. La regione non è pronta per cambiamenti radicali, né per sovvertire o promuovere la democrazia”, ha aggiunto Al-Loughani.
I partiti politici sono proibiti in Kuwait, perciò gruppi diversi, formati da imprenditori, correnti liberali o religiose come i salafisti, gruppi nazionalisti e tribali, cercano rappresentatività e influenza in parlamento. Negli ultimi anni, il relativo declino dell’opposizione islamica, che riusciva in parte a frenare le forze liberali, e l’ascesa del tribalismo, hanno inasprito il conflitto tra il parlamento e la famiglia reale, che domina il governo.
L’Assemblea nazionale ha poteri legislativi e di controllo, ma non ha influenza sulla composizione del gabinetto, formato dai membri della famiglia reale, e guidato da uno di loro. Ma i parlamentari possono convocare i ministri per interpellarli, e addirittura sfiduciarli: da qui, i continui scontri con la famiglia reale.
La crisi in corso in parte è da attribuire alle differenze interne alla famiglia reale, e alle tensioni che hanno provocato ondate di insulti contro la Corte, e perfino sfide aperte contro l’autorità dell’emiro Sabah IV – che nelle ultime sei settimane hanno portato all’arresto di quattro candidati.
L’emiro, al momento di sciogliere l’Assemblea nazionale, l’ha accusata di abusare dei suoi poteri costituzionali. “Non esiterò ad adottare qualsiasi misura per tutelare la sicurezza del paese”, ha detto.
Lo scioglimento del parlamento per un tempo prolungato “può essere stato precipitoso e controproducente”, ha commentato l’analista politico indipendente Ali Jaber Al-Sabah, anch’egli membro della famiglia reale. “Dobbiamo concentrarci sul correggere i problemi inerenti al sistema, non procrastinarli indefinitamente”.
L’8 maggio, ultimo giorno utile per la presentazione dei candidati e il ritiro dalle liste, ne erano rimasti in corsa solo 211 – tra cui 36 membri dell’Assemblea nazionale sciolta – per i 50 seggi totali dell’Assemblea, un numero di molto inferiore ai 275 dello scorso anno e agli oltre 300 del 2006.
Quanto alle donne, ne sono rimaste solo 16. Nelle due precedenti elezioni si sono presentate in media 27 candidate, di cui nessuna è stata eletta. Questa volta, però, alcuni osservatori prevedono che ne verrà eletta più di una, nonostante gli appelli del movimento islamico salafista a boicottare le candidate donne.
Il clima di scontro che sta vivendo il Kuwait solleva molti dubbi sul suo essere ancora un esempio di democrazia nella regione.
”Chi si prende gioco del sistema parlamentare kuwaitiano ignora la lunga tradizione democratica del paese. La partecipazione pubblica è così profondamente radicata nella società che anche in assenza di istituzioni formali, lo spirito democratico si manifesta vivo su diversi mezzi di comunicazione, come i blog, Internet, e attraverso gli sms”.
I palinsesti di almeno cinque canali televisivi sono stati dedicati in modo specifico alle elezioni.
Secondo Al-Loughani, “la famiglia reale dovrebbe rinunciare al proprio potere esecutivo”.
”Le cariche ministeriali e di primo ministro dovrebbero essere nelle mani di cittadini comuni eletti membri del parlamento. La famiglia reale, il cui contributo è riconosciuto e rispettato, dovrebbe avere un semplice ruolo di consulenza”, ha affermato.
Sono tanti gli appelli per una nuova costituzione che farebbe del Kuwait un vero stato costituzionale. Ma è poco probabile che nell’immediato futuro il trono abbandoni il sistema dominante di “democrazia a metà”.

