AMBIENTE: Contro i cambiamenti climatici, la saggezza indigena

ANCHORAGE, Alaska, 29 aprile 2009 (IPS) – Mentre nei paesi industrializzati come il Canada non si fermano le emissioni di alti livelli di gas serra, i popoli indigeni di tutto il mondo cercano modi per sopravvivere e adattarsi ad un clima sempre più pericoloso.

Per gentile concessione di Carrie Dann Per gentile concessione di Carrie Dann

Per gentile concessione di Carrie Dann
Per gentile concessione di Carrie Dann

Nei millenni, i popoli indigeni hanno sviluppato un ampio bagaglio di esperienze pratiche che oggi possono essere adottate per fronteggiare i cambiamenti climatici, con alcune proposte nuove e concrete.

“Perché non concedere un giorno di riposo ad automobili e aeroplani? E poi, due giorni. Servirebbe ad abbattere l’inquinamento”, suggerisce Carrie Dann, un’anziana del territorio degli Shoshone occidentali, le cui terre ancestrali si estendono attraverso gli Stati Uniti occidentali.

Dann, vincitrice del Right Livelihood Award – noto anche come “Premio Nobel alternativo” – per il suo impegno nella tutela delle terre ancestrali, ha lanciato la sua proposta davanti a 400 delegati riuniti ad Anchorage, Alaska per il Summit globale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici (20-24 aprile).

Dann ha avvertito che Madre natura sta diventando sempre più calda, e la “febbre” deve essere curata. “Siamo colpiti da una lunga serie di incendi (di praterie) nel mio territorio, sta diventando troppo caldo”, spiega.

Per impedire questi incendi furiosi incontrollati che hanno bruciato vaste aree dell’Australia e ucciso centinaia di persone negli ultimi anni, gli aborigeni della Western Arnhem Land, nel Northern Territory, stanno utilizzando pratiche tradizionali di uso del fuoco per ridurre questi incendi a macchia d’olio…

Impedire gli incendi riduce tra l’altro le emissioni di gas serra e, per la prima volta nel mondo, gli aborigeni hanno venduto crediti di carbonio del valore di 17 milioni di dollari all’industria, generando un reddito importante per la comunità locale, secondo un rapporto presentato ad Anchorage.

Gli aborigeni d’Australia utilizzano da sempre la “bruciatura controllata” alla fine della stagione delle piogge per creare barriere che impediscono i forti incendi durante la stagione secca.

Gli incendi rappresentano una parte sostanziale delle emissioni di carbonio in Australia, e sono altamente distruttivi. Negli ultimi anni, però, sono rimasti in pochi gli aborigeni che vivono della terra, e perciò si sono ridotte le bruciature controllate. Ma adesso c’è un nuovo ruolo da svolgere nella lotta contro il riscaldamento globale.

Secondo San Johnson, dell’Università degli Stati Uniti di Tokyo, co-sponsor del summit, è nell’interesse mondiale prendere in considerazione i saperi tradizionali dei popoli indigeni.

In Asia, i popoli indigeni stanno sviluppando diverse varietà di raccolto e utilizzando diversi modelli di coltivazioni, ha detto ai delegati Victoria Tauli-Corpuz, leader filippina e presidente del Forum permanente Onu delle questioni indigene.

Si dedicano tra le altre cose ad una produzione agro-forestale ed energetica sostenibile basata sulla biomassa e su progetti di micro-dighe.

Nell’isola indonesiana di Bali, i popoli indigeni si stanno occupando del ripristino delle scogliere e delle mangrovie. Nelle Filippine, stanno realizzando la mappatura delle acque ancestrali ed elaborando un piano di gestione integrata.

“Molti fanno tutto da soli, senza l’aiuto di nessuno”, segnala Tauli-Corpuz.

In Honduras, per fronteggiare i crescenti uragani e i violenti cambiamenti del clima, il metodo agricolo tradizionale elaborato dalla popolazione Quezungal prevede che le colture vengano seminate sotto agli alberi, così le radici si ancorano al suolo riducendo la perdita di raccolti in caso di disastri naturali.

I popoli indigeni in Guyana hanno adottato uno stile di vita nomade, spostandosi verso aree boschive durante la stagione estiva, e adesso seminano la manioca, il loro alimento di base, nelle pianure alluvionali, prima troppo umide per le piantagioni.

Gli agricoltori del Belize sono tornati alle pratiche agricole tradizionali spostandosi verso terreni di maggiore altitudine, hanno segnalato altri delegati.

In Africa, i pigmei Baka del Camerun sud-orientale e i Bambendzele del Congo hanno sviluppato nuovi metodi di caccia e pesca per adattarsi al calo delle precipitazioni e all’aumento degli incendi forestali.

Nonostante la grande capacità di adattamento dei popoli indigeni, molti trattati e leggi internazionali garantiscono il loro diritto al cibo e alle forme di sussistenza tradizionali, ma il cambio climatico minaccia tutto questo, secondo Andrea Carmen, membro del territorio indiano degli Yaqui, nel sud-ovest degli Stati Uniti.

Quando i capi delle tribù della provincia dell’Alberta, Canada occidentale, avevano avvertito di interrompere la produzione di petrolio dalla sabbia oleosa, sono stati ignorati, spiega Carmen, che è anche direttrice esecutiva dell’International Indian Treaty Council.

I progetti dell’Alberta di estrazione del petrolio dalla sabbia sono la causa principale dell’aumento del 4 per cento registrato nell’ultimo inventario dei gas serra del Canada dal 2006 al 2007. L’aumento ha portato il paese a superare del 33,8 per cento gli impegni stabiliti dal Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, in vigore dal 2005.

Ma i popoli indigeni tendono anche a diffidare delle recenti iniziative intraprese da governi e industrie per rispondere al cambio climatico, come la creazione di wind farm, “fattorie del vento”, e di impianti a biocombustibile, poiché spesso vengono costruiti sulle loro terre, o influiscono direttamente su di esse, osserva Gunn-Britt Retter, del Consiglio Sami della Finlandia.

“Abbiamo le conoscenze per sapere come vivere questi cambiamenti climatici. Dobbiamo utilizzare il nostro sapere tradizionale per aiutare tutte le nostre culture a superare questi cambiamenti”, ha detto Retter.

“Il nostro messaggio al mondo è che abbiamo bisogno di una piena ed effettiva partecipazione a livello nazionale e internazionale perché le nostre culture possano sopravvivere ai cambiamenti”, ha aggiunto.

Diciassette anni fa si tenevano i primi incontri della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici per risolvere la crisi del clima, ricorda Sheila Watt-Cloutier, ex capo del Consiglio circumpolare degli Inuit.

“Dobbiamo agire rapidamente… È la nostra ultima possibilità di prendere il controllo”, ha detto ai delegati in videoconferenza dalla sua casa a Iqaluit, Nunavut, Canada. “Il mondo ha bisogno della saggezza delle nostre culture”.

* Il viaggio del corrispondente Stephen Leahy in Alaska è stato finanziato dall’Università delle Nazioni Unite e da Project Work, una Ong Usa che promuove la diversità dei media. Articolo pubblicato sui quotidiani latinoamericani delle rete di Tierramérica.