AMBIENTE-AMERICA LATINA: Andare oltre il mercato del carbonio

MONTEVIDEO, 2 aprile 2009 (IPS) – È indubbio che il mercato del carbonio abbia favorito più le multinazionali che i paesi in via di sviluppo, ammette John Nash, capo economista della Banca mondiale per America Latina e Caraibi.

Patricia da Cámara/Banca mondiale Patricia da Cámara/Banca mondiale

Patricia da Cámara/Banca mondiale
Patricia da Cámara/Banca mondiale

Con un rapporto lapidario sul futuro di America Latina e Caraibi che sottolinea la necessità di contrastare il cambiamento climatico, l’economista John Nash difende il ruolo della Banca mondiale e sottolinea la necessità di ampliare il Meccanismo per uno sviluppo pulito.

Nash ha delineato uno scenario drammatico, se non si raggiungerà un accordo per rinnovare il Protocollo di Kyoto, in vigore dal 2005 e che scadrà nel 2012.

Sarà questo l’obiettivo della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, prevista per dicembre a Copenhagen.

Bisogna ampliare il Meccanismo per uno sviluppo pulito (Clean Development Mechanism, CDM), previsto a Kyoto, includendo un programma per la riduzione delle emissioni di carbonio provocate dalla Deforestazione e degrado forestale (REDD), che estenda il commercio dei crediti di carbonio, ha detto Nash.

Il CDM permette che governi e imprese del Nord industrializzato superino i limiti delle emissioni di gas serra in cambio di investimenti in progetti puliti nel Sud povero.

Nei negoziati, “prenderemo pienamente in considerazione i diritti dei popoli indigeni”, ha affermato Nash in un’intervista rilasciata a Montevideo, dove ha presentato il rapporto “Sviluppo con meno carbonio: risposte latinoamericane alla sfida del cambiamento climatico”, di cui è co-autore.

A causa del cambiamento climatico, l’agricoltura regionale rischia di collassare, con una riduzione tra il 12 e il 50 per cento in America del Sud entro il 2100, sostiene il dossier. I ghiacciai andini potrebbero scomparire nel giro di 20 anni, per l’aumento della temperatura, e i boschi tropicali perderebbero tra il 20 e l’80 per cento della loro estensione attuale.

D: Come hanno reagito i governi di fronte al rapporto?

John Nash: In generale, piuttosto bene. Il dubbio principale che qualcuno ha sollevato è sul messaggio che il mondo in via di sviluppo dovrebbe partecipare agli sforzi per ridurre le emissioni, mentre “è un problema creato dai paesi ricchi”.

Capiamo bene questo punto di vista. Ma si possono adottare molte misure che non sono incompatibili con la crescita e i piani contro la povertà.

D: Come viene valutato il mercato del carbonio?

JN: Nessuno si aspettava che quei mercati sarebbero stati la soluzione definitiva al problema: l’intenzione era creare una serie di progetti pilota. Il piano ha avuto più o meno successo, ma le riduzioni ottenute grazie ai mercati non rispondono a livelli che possano influire sugli obiettivi concordati.

Bisogna ampliare il Meccanismo per uno sviluppo pulito, includendo azioni per evitare la deforestazione e incentivare programmi settoriali e politiche che permettano di raggiungere la scala di riduzione delle emissioni di cui abbiamo bisogno.

D: Cosa risponde alle critiche secondo cui lei avrebbe favorito di più le multinazionali che i paesi in via di sviluppo?

JN: Hanno ragione. I bonus verdi possono soddisfare gli obblighi delle imprese senza che vi sia una riduzione delle loro emissioni di gas nei paesi d’origine, per questo si deve stabilire che siano le nazioni ricche ad agire, con i loro specifici impegni sulle riduzioni, e in particolare gli Stati Uniti.

D: Tra le proposte di ampliamento c’è il REDD: Qual è la posizione della Banca in proposito?

JN: Riconosciamo l’importanza di questa proposta, e perciò abbiamo istituito questo meccanismo, composto da due parti: la prima prevede un aiuto ai governi, per cui sono stati scelti 20 paesi in via di sviluppo, di cui 10 in America Latina e Caraibi, a cui la Banca mondiale offrirebbe assistenza tecnica per programmi pilota di preparazione al regime che prenderà il posto di quello di Kyoto.

Ma ogni paese ha anche una propria strategia. Sosteniamo il diritto di ogni stato a seguire il proprio percorso. Per questo avremo diverse esperienze, e questo probabilmente sarà utile per selezionare quelle migliori.

La seconda parte è un meccanismo per finanziare progetti concreti di sviluppo anti-deforestazione.

D: Viene criticata la mancanza di partecipazione degli indigeni, abitanti naturali delle zone interessate.

JN: La Banca ha politiche di salvaguardia, cui ci si deve attenere nell’elaborazione di ciascun progetto, e una di queste prevede la tutela degli indigeni. In questo processo di preparazione post-Kyoto prenderemo pienamente in considerazione i diritti di queste comunità. Non credo che ci saranno incoerenze. In molti casi, uno dei sistemi più efficaci per proteggere le foreste è creare un sistema di occupazione e possesso della terra per le comunità che vivono in quelle aree.

D: In effetti, uno dei problemi è proprio la mancanza di titoli di proprietà su queste aree…

JN: Sì, finora una delle cause che incoraggiano la deforestazione è che nessuno ha la proprietà della terra, e perciò arrivano le imprese a sfruttare le risorse. Spero che in futuro si possa creare un sistema di possesso della terra per queste comunità, come meccanismo di protezione delle foreste. Così metteremo la parole fine a questo problema. D: Nel quadro del REDD, potrebbero rientrare i programmi di investimento nell’imboschimento per uso industriale, come le piantagioni per la produzione di carta. Cosa pensa la Banca mondiale di questo rischio?

JN: La Banca finanzia questi progetti al settore privato, è vero. Ma pur non essendo il mio campo, so che esistono anche politiche di salvaguardia, e sono molto attente agli effetti ambientali e sociali negativi dei piani che vengono finanziati.

D: A Copenhagen si riuscirà finalmente a raggiungere un accordo?

JN: Credo di sì… altrimenti non arriveremo al prossimo incontro.