OAKLAND, USA, 1 aprile 2009 (IPS) – La fame nel mondo è ormai sempre di più uno strumento dell’industria biotecnologica in cerca di consenso per promuovere le coltivazioni transgeniche.
La sua tattica del “green washing” (la biotecnologia è amica dell’ambiente e in grado di contrastare il cambiamento climatico), e quella del “poor washing” (dobbiamo accettare l’ingegneria genetica per aumentare la produzione e migliorare la vita degli agricoltori), ha guadagnato il favore di certe comunità filantropiche deviate. L’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa (AGRA), per esempio, diretta dalla Fondazione Bill & Melinda Gates, punta a diventare un veicolo istituzionale chiave per cambiare l’agricoltura africana.
Ma nel suo slancio entusiastico per aiutare l’Africa ad alimentarsi da sé grazie ad un pacchetto tecnologico di prodotti chimici e di sementi geneticamente modificati, la Fondazione Gates ha dimenticato di consultare gli agricoltori e le comunità che intende beneficiare. Benché si definisca una “iniziativa gestita dagli africani” – con l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan alla presidenza – l’AGRA rimane “un sogno dell’uomo bianco per l’Africa”.
Gli esperti dell’industria biotecnologica che occupano posizioni chiave nella Fondazione Gates stanno elaborando un progetto basato sulla loro idea di ciò che dovrebbe essere la rivoluzione agricola in Africa. I suoi consulenti esterni sono esponenti dell’elite politica africana, come Ruth Oniang’o, le cui opinioni sono esposte sulle pagine web della multinazionale Monsanto, in una difesa dell’urgente necessità di biotecnologia in Africa.
Per mettere a tacere ogni critica della società civile, la Fondazione si è mantenuta piuttosto vaga circa il proprio ruolo nella promozione di colture geneticamente modificate. I suoi donatori, però, si stanno dando da fare per ostacolare la diffusa resistenza locale all’impiego di prodotti transgenici in agricoltura.
Il Donald Danforth Plant Science Center, per esempio, con sede a Saint Louis, Usa, ha ricevuto di recente un contributo di 5,4 milioni di dollari dalla Fondazione Gates per garantire l’approvazione da parte dei governi africani della sperimentazione sul campo di coltivazioni geneticamente modificate. Accecata dalla propria ambizione e sorda di fronte alle richieste dei contadini africani e dei gruppi ambientalisti, la Fondazione Gates ha scelto di ignorare studi autorevoli che confutano le posizioni tradizionali contenute nella sua agenda agricola industriale e orientata verso il mercato.
Uno studio del 2008 della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) e del Programma Onu per l’ambiente (Unep), dimostrano chiaramente che l’agricoltura biologica offre maggiori benefici rispetto all’agricoltura ad uso intensivo di prodotti chimici, e che perciò è più adatta per favorire la sicurezza alimentare in Africa. Da un’analisi di 114 progetti in 24 paesi africani è emerso che nelle coltivazioni in cui sono state utilizzate pratiche di agricoltura biologica o affini, la produzione è duplicata. La ricerca ha anche rivelato in queste aree enormi benefici ambientali, come il miglioramento della fertilità del suolo, una migliore ritenzione idrica e resistenza alla siccità.
Ma i risultati non sono stati presi in considerazione nel piano agricolo della Fondazione Gates: il Rapporto 2008-2001 della Strategia di sviluppo agricolo della Fondazione dimostra quanto questi piani siano lontani dalle persone che intende aiutare.
Secondo le sue stesse affermazioni, la Fondazione investe nello sviluppo agricolo perché la maggior parte dei poveri dipende dall’agricoltura. Ma la sintesi del rapporto confidenziale rivolto ai dirigenti della società propone di ridurre la popolazione rurale, senza specificare o spiegare dove e come queste popolazioni “sfollate” verrebbero reintegrate o rioccupate.
Le campagne che promuovono soluzioni tecnologiche per combattere la fame nel mondo presentano generalmente le idee di un ristretto gruppo di portavoce africani che nascondono le vere opinioni di agricoltori, ricercatori e organizzazioni della società civile.
La realtà tuttavia è quella di una diffusa opposizione all’ingegneria genetica e ai piani per una “Nuova rivoluzione verde” per l’Africa. Gli africani sono uniti contro le coltivazioni Ogm, e prediligono invece ampi interventi politici a sostegno dell’agricoltura familiare per una produzione e un commercio sostenibile dei loro prodotti. Anche di fronte a situazioni di fame estrema, i paesi africani hanno scelto di proteggere la biodiversità invece di accettare gli aiuti alimentari Ogm, come nel caso dello Zambia nel 2002.
In questi tempi di “poor washing” e di fame crescente, è fondamentale ascoltare la loro voce, per garantire la sovranità alimentare all’Africa e alle sue popolazioni.

