UXBRIDGE, Canada, 29 gennaio 2009 (IPS) – Al ritmo attuale di deforestazione, le foreste tropicali rischiano di scomparire nel giro di 20 anni. Il 60 per cento delle foreste pluviali, che sopravvivono da 50 milioni di anni, si sono già estinte.

La foresta vergine lungo le rive del fiume Lukenia, nella provincia di Bandundu, Repubblica Democratica del Congo
Greenpeace
Ma secondo alcuni esperti, gli interventi diffusi di rimboschimento delle foreste disboscate aprono nuove speranze per la conservazione della ricca e unica biodiversità della regione.
Da alcuni recenti dati satellitari è emerso che circa 350mila chilometri quadrati delle aree boschive originarie si starebbero riformando, ha dichiarato Greg Asner dell’Istituto Carnegie di Washington in un convegno tenutosi il 12 gennaio presso il Museo nazionale Smithsonian di storia naturale, nella capitale USA.
Si sarebbe conservato solo l’1,7 per cento dell’immensa superficie planetaria di foreste originarie che un tempo ricopriva 20 milioni di chilometri quadrati di territorio. Dodici milioni di chilometri quadrati si sarebbero già estinti, mentre altri cinque milioni sono stati rimboscati in maniera sistematica, ha riferito Asner.
”In futuro ci saranno ancora molte foreste tropicali, ma saranno di tipo diverso”, ha spiegato Joseph Wright del Smithsonian Tropical Research Institute (STRI) di Panama. Nei tropici, le terre agricole marginali vengono abbandonate, e c’è una forte migrazione dalle aree rurali alle città.
”Il punto è qual è il valore di conservazione di queste terre?”, ha detto Wright a Tierramerica da Washington. “Credo che ci sarà un alto grado di biodiversità”.
Si stima che le foreste pluviali tropicali contengano l’80 per cento della biodiversità terrestre del pianeta. Producono inoltre il 20, 30 per cento dell’ossigeno mondiale, e fanno parte del sistema di regolazione del clima planetario.
Ira Rubinoff, direttore emerito del STRI, si chiede se la nuova foresta di seconda crescita sarà in grado di ospitare specie tropicali uniche e gli stessi ecosistemi.
“Non sono interrogativi banali. I servizi forniti dalle foreste tropicali sono estremamente importanti per l’intero pianeta”, ha detto Rubinoff a Tierramerica.
”Non conosciamo le risposte. Sappiamo più cose sulla luna che sulla foresta amazzonica”, ha aggiunto.
Se le foreste di seconda crescita resteranno collegate alle antiche foreste primarie, allora le specie potrebbero riuscire a vivere. E le aree di ricrescita forestale dovrebbero anche essere sufficientemente estese e restare indisturbate per molti decenni per poter offrire un habitat di qualità, sostiene Eldredge Bermingham, direttore e scienziato dello STRI.
In gioco ci sono anche molti altri fattori, come la qualità del suolo, i cambiamenti nei modelli dei venti e delle precipitazioni, e il pericolo della caccia.
”Lo STRI ha elaborato un nuovo studio per esaminare la ricrescita di 650 ettari di vecchi pascoli lungo il Canale di Panama, nella speranza di poter rispondere ad alcune delle domande che rimangono aperte”, ha segnalato. Ma lo studio durerà 25 anni.
Per i parametri temporali umani, le foreste tropicali sono molto antiche.
”Nelle foreste primarie ci sono tantissimi alberi tra i 500 e 1.500 anni di età”, osserva William Laurance, ricercatore dello STRI e presidente del Smithsonian symposium.
Pur essendo pascoli ottimali, le foreste secondarie e degradate potranno ospitare solo una minima parte delle specie animali esistenti, ha spiegato Laurance a Tierramerica in un’intervista dalla città di Panama.
”Quanto alla biodiversità, si può dire che è come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati”, ha commentato.
Le foreste secondarie sono anche molto più soggette agli incendi rispetto a quelle primarie, che sono più umide, spiega.
Inoltre, sembra improbabile che gli attuali responsabili della deforestazione – disboscamento, industria mineraria, agricoltura industriale e anche i biocarburanti – lasceranno intatte le foreste di seconda crescita. La deforestazione delle antiche foreste insostituibili si sta realizzando a un ritmo più veloce che mai nella storia. L’Indonesia sta perdendo più di due milioni di ettari di foresta all’anno, e il Borneo viene devastato, secondo Laurance.
Dall’altra parte del pianeta, viene abbattuta la seconda foresta pluviale più grande del mondo, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC): “La Cina sta comprando fino all’ultimo pezzo di legname”, racconta. “Il mondo sta perdendo l’equivalente di 50 campi di calcio di antiche foreste originarie al minuto”.
Ma quello che davvero preoccupa Laurance è il cambiamento climatico. Animali e piante tropicali si sono sviluppati in condizioni climatiche molto stabili, e non sono in grado di tollerare forti sbalzi di temperatura come le specie delle regioni temperate, ha spiegato. ”Un aumento di temperatura di due gradi Celsius sarebbe sufficiente a far scomparire alcune specie”. E alcune ondate di calore avrebbero già provocato l’estinzione di determinate specie, ha osservato.
Un’ondata di calore verificatasi tre anni fa nelle foreste tropicali australiane si pensa abbia causato l’estinzione dell’opossum australiano bianco. Più di recente, nella stessa regione sarebbero morte migliaia di volpi volanti, o rossette, quando le temperature hanno raggiunto i 40 gradi celsius.
Wright concorda che il cambiamento climatico è un “enorme problema” per la biodiversità delle regioni tropicali. L’ampia maggioranza delle foreste tropicali sopravvive ad una temperatura media annuale di 25, 26 gradi Celsius.
Prima della fine di questo secolo, si prevede che le temperature nelle regioni tropicali saliranno di 3 gradi centigradi.
Oggi non esistono foreste con una temperatura media annuale di 28 gradi C, spiega Wright. “Ciò non significa che qualcos’altro non potrà sostituirsi alle foreste tropicali, ma non sappiamo che cosa”.
Proteggere le foreste dal cambiamento climatico significa preservare le foreste primarie esistenti, spiega Laurance.
”Ci auguriamo che questo convegno porterà all’attenzione (del nuovo presidente USA) Obama l’importanza di tutelare le foreste tropicali”, ha aggiunto.
Gli Stati Uniti dovranno assumere un ruolo significativo nel mercato del carbonio, e aiutare paesi come Brasile e Indonesia a capire che con questo meccanismo potrebbero trarre molto profitto, ha sottolineato.

