NAZIONI UNITE, 27 novembre 2008 (IPS) – Almeno una donna su tre nel mondo viene picchiata, costretta a subire violenza sessuale o altri abusi nell’arco della sua vita, e spesso il responsabile è qualcuno vicino alla vittima. Martedì scorso, attivisti e funzionari delle Nazioni Unite hanno chiesto ai governi di adottare misure più coraggiose per porre fine alla violenza contro le donne.

Wolfgang Kerler/IPS
Wolfgang Kerler/IPS
“Si tratta probabilmente della forma più pervasiva di violazione dei diritti umani conosciuta oggi, che devasta vite, disgrega comunità e ostacola lo sviluppo”, ed “è un problema di proporzioni pandemiche”, osserva un rapporto dell’UNIFEM, il Fondo ONU di sviluppo per le donne.
Più di cinque milioni di persone nel mondo hanno aderito alla campagna di UNIFEM “Dite NO alla violenza contro le donne” lanciata nel 2007, e si sono unite all’appello in cui si chiede che lo stop alle violenze diventi una priorità dei governi.
”Hanno aderito all’impegno almeno 29 capi di stato o di governo e 188 ministri rappresentanti di 60 governi, e oltre 600 parlamentari provenienti da più di 70 paesi”, ha segnalato Ines Alberdi, direttrice esecutiva di UNIFEM.
“Dobbiamo approfittare di questo slancio per mettere in pratica leggi e politiche che già esistono. Anche se sempre più governi hanno già approvato queste leggi, ci sono ancora forti lacune nella loro attuazione”, ha sottolineato.
“Sollecitiamo l’adozione di standard di sicurezza e standard minimi di tutela, come la risposta immediata delle forze dell’ordine, dei servizi sanitari e legali, di protezione e di possibilità di scelta per le donne che sopravvivono o riescono a fuggire da situazioni di pericolo di vita, help line nazionali, disponibili 24 ore su 24, e piani d’azione legislativi e nazionali affidabili”, ha dichiarato.
Alberdi ha poi aggiunto che il Fondo ONU per porre fine alla violenza contro le donne, gestito dall’UNIFEM per conto del sistema delle Nazioni Unite, ha stanziato nel 2008 nuovi sussidi per oltre 19 milioni di dollari.
Più del totale versato attraverso il Fondo sin dalla sua creazione, nel 1996.
Tra i destinatari dei sussidi di UNIFEM, Marie Nyombo Zaina, coordinatrice della Rete nazionale di Ong per lo sviluppo delle donne (Renadef), Repubblica Democratica del Congo (RDC). L’esperta ha spiegato che, nel suo paese, gli abusi commessi contro donne e minori sono un modo per placare combattenti e soldati, e per fornire loro servizi sessuali.
”Io stessa sono stata vittima di violenza. Mentre frequentavo il secondo anno di università, mio padre mi costrinse ad un matrimonio poligamo. Venivo picchiata praticamente ogni giorno”, ha raccontato ai giornalisti.
Dopo essere fuggita dal marito, Zaina ha ultimato gli studi universitari nel Sud Kivu, e ha fondato il gruppo di “Azione per la promozione e la difesa di donne e minori”, poi diventato il Renadef.
”Tuttavia – osserva -, le organizzazioni di donne che si battono contro la violenza sulle donne e la diffusione dell’Hiv/Aids non sono molto amate. Non ricevono gli stessi fondi di quanti ne vengono concessi ai gruppi guidati da uomini”.
La donna ha spiegato che i fondi dell’UNIFEM le hanno permesso di aiutare le donne come Nadine, di Goma, nella provincia del Nord Kivu, che ha subito una violenza di gruppo da parte di individui armati davanti al marito e ai suoi quattro figli.
Anche le sue due figlie di 14 e 16 anni, racconta Zaina, sono state violentate dal gruppo. I violentatori avrebbero poi ucciso il marito e i due figli maschi, portando con sé le due figlie sulle montagne.
”Disperata, depressa e senza speranza, Nadine è stata accolta in un ricovero della Renadef, dove sta ricevendo cure e assistenza e riabilitazione psicologica”, segnala Zaina. Per poter aiutare più sopravvissute come Nadine, ha sottolineato Zaina, bisogna risolvere problemi come porre fine all’impunità; aumentare il numero di personale legale specializzato nel settore giudiziario, e fornire rifugio, cure mediche e assistenza alle vittime.
Tra i principali sostenitori delle iniziative contro la violenza sulle donne, l’Olanda ha contribuito con otto milioni di dollari al Fondo fiduciario dell’ONU, e sta programmando una ulteriore spesa di circa 60 milioni di euro per questa battaglia, nell’arco dei prossimi tre anni. ”Diritti umani, pace e sicurezza sono obiettivi universali. Si potrebbe quindi pensare che siano termini neutrali per le donne, ma non è così. Per una donna, la sicurezza è qualcosa di diverso che per un uomo. In quasi ogni parte del mondo, un uomo può uscire da solo la sera, mentre una donna deve stare molto attenta”, spiega Piet de Klerk, vice rappresentante permanente dell’Olanda. Sia de Klerk che Alberdi hanno ricordato il caso della bambina di 13 anni che un mese fa è stata lapidata a morte in Somalia, come esempio della brutalità nei confronti delle donne, che è una realtà in molte parti del mondo.
“Dopo aver denunciato i tre uomini che l’avevano stuprata – ha raccontato de Klerk -, le milizie che controllano Kismayo l’hanno accusata di adulterio, condannandola a questo destino”.
Cynthia L. Rothschild, consulente del Centre for Women's Global Leadership a Rutgers, nello Stato USA del New Jersey, ha dichiarato all’IPS che “in generale, i governi e le agenzie dell’ONU dovrebbero stanziare maggiori fondi, visto che stiamo parlando di un problema globale e universale, che ha bisogno di miliardi di dollari per essere affrontato adeguatamente”.
Il Centre for Women's Global Leadership ha lanciato i “sedici giorni di attivismo contro la violenza di genere”, una campagna internazionale che lavora a stretto contatto con l’UNIFEM e altre reti femminili in tutto il mondo.
Rotschild ha spiegato all’IPS che i “sedici giorni di attivismo” sono stati scelti poiché collegano simbolicamente il 25 novembre al 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, per sottolineare che questa forma di violenza costituisce una violazione dei diritti umani.
Ha poi aggiunto che la campagna include anche la Giornata internazionale per i difensori dei diritti umani delle donne e la Giornata mondiale contro l’Aids.
Rotschild si è detta delusa del funzionamento dell’attuale sistema per combattere l’ineguaglianza di genere. “Pensiamo che serva un nuovo sistema, perché quello che abbiamo adesso non funziona”, ha lamentato.
“Dobbiamo anche creare uno strumento in grado di rivolgersi in modo più efficace all’ineguaglianza di genere. E la nuova istituzione deve poter avere a disposizione molte più risorse di quelle cui hanno accesso oggi le agenzie che si occupano delle donne”, ha dichiarato all’IPS.

