MIGORI, Kenya, 5 novembre 2008 (IPS) – I piccoli agricoltori del Kenya hanno attraversato il confine con la Tanzania per coltivare la marijuana, o “bhang”, come viene chiamata qui la cannabis sativa. Uno di loro è Steve Odhiambo, 25 anni. Secondo lui, la campagna nazionale e internazionale contro il bhang danneggia solo i piccoli coltivatori, mentre chi ne trae davvero profitto resta impunito.

Najum Mushtaq/IPS
Najum Mushtaq/IPS
Negli ultimi 10 anni, l’unità antinarcotici del Kenya ha avviato una vera e propria azione concertata per sradicare la coltivazione e il commercio di bhang. Ogni anno, vengono distrutti o incendiati centinaia di ettari di piantagioni nelle regioni di Embu e Meru, monte Kenya.
Ma i progetti di eliminazione, mediante spray aerei, delle coltivazioni illecite nascoste nelle radure tra foreste remote, sono stati fermati dall’opposizione degli ambientalisti.
Su 17,578 persone arrestate dal 2005 al 2007 per accuse legate alle droghe, più di 500 erano coltivatori di cannabis.
Il risultato, secondo le ultime stime della polizia, è che la produzione di marijuana in Kenya è scesa a 80 tonnellate l’anno, con un valore di mercato di 15 dollari al chilo. Eppure, questo paese resta il principale consumatore di bhang dell’Africa orientale.
”La domanda nel mercato del consumo non è ancora scesa, nonostante il calo della produzione”, spiega un agente dell’unità antinarcotici, secondo cui l’offerta è quasi doppia rispetto alla produzione locale, perché “i venditori di bhang all’ingrosso e al dettaglio trovano altre fonti per alimentare il contrabbando. È una continua battaglia da combattere”.
Un fronte importante di questa battaglia è il confine con la Tanzania, lungo 769 chilometri. Quasi tutta la marijuana che si consuma in Kenya viene coltivata in Tanzania, e portata nel paese attraverso il confine, per la gran parte poco definito. È impossibile da controllare, per le affinità culturali e linguistiche dei popoli che vivono nelle due parti, e per i continui spostamenti di bestiame e persone che lo attraversano.
Ma gli agricoltori della Tanzania non sono gli unici produttori nel mercato. La stretta della polizia nei confronti dei coltivatori kenioti di bhang ha costretto molti ad affittare terreni nelle fitte foreste collinose lungo il confine, soprattutto nel distretto di Arusha.
Dieci anni fa Steve Odhiambo, rimasto orfano, lasciò la sua città natale di Migori, nella provincia di Nyanza, per affittare mezzo ettaro di terra oltre il confine a Roria, e mettersi a coltivare bhang.
”Avevo solo 15 anni, e il primo anno si è rivelato disastroso. Le piogge erano favorevoli e il raccolto abbondante, ma io non avevo esperienza nel commercio. Ho speso più soldi per corrompere gente dalle due parti di quanti ne abbia guadagnati”, ha spiegato Odhiambo all’IPS. Alla domanda sul perché avesse scelto di dedicarsi alla coltivazione di una sostanza illegale come fonte di sussistenza, Odhiambi ha risposto che il mais, la canna da zucchero o altre coltivazioni in piccole aziende agricole non sono redditizie. E in Tanzania c’è tantissima terra disponibile da coltivare, ad appena 25 o 30 dollari all’acro per una stagione.
“Il bhang viene usato come coltura a rotazione, già pronta per il raccolto in appena quattro, cinque mesi. In genere – racconta Odhiambo -, lo coltivo insieme al mais o allo canna da zucchero, che permettono di tenerlo più nascosto”.
In una buona annata, il raccolto della sua piccola attività rende fino a 15mila scellini kenioti (200 dollari). I maggiori costi di produzione sono costituiti dai due raccoglitori che Odhiambo deve assumere per la mietitura, e che chiedono circa 10 dollari per tutto il lavoro. E poi anche altri familiari danno una mano.
Odhiambo racconta che la maggior parte degli agricoltori kenioti in Tanzania affitta piccoli appezzamenti, da mezzo a un ettaro, in genere nascosti nel fitto delle foreste sulle pendenze delle colline. Sia gli uomini che le donne della famiglia prendono parte all’attività.
Ma lui non contrabbanda i fasci di erba o covoni, chiamati anche “massi”, dalla Tanzania al Kenya. Di questo si occupano i trafficanti, che non vuole identificare, si limita a dire che sono “persone che arrivano in grosse automobili o in furgoni provenienti da Mombasa, Nairobi o altre grandi città per comprare il raccolto”.
E sono loro che traggono tutto il profitto, mentre i piccoli agricoltori come Odhiambo devono lottare ogni giorno per sopravvivere nella povertà. Duecento dollari, il reddito netto di Odhiambo, è una cifra persino inferiore al prezzo di mercato di un solo fascio che vende ai suoi contatti.
Nonostante la tentazione di aumentare i propri magri profitti, Odhiambo non vuole prendersi il rischio di accedere direttamente al mercato clandestino, che in genere si concentra nelle località turistiche del Kenya.
Come quasi ogni altro aspetto dell’economia keniota, anche il commercio illegale di droghe dipende in larga misura dal turismo. Lo scorso anno è stato tra i migliori per Odhiambo, mentre nel 2008 i violenti scontri hanno provocato un calo della domanda e i suoi profitti sono scesi a 140 dollari. Un'altra componente del commercio delle droghe illegali sono i piccoli spacciatori al dettaglio delle aree urbane, che chiudono la catena vendendo il prodotto ai consumatori finali. Come per i piccoli coltivatori, anche in questo caso il margine di profitto è di molto inferiore al potenziale ricavo degli intermediari.
Il cugino di Odhiambo, David Otieno, è un “beach boy” di Mombasa, che vende sulla spiaggia le sigarette di hashish rollate per 20 o 30 scellini (30, 40 centesimi di dollaro) al pezzo. Compra un piccolo pezzo per otto dollari che, con il valore aggiunto della sigaretta già rollata, gli renderà 16 dollari.
A marzo di quest’anno l’ufficio internazionale narcotici del dipartimento di stato USAe l’Agenzia internazionale per il controllo dei narcotici ha cominciato a fare domande sulle capacità e sull’impegno del Kenya nella lotta contro il traffico di droga. Secondo le agenzie americane, i baroni della droga sarebbero riusciti a coprire le loro attività illegali in Kenya pagando gli agenti di polizia e altri funzionari di governo, ma anche diversi politici. In base alle loro stime, i signori della droga potrebbero riciclare ogni anno circa sette miliardi di scellini, o 100 milioni di dollari, attraverso il Kenya. “La percezione comune che coltivare marijuana produca grandi ricchezze è falsa”, avverte Odhiambo. “La gente pensa che essendo illegale, la cannabis generi larghi profitti per i coltivatori. Ma il punto è che la campagna contro il bhang colpisce principalmente proprio i coltivatori – la maggior parte dei quali è costretta a ricorrere alla coltivazione di bhang a causa della povertà”.
Lui è a favore della legalizzazione. “Per la mia esperienza, se (la marijuana) sarà legalizzata, gli agricoltori come me potrebbero accedere direttamente al mercato, e così ricavare maggiori profitti”.
Finché resterà illegale, spiega Odhiambo, i grandi proprietari terrieri, che possono proteggere le loro colture con guardie armate, e i baroni della droga, che sono in grado di manipolare il sistema, rimarranno i principali beneficiari di questo commercio.

