SVILUPPO: I poveri colpiti da recessione e paradisi fiscali

BRUXELLES, 28 ottobre 2008 (IPS) – Con i segnali della recessione che preoccupano i politici nei paesi industrializzati, le prospettive di una conferenza internazionale convocata per reperire fondi per i poveri del mondo non sembrano tanto rosee.

L’evento promosso dalle Nazioni Unite – che prenderà il via il prossimo mese a Doha, capitale del Qatar – arriva nel momento in cui i governi, soprattutto quelli europei, stanno rivedendo gli impegni assunti per migliorare il destino dei gruppi più vulnerabili.

Proprio di recente, alcuni dei principali stati membri dell’Unione hanno ripreso in considerazione i piani d’azione dell’Ue per contrastare i cambiamenti climatici – un fenomeno che colpisce in modo sproporzionato i paesi poveri -, ormai troppo dispendiosi, alla luce della nuova situazione economica. Per la stessa ragione, anche i già sofferenti budget per gli aiuti esteri potrebbero subire pesanti conseguenze.

Anche se molti attivisti contro la povertà avevano apprezzato il ruolo costruttivo dell’Unione europea nella conferenza sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo lo scorso settembre ad Accra, Ghana, gli stessi attivisti ritengono adesso che i preparativi del blocco europeo per Doha lascino molto a desiderare.

“Gli europei non sono uniti nel presentare le loro iniziative qui a Bruxelles”, sostiene Nuria Molina della Rete europea su debito e sviluppo (European Network on Debt and Development, Eurodad). “Se l’Europa non assumerà un ruolo di leadership, non riusciremo a raggiungere i successi attesi nel mezzo della crisi finanziaria. Hanno il dovere morale di assumersi questo ruolo”.

Uno dei temi più controversi nell’agenda di Doha riguarda il modo in cui i regimi fiscali in Europa stanno privando i paesi poveri di risorse estremamente necessarie.

Un nuovo rapporto del Centro di ricerca sulle multinazionali (l'olandese SOMO) di Amsterdam osserva che le entrate generate dalle tasse rappresentano appena il 13 per cento del reddito nazionale nei paesi classificati come paesi a basso reddito nel 2000. Di contro, il livello medio per i paesi industrializzati appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse, composta da 30 paesi membri) era del 36 per cento.

Le stime sulle perdite di denaro dei paesi poveri come risultato della fuga di capitali – l'esodo dei redditi tassabili – variano da 350 a 500 miliardi di dollari l’anno, molto più di ciò che questi paesi ricevono in aiuti allo sviluppo. Gran parte di questo “hot money”, come viene chiamato in alcuni casi, finisce nei paradisi fiscali sia del territorio UE sia di territori di cui rispondono i paesi membri. Tra questi paradisi, la City di Londra, le isole Cayman, le isole Channel, Cipro e Lussemburgo.

Per ovviare a questa situazione, gli attivisti stanno chiedendo misure incisive contro i paradisi fiscali, oltre alla creazione di forti standard internazionali di contabilità, per cui le grandi imprese devono riferire nei dettagli i ricavi ottenuti da ciascun paese in cui operano, e come questi importi vengono utilizzati.

Di fronte a questi appelli, oppongono resistenza i funzionari del Tesoro britannici, che non vedono con entusiasmo l’idea di sottoporre la City di Londra a controlli tanto rigorosi.

“Chiudere i paradisi fiscali è una responsabilità dell’Europa”, sostiene Molina. “Molti paradisi fiscali appartengono alla giurisdizione europea”.

Come trovare approcci innovativi per reperire fondi per lo sviluppo sarà un altro punto chiave della conferenza di Doha.

Secondo Philippe Douste-Blazy, vice segretario generale delle Nazioni Unite, diverse iniziative si sono rivelate efficaci negli ultimi anni. Tra queste, un piano promosso dalla Gran Bretagna per generare fondi dai mercati di capitali per lo sviluppo di vaccini contro Aids, tubercolosi e malaria; oppure un altro programma caldeggiato da Francia, Brasile e Cile per imporre una tassa sui viaggi aerei. Adesso la sfida è andare oltre, ha scritto Douste-Blazy nel quotidiano francese Le Monde, “non solo per cambiare la quantità, ma anche la natura degli aiuti allo sviluppo”.

Gli attivisti sono categorici sul fatto che le nuove fonti degli aiuti non debbano andare a sostituire gli aiuti che i governi dei paesi ricchi hanno già deciso di tirare fuori dai forzieri nazionali. Solo quattro dei 27 paesi UE – Svezia, Olanda, Lussemburgo e Danimarca – hanno rispettato l’obiettivo fissato ormai dieci anni fa di stanziare almeno lo 0,7 per cento del PIL per gli aiuti allo sviluppo.

Alexandre Polack, responsabile delle politiche europee per ActionAid, sostiene che Germania e Gran Bretagna sono restie a consentire che i nuovi fondi per combattere la povertà siano aggiuntivi rispetto a quelli che l’Unione si è già impegnata a fornire. “È deludente riscontrare una visione tanto conservatrice in due paesi chiave”, commenta.

Polack sta anche chiedendo che almeno la metà dei redditi maturati dal sistema commerciale UE per le emissioni – con la compravendita dei permessi di emissioni dei gas serra – dovrebbe andare ad aiutare i paesi poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici.

A detta di Karen Fogg, alto funzionario della Commissione europea, l’Unione “porterà a Doha un forte impegno a mantenere i propri aiuti nei livelli previsti. O almeno ce lo auguriamo. Non possiamo prevedere in anticipo quali saranno gli effetti della crisi finanziaria”.

Ma Antonio Vigilante, direttore dell’ufficio ONU di Bruxelles, si è detto sgomento di fronte alla posizione tanto debole dei paesi ricchi sui temi legati alla povertà globale. “Quando ho dato uno sguardo ad alcuni documenti che verranno negoziati a Doha, ho pensato che fosse uno scherzo”, ha ammesso. “Invece è tutto vero. Spero solo che qualcuno avrà il coraggio di dire che raddoppieremo i nostri sforzi”.