IL CAIRO, 2 ottobre 2008 (IPS) – “Lasciando il Darfur, ho lasciato l’inferno della morte per entrare nell’inferno della vita. Questa è l’unica differenza”, ha dichiarato Galoud*, un profugo del Darfur fuggito in Egitto.

Martina Fuchs/IRIN
Martina Fuchs/IRIN
Galoud ha parlato con l’IPS dal suo appartamento condiviso in affitto in un quartiere povero della periferia del Cairo. Ci ha raccontato la storia del suo lungo cammino attraverso l'aspro Deserto occidentale, che separa la memoria della persecuzione e della morte in casa sua in Darfur dalla sua nuova vita da profugo in Egitto. Una nuova vita che però, ha scoperto presto, offriva poche speranze.
Galoud è uno dei 150mila rifugiati stimati in Egitto – il dato include i rifugiati riconosciuti legalmente, i richiedenti asilo e diverse altre migliaia di persone che hanno visto respingere la loro domanda per ottenere lo status di rifugiato, ma che restano nel paese.
Dei rifugiati riconosciuti come tali presenti in Egitto, il 75 per cento è rappresentato da sudanesi, seguiti dal 16 per cento di somali e da un numero minore di etiopi, eritrei e della Sierra Leone, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).
Unica fonte di reddito per Galoud, frugare nell’immondizia nella speranza di trovare un po’ di ferraglia da rivendere. Ma dopo tre anni nel quartiere povero di Tora Bora appena fuori dal Cairo, Galoud dice di aver perso ogni speranza di poter vivere una vita decente qui. Riesce a racimolare appena tre dollari al giorno, ma la suo quota di affitto mensile per l’appartamento è di 75 dollari al mese.
“Sono così stanco di tutta questa storia. Vorrei soltanto la sicurezza di un lavoro”, lamenta Galoud. “Non posso restare e non posso partire. Scapperei senz’altro in Israele se avessi i soldi”.
Senza nessuna prospettiva di un futuro in Egitto, Galoud cerca di spostarsi in Israele illegalmente, e ha chiesto ad un familiare espatriato di mandargli i 400 dollari necessari per l’operazione.
Non è una meta per i migranti
La speranza di una vita migliore in Israele spinge migliaia di rifugiati a tentare di attraversare il confine clandestinamente, anche a rischio di essere uccisi. Di fronte alle oltre 300 persone che cercano di entrare illegalmente in Israele ogni settimana, il paese ebraico ha fatto pressioni sull’Egitto perché fermi il flusso illegale di migranti. Secondo Amnesty International, quest’anno 13 persone sono state uccise mentre cercavano di varcare la frontiera.
Uno studio del 2006 dell’Università del Cairo (AUC) intitolato “Chi glielo ha chiesto? Diritti, politiche e benessere dei rifugiati in Egitto” e finanziato dal Dipartimento britannico per lo sviluppo internazionale, ha scoperto che il crescente numero di popolazioni rifugiate, associato alle limitate capacità di assicurare adeguate condizioni di vita in Egitto, prospetta come soluzione possibile il reinsediamento in un paese terzo.
Ibrahim El Nour, professore di scienze politiche sudanese presso la AUC, spiega che molti di questi rifugiati hanno perso tutto ma aspirano ancora ad una vita migliore. “L’Egitto non è una meta per i migranti. È una destinazione transitoria per molti di questi migranti africani. Vengono qui perché sperano di poter partire verso un qualunque altro paese del Nord del mondo”, sostiene.
In un paese con scarse risorse dove la disoccupazione si attesta ufficialmente al 20 per cento, dove l’80 per cento della forza lavoro egiziana è impiegata nel settore informale, e dove il 15 per cento dei minori egiziani non frequenta la scuola, è difficile mettersi a discutere di diritto al lavoro e istruzione per i rifugiati.
Dallo studio della AUC è emerso che in molti casi, bisogna trovare soluzioni per provvedere alla popolazione in generale, non ai rifugiati in particolare, e modi per integrare i rifugiati negli stessi servizi offerti ai locali.
Anche se il governo egiziano considera i sudanesi “fratelli”, ed è stato generoso nell'aprire le proprie frontiere ai rifugiati, soprattutto provenienti dai paesi vicini, spesso è difficile per questi popoli integrarsi nella società egiziana riuscendo a trovare posti di lavoro, procurarsi l’accesso alla sanità o proseguire la propria istruzione.
Per esempio, nel 2005 a tutti i residenti stranieri è stato garantito l’accesso ai servizi sanitari pubblici, ma molti tendono ad aspettare gli aiuti delle Ong che lavorano con i rifugiati, che offrono un trattamento migliore rispetto al servizio pubblico.
C’è chi non ha altra scelta che restare
Molti rifugiati usano dunque l’Egitto come punto d’appoggio per poi ripartire verso altre parti del mondo, ma diversi altri restano bloccati, in particolare chi non riesce ad ottenere lo status di rifugiato. Senza una protezione e un riconoscimento legale in Egitto, in genere non riescono a tornare nei loro paesi d’origine e finiscono per vivere ai margini della società, dovendo lottare per assicurarsi i mezzi di sussistenza.
Questo è emerso chiaramente quando nel settembre 2005, milleduecento manifestanti e rifugiati hanno organizzato un sit-in nel parco centrale del Cairo, vicino agli uffici dell’Unhcr. La dimostrazione si è conclusa tre mesi dopo, con un intervento delle forze di sicurezza egiziane ed un bilancio di 28 morti. I rifugiati sono stati trasferiti in un campo fuori della capitale, lontano dagli occhi della gente.
Un’altra difficoltà nel garantire i diritti dei richiedenti asilo è che le responsabilità sono divise tra diversi soggetti: dal governo ospite, ai governi degli stessi richiedenti asilo e alle organizzazioni internazionali come l’Unhcr.
Secondo Galoud, l’ufficio dell’Unhcr al Cairo non gli ha offerto nient'altro che una tessera gialla, e cioè pochissimo in termini di sicurezza sui servizi di base. Per molti, ci vogliono quattro o cinque anni per ottenere una tessera blu, il riconoscimento dello status ufficiale di rifugiati. Perciò molti ritengono che valga la pena fuggire verso un paese terzo, come Israele, dove le condizioni economiche sono migliori.
Secondo la portavoce dell’Unhcr Abeer Etefa, la povertà diffusa in Egitto aggrava le difficoltà che devono affrontare i rifugiati. “La situazione economica del Cairo è certamente disagiata, tanto per la popolazione locale quanto per i rifugiati, e qualcuno pensa magari di trovare migliori opportunità altrove”, ha osservato.
Per Galoud, essere arrestato o ucciso nel tentativo di attraversare illegalmente il confine Egitto-Israele è qualcosa da lasciare nelle mani di Dio, dice. Preparandosi a lasciare l’Egitto, Galoud ha affermato: “Se dovesse succedere qualcosa, vuol dire che è la volontà di Dio. E forse era il mio destino”.
*Una settimana dopo aver parlato con l’IPS, Galoud (non è il suo vero nome) ha chiamato dal confine per riferire che, insieme ad altri 12 migranti, è arrivato sano e salvo in Israele per il suo prossimo viaggio, quello verso una nuova vita.

