NAZIONI UNITE, 11 agosto 2008 (IPS) – La comunità internazionale riconosce pienamente il diritto dei popoli nativi di proteggere le loro terre e di condurre un diverso stile di vita. Eppure, la maggior parte dei 370 milioni di indigeni continua a subire abusi e ingiustizie da parte delle autorità statali e a causa degli interessi commerciali.
“Dobbiamo guardare ai successi sostanziali che siamo riusciti a raggiungere, ma anche riflettere sui progressi che dobbiamo ancora compiere”, ha dichiarato all’IPS Ben Powless, della Indigenous Environment Network, in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo.
Pur apprezzando la decisione presa lo scorso anno dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) di approvare la Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni, Powless e altri attivisti dicono di non avere motivo di credere che chi ha occupato le loro terre native sia disposto a cambiare atteggiamento.
“In passato, i governi sono stati complici di genocidio, appropriazione di terre, grave degrado ambientale e diversi altri abusi dei diritti umani, perché [ai popoli indigeni] sono stati negati i diritti e le libertà fondamentali”, ha affermato Powless, delegato della nazione indigena Mohawk, il cui territorio è oggi diviso tra l’odierno Canada e gli Stati Uniti.
Lo scorso anno, quando i 192 membri dell’Assemblea generale ONU hanno adottato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, sia USA che Canada sono stati tra i pochi paesi che hanno votato contro.
“Questo dimostra quanta strada dobbiamo ancora percorrere per garantire che gli stati riconoscano e proteggano i diritti dei popoli indigeni, poiché se continuano a negarli, abbiamo diversi esempi delle gravi conseguenze cui andiamo incontro”, ha detto Powless.
Di recente, sia USA che Canada sono stati giudicati colpevoli dall’organizzazione ONU di difesa dei diritti con sede a Ginevra, che vigila sulle violazioni della Convenzione del 1968 sull’Eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.
Il Comitato ONU per l’Eliminazione della discriminazione razziale (CERD) ha esortato il Canada ad adottare “le misure legislative o amministrative necessarie per prevenire ogni azione sui territori indigeni da parte delle imprese multinazionali”.
Il CERD ha ammonito il governo del Canada in seguito ad una petizione presentata dalle organizzazioni indigene in cui si accusavano le imprese private canadesi di essere illegalmente coinvolte nello sfruttamento delle loro terre situate in territorio statunitense.
La petizione riguardava in particolare la situazione degli Shoshone occidentali – una tribù nativa americana che i non nativi chiamano “indiani serpente”, ma che nella loro lingua si chiamano popolo Newe.
Il territorio degli Shoshone attraversa gli stati del Nevada, California, Idaho e Utah ed è attualmente la terza principale zona di produzione di oro al mondo. Nelle terre Shoshone operano diverse multinazionali, e molte stanno pensando di trasferirsi.
Molte di queste imprese – che comprendono Bravo Venture Group, Nevada Pacific Gold, Barrick Gold, Glamis Gold, Great Basin Gold, e U.S. GoldCorp, in base al reclamo presentato – sono registrate in Canada.
Secondo gli attivisti indigeni, molte delle aree che oggi vengono sfruttate per l’attività estrattiva sono state utilizzate per migliaia di anni dalla loro comunità per cerimonie spirituali ed altre manifestazioni culturali. Alcune zone sono il luogo d’origine della storia della creazione degli Shoshone e sono vitali per le tradizioni indigene di acquisizione della conoscenza.
Gli anziani Shoshones hanno lanciato ripetute accuse sulle enormi quantità di materiale tossico prodotto dall’attività mineraria che starebbe provocando gravi danni alla salute e al benessere del loro popolo e dell’ambiente.
Nel 2006, in risposta alla petizione degli Shoshone occidentali, il CERD ha attaccato anche il governo USA per violazione dei diritti delle tribù native, accusando Washington di infrangere il trattato internazionale contro il razzismo.
Il Comitato di esperti dell’ONU, composto di 18 membri, dichiara di essere in possesso di “informazioni attendibili” secondo cui agli Shonshone sarebbe stato negato il “diritto tradizionale” alla terra. Secondo il CERD, il governo USA deve mettere fine a ogni attività commerciale sulle terre della tribù, comprese le attività minerarie.
Gli Stati Uniti avevano riconosciuto il diritto alla terra degli Shonshone nel 1863, con il Trattato di Ruby Valley. Ma nel 1979, la Corte Suprema USA ha stabilito che il patto prevedeva l’amministrazione fiduciaria delle terre tribali da parte di Washington.
Il governo federale giustificò questa posizione sostenendo che i membri della tribù avevano abbandonato il possesso e le pratiche tradizionali della terra, e che la “graduale invasione” dei non nativi dimostrava come gran parte della terra facesse ormai parte del territorio federale.
Nella petizione presentata al comitato dell'ONU, gli Shoshone occidentali sostenevano che di fatto la “graduale invasione” rispondeva alla politica statunitense di appropriazione delle loro terre, e che ciò costituiva un atto di razzismo.
I capi Shonshone hanno spiegato di essersi rivolti al CERD dopo aver esaurito ogni altra opzione legale per impedire al governo USA di prendere possesso delle loro terre ancestrali. Anche il ricorso presentato contro il governo del Canada aveva motivazioni analoghe.
Oltre a indicare procedimenti legali specifici per modificare il comportamento delle imprese, il Comitato ONU ha anche chiesto al Canada di presentare un rapporto sugli effetti delle attività delle multinazionali canadesi sui popoli indigeni all’estero.
Consapevole del rischio di innescare tensioni nelle relazioni tra comunità indigene e governi in diverse parti del mondo, i funzionari del Segretariato dell’ONU stanno organizzando diversi seminari e incontri per creare un’atmosfera favorevole alla comprensione reciproca e alla riconciliazione.
“La riconciliazione tra i popoli indigeni e gli stati può assumere diverse forme, che variano di paese in paese”, secondo le Nazioni Unite. In genere, si tratterebbe di riconoscere le ingiustizie del passato, di giustizia per le vittime e di ripresa delle relazioni.
L’ONU ha definito l’adozione della Dichiarazione ONU dei Diritti dei popoli indigeni del 2007 – dopo più di 20 anni di negoziati tra stati e popoli indigeni con la mediazione dell’ONU – un “atto di riconciliazione storico”.
In un messaggio lanciato in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni, il segretario dell’ONU Ban ki-Moon ha dichiarato: “Come risultato di venti anni di negoziati, [la Dichiarazione] rappresenta un'occasione importante per rafforzare le relazioni tra gli stati e i popoli indigeni, per promuovere la riconciliazione e assicurare che il passato non si ripeta”.
Sha Zukang, sottosegretario per gli Affari economici e sociali e coordinatore del Secondo decennio internazionale dei popoli indigeni del mondo, ha definito la Dichiarazione “una manifestazione di riconciliazione tra i popoli indigeni e gli stati – oltre che un meccanismo per fare ulteriori passi avanti nella riconciliazione”.
Intanto, a detta di Powless, alcuni paesi più potenti non cambieranno il loro atteggiamento nei confronti dei popoli indigeni, a meno che la maggioranza dei loro cittadini non riceverà informazioni sufficienti per richiamare al dovere chi ha un ruolo decisivo nel delineare le politiche pubbliche.
“La gente deve comprendere i diritti e le preoccupazioni dei popoli indigeni”, ha detto. “Deve mobilitarsi per proteggerli, poiché essendo i popoli più emarginati al mondo, ci fanno capire chiaramente come verremo trattati tutti noi; ed è anche il modo più sicuro per tutelare i nostri ultimi ecosistemi rimasti”.
Molti scienziati esperti di cambiamento climatico condividono la stessa idea: i popoli indigeni, vivendo a stretto contatto con la natura, possono avere un ruolo vitale nel preservare la biodiversità e le risorse del pianeta.

