JUBA, 14 luglio 2008 (IPS) – La lunga gravidanza ha gonfiato la pancia della donna minuta che cammina nel nuovo lucente reparto maternità del Sudan meridionale, stringendo tra le mani due fogli spillati. Non sembra avere più di 16 anni, e ha gli occhi sbarrati per il dolore.

Manoocher Degati/IRIN
Manoocher Degati/IRIN
Ateino Maclean, una delle due uniche ostetriche specializzate che lavorano presso lo Juba Teaching Hospital, dà un’occhiata ai documenti e indirizza la donna a un altro reparto. “Ha già avuto un cesareo”, dice Maclean, scuotendo la testa. “Ha le doglie ma ha aspettato fino ad ora per venire in ospedale”.
Adesso Juba, la capitale, ha un reparto maternità attrezzato, con sedie da parto e persino due incubatrici, ancora addobbate con i nastri dell’inaugurazione. Nei primi cinque giorni di attività, ha già affrontato 46 parti normali e sei cesarei. A differenza di quanto accade nel resto del paese, i medicinali non mancano. Funzionari governativi stimano che soltanto il 25 per cento della popolazione abbia accesso all’assistenza medica essenziale: nel Sudan meridionale, il nuovo reparto offre alle donne di Juba e del circondario le migliori cure disponibili. Un parto su cinquanta provoca il decesso della madre.
Secondo il Fondo Onu per la popolazione (UNFPA), l’Africa ha i più alti tassi di mortalità materna al mondo, con 820 donne morte ogni 100mila nascite. Dopo più di 50 anni di guerre intermittenti, è il Sudan meridionale a far registrare i più alti tassi al mondo di mortalità materna: 2.054 su 100mila.
Magda Armah dell’UNFPA, tuttavia, avverte che le cifre reali potrebbero essere ancora più alte: “È sconvolgente, perché nella maggior parte dei casi si parla di donne che riescono ad accedere alle strutture, ma quante altre non ne hanno la possibilità?”. Appena due anni fa, una visita al reparto maternità di Juba era un viaggio nella disperazione. Stanze buie con pareti sporche e graffiate, e odore di sangue ovunque. Bilance e fasciatoi che sembravano reliquie degli anni ’60, strumenti ostetrici dall’aspetto medievale.
Inizialmente l’idea era solo quella di rimettere a nuovo le stanze insieme al resto dell’ospedale, utilizzando una parte dei milioni di dollari di aiuti confluiti dopo l’accordo di pace del 2005.
Ma l’UNFPA, che promuove il diritto alla salute e le pari opportunità per tutti collaborando alla raccolta dei dati e all’elaborazione dei programmi, ha insistito per avere un reparto nuovo e più ampio, con una propria sala operatoria. “È un esempio di come bisognerebbe rinnovare anche gli altri ospedali”, ha detto all’IPS Alexander Dimiti dell’UNFPA.
Il governo del Sudan meridionale, in carica da tre anni, ha varato un piano di lavoro specifico per ridurre la mortalità materna, anche se la mole di risorse necessarie – in termini di risorse umane, costruzione della consapevolezza, forniture mediche – ne ha reso difficile l’attuazione. Di fatto, ogni anno gli operatori sanitari passano la maggior parte del tempo tentando di domare l’insorgenza di focolai di colera, meningite e morbillo.
“La salute riproduttiva è relegata in secondo piano. Ci sono bisogni molto più urgenti”, ha spiegato Dragudi Buwa, responsabile dell’UNFPA nel Sudan meridionale.
Ancora non sono stati elaborati metodi efficaci per gestire le emergenze in collaborazione con le agenzie dell’Onu, né sistemi per assicurare una fornitura costante di medicinali e strutture per la salute riproduttiva, che secondo Dimiti costituiscono il “pilastro” di un sistema sanitario in grado di garantire una vaccinazione efficace contro le malattie esantematiche.
Le responsabilità sono in parte da attribuire alla scarsa comunicazione tra i diversi livelli del giovane governo, sostiene Dimiti. A questo si somma l’inadeguata presenza di collegamenti stradali tra le varie comunità rurali sparse nella regione, che spesso restano isolate durante la stagione delle piogge.
I mezzi di trasporto sono costosi o complicati, e come Dimiti sottolinea, le donne del Sud spesso non hanno potere decisionale sulla propria gravidanza o sul proprio stato di salute. Per di più, quando riescono a raggiungere l’ospedale, troppo spesso vengono costrette a lunghe ore di attesa da un personale paramedico poco preparato.
Un estremo bisogno di competenze
Festo Juma, amministratore principale del Juba Teaching Hospital, racconta con sconforto alcuni casi di parto cesareo che ha dovuto affrontare: le donne arrivano dopo un viaggio in camion di centinaia di chilometri lungo strade sconnesse in uno stato straziante di travaglio avanzato, e hanno già perso moltissimo sangue.
Il reparto maternità dell’ospedale, tuttavia, ha perso una delle sue strutture: il centro di ostetricia dove sono state formate decine di assistenti al parto tradizionali, che attualmente non è più operativo.
“(Le assistenti al parto tradizionali) non hanno avuto un buon impatto”, spiega Maclean. “Con uno scarso livello di formazione, si attenevano a ciò che già sapevano”.
L’assistente al parto generalmente palpava la pancia della donna incinta – seguendo la prassi delle donne anziane che tradizionalmente assistevano la partoriente durante il travaglio – ma la loro formazione non permetteva di giungere a conclusioni significative. L’unico risultato, sospetta Maclean, era uno scarso rispetto generale verso le ostetriche specializzate.
Del resto le donne non avevano molta scelta: secondo un’indagine effettuata dopo la guerra, nel Sudan meridionale erano solo otto le ostetriche che avevano una formazione professionale – un funzionario di governo sostiene che in realtà fossero soltanto sei -, laddove l’UNFPA stima una popolazione di circa 10 milioni di persone.
Di recente, si sono diplomate trentasei nuove ostetriche dopo un corso di 18 mesi, espressamente strutturato per rispondere alle esigenze del Sud, coordinato dal governo e dall’UNFPA. Tuttavia l’agenzia dell’Onu stima che, a questi ritmi, ci vorranno 60 anni per adeguarsi agli standard internazionali di salute materna. Secondo un’indagine del governo e dell’Onu, solo il sette per cento dei parti vengono seguiti da un’ostetrica o da un’infermiera, e solo il 13,6 per cento delle nascite avviene in un’istituzione sanitaria.
“Nelle aree rurali, la situazione è molto peggiore… La causa principale (dell’alto numero di decessi) è la totale assenza di servizi di ostetricia in tre quarti del Sud”, spiega Juma durante una pausa tra un’operazione e l’altra, con i suoi stivali di gomma bianchi, il camice verde e la mascherina appesa al collo.
“Gran parte della nostra popolazione è morta a causa della guerra. Vogliamo rinnovarla, svilupparci”, dice l’infermiera della maternità Susan Poni. Le donne vengono incoraggiate – anche dai vertici della politica – ad avere molti figli, e molte cominciano da giovani. In uno stato, il 47 per cento delle bambine si sposa prima dei 15 anni.
Il governo non ha ancora messo a punto il Piano per la salute riproduttiva, ma si orienterà verso “nascite scaglionate, a prescindere dal numero di figli desiderati”, ha detto il funzionario del ministero della salute Pamela Lomoro. Ma il 92 per cento delle donne nel Sudan meridionale è analfabeta, e la guerra ha fatto sì che i messaggi sul diritto delle donne di scegliere quando rimanere incinta non raggiungessero molte persone neanche nella capitale, per non parlare delle aree rurali.
“Su 1.000 gravidanze, 200 sono di adolescenti”, avverte Armah. “I giovani stanno morendo”.

