MOSCA, 17 giugno 2008 (IPS) – Aumenta il ricorso alla tortura in Uzbekistan dopo l’elezione dell’ultimo Presidente Islam Karimov. Lo sostiene un gruppo per la difesa dei diritti umani.
Il numero dei casi di sparizioni e torture è aumentato dall’inizio di quest’anno, segnala Elena Ryabinina, esperta di abusi dei diritti nelle Repubbliche centro-asiatiche presso il Centro per i diritti umani Memorial di Mosca.
Il suo centro, insieme al Gruppo d’azione indipendente per i diritti umani di Tashkent, guidato dall’attivista Surat Ikramov, hanno monitorato la nuova ondata di abusi nel paese. L’Organizzazione di Ikramov, fondata nel 2002, comprende oggi 136 membri incaricati di esaminare e difendere i diritti dei cittadini uzbeki.
Gli abusi sono stati collegati al regime di Karimov, che era già stato in carica per due mandati – il massimo consentito dalla costituzione dell’Uzbekistan. Ma nel dicembre 2007 Karimov è stato eletto per un terzo mandato, contro quattro oppositori largamente sconosciuti. L’Uzbekistan è il paese più popoloso dell’Asia centrale. I suoi 26,8 milioni di abitanti, concentrati a sud e a est del paese, rappresentano quasi la metà dell’intera popolazione della regione e sono per lo più dediti alla coltivazione del cotone in piccole comunità rurali.
Secondo il rapporto dell’Associazione, tra il 1997 e il 2007 più di 12mila individui sarebbero stati arrestati e condannati per motivi politici e religiosi. Di questi, circa 8mila figurano in una lista pubblicata dal Centro.
”Più il regime riesce a distruggere l’opposizione democratica che sostiene la necessità di un cambiamento pacifico del potere, più la tortura si esplicita nelle sue forme più terribili”, ha detto Ryabinina all’IPS.
L’allentamento delle sanzioni da parte dell’Unione europea è stato interpretato dal regime come un’indulgenza nei confronti di ulteriori violazioni, secondo Ryabinina. “A me sembra un approccio estremamente miope”.
La famiglia di Gulnova Oltieva è stata distrutta dai metodi del regime. L’anno scorso, suo marito è stato torturato e ucciso, e a dicembre 2007 lei è dovuta fuggire dall’Uzbekistan con i figli; adesso vive in Kazakhstan.
“Ogni mese muore qualche detenuto dopo aver subito torture”, ha denunciato Oltieva all’IPS. “Il personale della prigione ha un’autorità assoluta, percuotono i detenuti a loro piacimento, e talvolta finiscono per ucciderli”. I corpi vengono nascosti a visitatori e parenti, e vengono portati sotto sorveglianza speciale in tombe segrete, ha spiegato.
Il carcere di Bukhara, 600 chilometri a sud-ovest della capitale Tashkent, è noto per ospitare migliaia di detenuti sottoposti a tortura e tenuti in condizioni deplorevoli, racconta Oltieva, che aggiunge: “Sia mio marito Yusuf Juma che mio figlio Mashrab Yusufjon sono stati uccisi qui sotto tortura”.
I comuni metodi di tortura prevedono botte con manganelli pieni d’acqua, scosse elettriche, asfissia mediante sacchetti di plastica e maschere antigas, e umiliazioni sessuali. Chi viene maggiormente preso di mira e torturato sono le persone accusate di estremismo religioso, sostengono gli attivisti.
“L’uso frequente della tortura è il segno di una vera e propria cultura politica adottata dalle autorità per reprimere i gruppi d’opposizione e di difesa dei diritti umani”, ha spiegato all’IPS Elena Urlaeva, dell’Alleanza per i diritti umani di Tashkent. Le vittime non hanno nessun posto dove cercare una compensazione legale, ha aggiunto.
Secondo Urlaeva, l’istituzione di un tribunale indipendente ad hoc per i genocidi ad Andijan potrebbe servire per controllare i metodi arbitrari di Karimov e del suo governo. A maggio 2005, alcuni cecchini attaccarono diversi edifici governativi in questa città orientale dell’Uzbekistan, liberando con la forza 23 uomini accusati di estremismo religioso. Gli scontri tra le forze di governo e i protestanti provocarono centinaia di vittime.
Mihra Rittmann, ricercatore di Human Rights Watch (HRW) presso la divisione Europa e Asia Centrale, ha raccontato all’IPS che “per tanti anni il governo dell’Uzbekistan ha cercato in tutti i modi di convincere i propri partner multilaterali di aver realizzato riforme decisive per porre fine alla tortura, sostenendo che questa e altre forme di maltrattamento non fossero un problema dilagante nel paese”. Il governo, spiega Rittmann, dovrebbe riconoscere le responsabilità di chi commette torture e maltrattamenti, e garantire ai detenuti di poter presentare reclamo contro la tortura senza temere ritorsioni.
Il governo ha adottato delle leggi importanti per introdurre un “habeas corpus” e abolire la pena di morte, sostiene Rittmann, ma non c’è stata nessuna riduzione significativa nell’impiego diffuso della tortura. Servirebbe una riforma sostanziale, ci dice, per sradicare definitivamente questa pratica.

