SVILUPPO: Aiuti ‘specifici’ per le donne

ROMA, 16 giugno 2008 (IPS) – I diritti delle donne saranno sempre più discriminati, se
l’uguaglianza di genere non verrà finanziata con budget mirati,
sostengono i gruppi per i diritti delle donne e della società civile.

Patricia Blankson-Akapo Sabina Zaccaro/IPS

Patricia Blankson-Akapo
Sabina Zaccaro/IPS

Dal momento che le donne sono la maggioranza tra le persone che vivono in condizioni di povertà, gli aiuti non possono essere considerati efficaci se non affrontano il “tema centrale dei diritti delle donne”, secondo alcuni gruppi per i diritti femminili riuniti a Roma per chiedere alla comunità dei donatori di “garantire che in prospettiva i diritti delle donne vengano integrati nell’agenda degli aiuti”.

I rappresentanti di organizzazioni della società civile, gruppi parlamentari e amministrazioni locali si sono incontrati a Roma il 12 e 13 giugno per discutere di efficacia degli aiuti, in particolare rispetto ai problemi di genere, e a quelli relativi allo sviluppo, come l’adeguamento degli aiuti alle strategie di sviluppo nazionali e la riforma degli “aiuti legati”.

Lo ''stakeholder meeting'' è stato organizzato dal Dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali (DESA) in vista del primo Forum della cooperazione allo sviluppo del Consiglio economico e sociale dell’Onu (Ecosoc), previsto per il 30 giugno-1 luglio a New York. Il documento finale dell’incontro di Roma porterà le voci dei partecipanti al meeting di New York.

Il Forum della cooperazione allo sviluppo viene visto dalla società civile come un momento chiave per il monitoraggio degli impegni e per fissare l’agenda degli aiuti.

“Per aiuto non si intende soltanto gli aiuti in sè, ma anche il loro impatto sulla vita delle popolazioni; ed efficacia degli aiuti dovrebbe significare anche efficacia dello sviluppo”, sostiene Patricia Blankson-Akapo, della Rete per i diritti delle donne in Ghana (Netright). “Quando si parla di aiuti si dovrebbe discutere anche dei temi legati all’uguaglianza di genere, perché allo stato attuale delle cose, potremmo anche ricevere più fondi, ma se si vuole capire quanto viene speso per l’uguaglianza di genere, è impossibile rintracciare questi dati”, ha detto all’IPS.

Secondo Blankson-Akapo, una maggiore partecipazione della società civile e delle organizzazioni per i diritti delle donne potrebbe contribuire ad includere a pieno titolo l’uguaglianza di genere nel più ampio discorso sui processi degli aiuti, ma “per loro è molto difficile ottenere finanziamenti per riuscire a portare avanti il loro lavoro”.

Secondo l’Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (Awid), con sede a Toronto, le risorse dei donatori destinate all’uguaglianza di genere si sono progressivamente ridotte dopo la conferenza internazionale di Pechino sulle donne del 1995.

Nel 2003, sul totale degli aiuti pubblici allo sviluppo (69 miliardi di dollari), solo lo 0,6 per cento è andato a programmi principalmente dedicati alla parità di genere. Sul budget esterno annuale dell’Unione europea di 8 miliardi di euro, solo otto milioni sono stati destinati ad attività legate all’uguaglianza di genere, secondo quanto emerso dal meeting consultivo regionale delle donne africane sull’efficacia degli aiuti e l’uguaglianza di genere, tenutosi a Nairobi alla fine di maggio.

In più, sostiene Blankson-Akapo, esistono una serie di criteri per ottenere gli aiuti che la maggior parte delle organizzazioni non riesce a soddisfare. “Se i criteri diventano accessibili per tutti, le organizzazioni femminili potranno accedere a finanziamenti sostanziali, mentre i fondi che hanno ora a disposizione sono destinati a singole attività specifiche, e non al loro lavoro complessivo”.

Un altro fattore limitante sono le 'condizioni'. “Se le condizioni non sono favorevoli per le donne, allora non lo sono neanche per le persone povere, e così gli aiuti perdono di significato”, ha detto.

L’abitudine di associare condizioni politiche ai finanziamenti per lo sviluppo sta compromettendo la sovranità nazionale, poiché nega a governi e cittadini dei paesi in via di sviluppo il diritto di scegliere le migliori politiche per sé, rendendo i governi beneficiari “responsabili di fronte ai donatori invece che ai propri cittadini”, hanno dichiarato i gruppi presenti all’incontro di Roma.

Nel rapporto delle associazioni che ha animato la discussione di Roma (redatto da Civicus, l’Alleanza globale per la cittadinanza attiva, e l’agenzia globale contro la povertà ActionAid) viene citato Roger Riddell, professore di Oxford, secondo il quale gli “aiuti vincolati” ridurrebbero il potere d’acquisto degli aiuti pubblici allo sviluppo (APS), di ben oltre 15 milioni di dollari l’anno.

“Prendiamo ad esempio l’assistenza tecnica: quando riceviamo degli aiuti, scopriamo che l’assistenza tecnica o le forniture, se necessari, devono venire dal paese donatore, e allora capiamo che il 70 o l’80 per cento (dei fondi) si perderà in quelle spese”, ha detto Blankson-Akapo. “Gli aiuti vincolati non ci servono, perché alla fine quello che riceviamo non è il loro valore effettivo”.

Alcuni donatori si sono impegnati ad eliminare i vincoli economici e di svincolare totalmente i propri aiuti, ma poi la realizzazione di questo impegno resta difficile, visto che i donatori continuano ad uniformare la loro politica economica ai requisiti del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale.

Ma da questi 'vincoli' emergono anche alcuni aspetti cautamente positivi.

“Le condizioni sono negative, perché sono delle imposizioni; ma una delle idee che cerchiamo di avanzare è che queste possano anche fungere da ‘pressioni positive’”, ha detto all’IPS Pauline Vende-Pallen dell’African Third World Network. “Non voglio nemmeno chiamarle ‘condizioni’, perché queste hanno uno status legale, ma invece una sorta di pressione positiva sui nostri governi per spingerli a prendere in considerazione i nostri temi”.

Questi argomenti avranno maggiori probabilità di essere accolti se provengono da una fonte esterna, ha precisato. “In questo senso si può avere una spinta, un incoraggiamento positivo per i governi, perché facciano proprie alcune di queste istanze, in particolare quelle relative ai diritti umani e di genere”.