DAMASCO, 6 maggio 2008 (IPS) – ”Andrò in qualunque paese”, dice Zirgon Tomas al-Aya, un iracheno di 60 anni in attesa fuori dalla sede dell’Agenzia Onu per i rifugiati a Damasco.

Rifugiati in preghiera in una mosche a Damasco
Zack Baddorf/IPS
“Mi piace la Siria ma qui non posso lavorare, e voglio andare da un’altra parte”, dice il richiedente asilo, uno dei circa 1,5 milioni di iracheni che sono fuggiti in Siria dal 2003. Dice che non tornerà in Iraq.
E non è il solo.
Secondo un sondaggio dell’Alto commissariato per i rifugiati pubblicato la scorsa settimana, solo il quattro per cento dei rifugiati iracheni in Siria pensa di tornare a casa. Condotto a marzo dalla società di ricerche di mercato IPSOS, il rapporto evidenzia che il 90 per cento dei 1.000 iracheni intervistati nella capitale siriana non pensa di attraversare il confine verso la propria terra natale.
L’Unhcr ha avvertito l’Unione europea che gli iracheni come Aya potrebbero prendere in considerazione l’Europa come meta, se non riceveranno aiuto dalla comunità internazionale.
”Credo che si sposteranno verso nord, se le cose non miglioreranno”, ha detto Laurens Jolles, a capo delle operazioni in Siria per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Nel 2007, quasi 40mila iracheni hanno chiesto asilo nell’Ue, il doppio rispetto al 2006.
L’Unhcr ha richiesto a gennaio 261 milioni di dollari in aiuti umanitari per i rifugiati iracheni nella regione, e per gli sfollati interni in Iraq ma, secondo il sito web dell’Onu, avrebbe ricevuto meno della metà della somma sollecitata.
”Adesso abbiamo dei fondi per il programma di aiuti alimentari, ma stanno finendo ed entro giugno dovremo affrontare problemi gravi”, ha segnalato all’IPS Sybella Wilkes, responsabile regionale dell’informazione dell’Unhcr.
Wilkes riferisce che circa il 40 per cento degli iracheni vive dei propri risparmi, e per molti la situazione è ormai disperata.
”Il problema è che molti rifugiati che finiscono i loro risparmi, per istinto, se non possono continuare a vivere qui, cercano di tornare in Iraq (ma molti dicono di non poterlo fare), oppure cercano un altro posto per vivere, dove riuscire ad arrivare alla fine del mese”, spiega Wilkes. “Adesso crediamo sia estremamente importante soddisfare i loro bisogni qui”.
Migliaia di iracheni senza nome vivono nel quartiere di Set Zeinab, a Damasco. In uno dei negozi che vendono bandiere irachene e altri souvenir sulla strada principale, che si chiama proprio Iraqi Street, Mohammad Abderaza, 20 anni, guarda in televisione con alcuni amici un notiziario di al-Jazeera sull’Iraq. Lui è fuggito in Siria alla fine di gennaio, dopo che il fratello è stato ucciso dai militanti sciiti. In Siria, racconta, sunniti e sciiti sono come fratelli.
Ma lui vuole ancora partire. Dice che il suo sogno è andare in Europa, forse in Danimarca o in Svezia, che l’anno scorso hanno ammesso circa 20mila iracheni, respingendo solo il 10 per cento delle domande. La Gran Bretagna, invece, che ha ancora soldati nella forza d’occupazione, ha respinto 780 domande di iracheni richiedenti asilo, sulle 1.100 richieste presentate lo scorso anno.
”Voglio trasferirmi in Europa, così potrò avere un buon lavoro per aiutare la mia famiglia”, ha detto Abderaza all’IPS. “Qui in Siria (la situazione) è dura, ed è anche peggio in Iraq, per questo voglio farmi una nuova vita in Europa”.
Abderaza vive a Damasco con la moglie, un figlio, i genitori e il fratello. L’uomo, nato a Baghdad, spiega che ogni mese l’Onu dà cibo alla sua famiglia, ma non è abbastanza. Non ha un posto di lavoro in Siria, ma lo sta cercando.
Ufficialmente, i rifugiati iracheni non possono lavorare, ma molti lo fanno.
Peter Harling, analista che lavora a Damasco per l’International Crisis Group, spiega che le opportunità di lavoro per i rifugiati sono poche.
“Questa è la sfida principale”, ha detto Harling all’IPS nel suo ufficio di Damasco. “Ovviamente molti esitano all’idea di tornare in Iraq, ritenendo che la situazione nel paese non sia tanto sostenibile. E poi sono preoccupati per il fatto che potrebbe essere molto più difficile per loro tornare in Siria, adesso che la Siria ha chiuso le sue frontiere con l’Iraq”.
Ma la Siria non ha chiuso completamente le frontiere.
Lo stato arabo lascia entrare ancora mille iracheni ogni giorno, purché in possesso di un visto. Prima di ottobre, quando gli iracheni potevano entrare senza visto, ogni giorno ne entravano più di 4mila. Il governo di Damasco dice che non obbligherà gli iracheni a tornare a casa.
Ma l’Europa “indietreggia” davanti ai rifugiati iracheni, mentre “approfitta di questa relativa calma in Iraq per dire che non c’è nessuna crisi”, secondo Harling, il quale ha aggiunto che la “grande ambizione” di molti iracheni rimane quella di trasferirsi in Europa.
“Credo che l’Europa abbia chiuso le sue porte. Ci sono alcuni canali, canali illegali, ma sono molto costosi. Credo si possa arrivare a 15mila dollari a persona, senza nessuna garanzia che lo status di rifugiato venga poi riconosciuto in Europa”.
Wilkes spiega che ci sono persone che cercano di trarre vantaggio dalla disperazione dei rifugiati iracheni.
“In molti casi, vengono organizzate delle vere truffe, con la promessa di aiutare ad entrare illegalmente in Europa”, spiega, “e l’unico risultato è che questa gente perde decine di migliaia di dollari e non va da nessuna parte”. Secondo un’inchiesta dell’Onu, circa la metà degli iracheni che hanno deciso di tornare in Iraq dalla Siria sono partiti perché non potevano permettersi di restare.
Abderaza chiede che la comunità internazionale aiuti la Siria a provvedere agli aiuti per i rifugiati come lui. Si stima che 2,5 milioni di iracheni siano fuggiti dal paese dopo l’invasione guidata dagli Usa che ha rovesciato Saddam Hussein nel 2003.
Il sostegno esteso alla Siria non è stato “generoso” finora, dice Harling all’IPS, secondo cui i tramiti politici e burocratici rendono i canali legali per il reinsediamento dei rifugiati in Europa o negli Usa “dolorosamente lenti”. Nel 2006, gli Usa hanno ammesso 202 rifugiati iracheni, mentre lo scorso anno 1.608 rifugiati iracheni sono stati reinsediati negli Stati Uniti.
“Il problema è che la Siria non è in buoni rapporti con gli Usa – diciamo che in realtà ha pessimi rapporti con gli Usa – e c’è stata una tendenza sia negli Usa che nei paesi ospiti a confondere la crisi politica con quella umanitaria”, dice Harling, che ha vissuto e lavorato in Iraq dal 1998 al 2003. Harling segnala che gli Usa si sono impegnati ad aumentare “progressivamente” i loro sforzi. Gli Usa pensano di accogliere 12mila iracheni negli Stati Uniti entro la fine del 2008.
“Sarà un compito arduo, ma rimane un obiettivo raggiungibile”, ha detto ai giornalisti James Foley, consulente del Dipartimento di Stato Usa sulla questione dei rifugiati iracheni.
Lo scorso 9 aprile, Foley ha sollecitato l’Unione europea perché “trovi un modo di aumentare sostanzialmente il contributo” in risposta all'appello dell’Unhcr per gli aiuti umanitari. Gli europei, dice, hanno messo in dubbio l’accuratezza dell’agenzia per i rifugiati nell’individuare le urgenze, “che aumentano in modo drammatico”.

