BOGORO, 21 aprile 2008 (IPS) – Muovendosi lentamente in mezzo all’erba alta appena fuori da questo villaggio nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, Mathieu Nyakufa indica le ossa sbiancate dal sole dei tanti che hanno perso la vita nei conflitti di questo paese.

Ossa umane appena fuori Bogoro, nella Repubblica democratica del Congo
Michael Deibert/IPS
”Io vivevo proprio qui nella vallata”, racconta l’agricoltore di 52 anni, ricordando una terribile giornata del febbraio 2003. “Uccidevano con le pistole, i machete, con lance e frecce. Sono scappato perché ho visto gente che correva nella mia direzione. Tre dei miei bambini sono stati uccisi nella mia stessa casa”.
Circa 200 sono i civili assassinati a Bogoro, villaggio nel cuore della regione Ituri; i combattenti delle Forces de Résistance Patriotique d'Ituri (FRPI), miliziani guidati dai gruppi etnici Ngiti e Lendu, hanno attaccato questo rado gruppo di capanne fatte di fango e paglia. In quel periodo, Bogoro era la roccaforte dell’Union des Patriotes Congolais (UPC), gruppo armato vicino alle tribù Gegere e Hema.
”L’UPC mi ha detto, 'Papa, scappa, non aspettare, i Lendu stanno uccidendo la tua gente”, prosegue Nyakufa.
Il massacro di Bogoro è una delle tante carneficine dell’Ituri, regione che ospita alcuni dei più consistenti depositi di oro e riserve di legname nel mondo. Diramazione brutale della guerra civile che ha afflitto questa grande nazione africana dal 1998 al 2003, il conflitto nell’Ituri ha coinvolto i vicini Uganda e Ruanda, con le loro milizie armate, in una rete piuttosto instabile di alleanze, dovute peraltro alle velleità di pochi per le risorse naturali del Congo, piuttosto che al desiderio reale di una qualche solidarietà politica con i congolesi.
Il conflitto ha inizialmente schierato i Lendu, tribù di agricoltori arrivati dal Sudan meridionale centinaia di anni fa, contro gli Hema, gruppo nilotico giunto nell’area più di recente. Le ostilità si sono diffuse rapidamente, coinvolgendo l’intera popolazione della regione, e facendo salire le perdite a circa 60 mila persone.
L’UPC ha dato il proprio contributo agli stermini di massa, con un assedio al villaggio di Kilo, dove nel dicembre 2002 hanno perso la vita oltre 100 civili.
Spesso dipinto come una faida esclusivamente etnica, il conflitto Hema-Lendu è di fatto molto più complesso. Per diversi aspetti, è conseguenza di politiche che hanno contribuito ad avvelenare le relazioni tra le due comunità, le quali, nonostante le difficoltà, avevano convissuto per anni.
Prima del regime coloniale, gli agricoltori Lendu avevano ceduto vasti territori ai pastori Hema, ma tutto è cambiato nel XIX secolo, dopo l’arrivo dei belgi. Proprio come la politica promossa in Ruanda, dove il gruppo etnico dei Tutsi era stato favorito a discapito degli Hutu in tema di amministrazione, istruzione e commercio, i belgi nel Congo privilegiarono l’etnia pastorale Hema rispetto agli agricoltori Lendu, lasciando gli esclusi carichi di risentimento.
Scarsi sono stati i progressi dall’epoca dell’indipendenza.
Dopo la partenza dei belgi nel 1960, il dittatore Mobutu Sese Seko – in carica dal 1965 fino al 1997 – ha lanciato una campagna nazionalista per ridurre al massimo l’influenza europea, ribattezzando il Congo come Zaire e nazionalizzando molte imprese di proprietà straniera. È significativo che il controllo sulla regione agricola dell’Ituri, già esclusiva degli europei, sia passato al ministro dell’agricoltura del regime di Mobutu, Zbo Kalogi, di etnia Hema. Kalogi favorì il suo gruppo etnico nella riassegnazione della terra, rinforzando tra i Lendu il sentimento di emarginazione.
E adesso?
Oggi le armi nell’Ituri non risuonano più.
Il conflitto, esploso nel 1999 come combattimento in larga scala e proseguito a singhiozzi fino allo scorso anno, è stato momentaneamente domato attraverso un processo di disarmo, smobilitazione e reintegrazione che ha visto arruolare gli ex miliziani nell’esercito nazionale, e coinvolgere le fazioni in guerra nella politica elettorale.
”Vogliamo ripristinare l’armonia nell’Ituri e portare un nuovo ordine politico attraverso pace, uguaglianza e unità”, ha detto Jean-Claude Ndjela Konga, membro dell’FNI, parlando dal modesto quartier generale del gruppo a Bunia, capitale della regione.
Alcuni osservatori nutrono motivate speranze.
”Riconoscono di essere stati manipolati e usati per gli interessi di pochi, compresi i loro leader, e oggi capiscono che tutti sono usciti perdenti da questa situazione”, ha detto Alfred Buju, un prete cattolico tra i combattenti della regione.
”Non sono pronti a intraprendere di nuovo quell’avventura”, ha aggiunto. Buju è anche responsabile della Commission Justice et Paix a Bunia, gruppo locale istituito per rimarginare le ferite del conflitto.
Anche da Olamide Adedeji, direttore dell’ufficio di Bunia della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, trapela una nota di ottimismo.
”La missione ora contiene solo un frammento minimo dei gruppi delle milizie, e questo è un ottimo sviluppo”, afferma. “I membri non sono più miliziani, ma tassisti che una volta erano miliziani, rappresentanti della società civile, gruppi di studenti”:
Nota con il suo acronimo francese MONUC, la missione è attualmente la più grande forza di pace nel mondo, e conta circa 17 mila uomini.
Oggi alcuni degli autori degli eccessi più terrificanti del conflitto devono finalmente affrontare la giustizia.
Nell’ottobre 2007 Germain Katanga, ex leader dell’FRPI, è stato arrestato; sarà giudicato dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per gli omicidi a Bogoro, oltre che per altri crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Anche altri due importanti leader delle milizie – Mathieu Ngudjolo del Front nationaliste et intégrationniste (FNI) che fa capo ai Lendu, e Thomas Lubanga dell’UPC – sono in attesa di processo di fronte al Tribunale dell’Aia. Un quarto leader dei miliziani, Floribert Njabu dell’FNI, è attualmente detenuto a Kinshasa, capitale della RDC.
Intanto, gli arresti rivelano la loro natura controversa.
”È importante che il lavoro della giustizia non riaccenda i conflitti, o la rivoluzione, tra la popolazione locale”, ha detto il coordinatore politico dell’FNI Sylvestre Sombo, citando il fatto che Lubanga, diversamente da Katanga e Ngudjolo, è stato accusato solo di crimini di guerra – e non di crimini contro l’umanità.
”Se oggi nell’Ituri abbiamo la pace, non è certo per la giustizia internazionale o locale, ma perché i bambini dell’Ituri hanno deciso di creare da sé i presupposti per la riconciliazione”.
È preoccupante che le forze dell’FRPI continuino a ingaggiare schermaglie occasionali con l’esercito nazionale. Attraverso dichiarazioni ufficiose, alcuni funzionari hanno espresso il loro timore perché pare che elementi dell’establishment politico ed economico in Uganda stiano armando le fazioni nell’Ituri, forse per continuare a sfruttare le risorse naturali della regione.
Tuttavia, la popolazione di questo dilaniato angolo del paese, risorta dopo circa un decennio di massacri, sembra soprattutto impegnata ad evitare che si torni a un conflitto armato in larga scala.
”A volte sto malissimo per quello che è successo ai miei bambini”, dice Mathieu Nyakufa a Bogoro, accendendo una sigaretta, mentre guarda nei campi i resti delle tante vittime. “Ma adesso che è tornata la pace, che cosa posso fare?”.

