TAILANDIA: La morte per soffocamento di 54 lavoratori birmani, una tragedia annunciata

BANGKOK, 14 aprile 2008 (IPS) – La morte per soffocamento di 54 lavoratori migranti birmani, mentre viaggiavano rinchiusi in un camion container nella Tailandia del sud, è stata una tragedia prevedibile, sostengono alcuni attivisti per i diritti dei lavoratori.

Le vittime, i cui corpi sono stati ritrovati nello spazio ristretto del camion dopo la sua apertura, facevano parte di un gruppo di 122 birmani fuggiti in Tailandia per cercare lavoro nelle località turistiche di Phang-nga e Phuket. Tra i morti, 36 donne, 17 uomini e una bambina di otto anni.

I sopravvissuti hanno raccontato ai media tailandesi che la poca aria che circolava nel camion sigillato proveniva dall'impianto di condizionamento. Ma poco la partenza, hanno raccontato, l'aria è cominciata a mancare, e non si riusciva a respirare. Nonostante i tentativi di richiamare l'attenzione battendo colpi contro le pareti del camion, il guidatore non si è accorto di nulla. E quando alla fine ha fermato il camion e ha realizzato cosa era accaduto ai migranti, si è dato alla fuga.

“È la prima volta che in un solo incidente muoiono così tanti lavoratori migranti birmani, secondo i dati in nostro possesso”, ha detto Htoo Chit, direttore di Grassroots Human Rights Education and Development, un gruppo per i diritti dei migranti birmani di Phang-nga. “Ciò che è accaduto è molto triste, ma questi terribili episodi in cui muoiono i lavoratori migranti sono frequenti in Tailandia”.

“Questa tragedia non mi sorprende”, ha aggiunto in un'intervista telefonica dal sud. “Questi camion trasportano abitualmente lavoratori migranti verso località come Phuket e Phang-nga, dove c'è molta richiesta. Anche i camion scoperti che possono portare una ventina di persone comodamente, vengono riempiti con 50 o 60 persone”.

L'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) concorda: “Questa tragedia era prevedibile”, ha detto all'IPS Bill Salter, direttore regionale dell'ILO per l'Asia orientale. “In alcuni casi ci sono delle vere e proprie reti coinvolte negli spostamenti dei lavoratori migranti. In alcuni si può parlare addirittura di traffico di persone”.

Questa tragedia viene dopo altri episodi simili, come la morte di 22 lavoratori migranti birmani annegati lo scorso dicembre a Ranong, una provincia a nord di Phang-nga e vicino al confine tra Tailandia e Birmania. E anche il mese prima, a novembre, otto lavoratori migranti birmani erano rimasti uccisi in un incidente stradale nella provincia di Petchaburi, a sud-ovest di Bangkok.

I migranti birmani che viaggiavano mercoledì scorso sul camion diretto verso le località turistiche lungo la costa di Andaman, seguivano un cammino che decine di migliaia di altre persone in fuga dal paese guidato dall'esercito avevano percorso prima di loro. Vengono attirati da posti di lavoro descritti come “sporchi e pericolosi”, nell'industria ittica, nell'edilizia e nelle piantagioni di gomma e olio di palma.

La manodopera dei migranti birmani è la principale forza lavoro che sta dietro alla costruzione dei tanti alberghi sparsi lungo le spiagge di Phang-nga e Phuket, perno della vivace industria turistica della Tailandia. Nel settore della pesca, gli uomini birmani vengono impiegati sulle navi che escono in mare, mentre le donne lavorano nelle fabbriche di lavorazione dei prodotti della pesca provenienti dall'oceano.

“C'è un fortissimo sfruttamento nel settore dell'industria del pesce. I birmani devono lavorare per tante ore e con un salario misero”, segnala Sutphiphong Khongkathon, coordinatore del campo sud per l'organizzazione non govermativa (Ong) Migrant Action Programme Foundation (MAP Foundation). “Quasi l'80 per cento dei lavoratori migranti birmani nel settore della pesca sono clandestini. E la legge tailandese sulla manodopera non garantisce loro nessuna tutela”.

Negli ultimi mesi, “sempre più birmani vengono qui a cercare lavoro, nonostante i costi alti”, ha spiegato Sutphiphong in un'intervista. “Gli viene fatto credere che verranno messi in regola prima o poi. Ma non è così”.

Ad alimentare questo esodo, l'economia in forte declino della Birmania, guidata dal regime militare, che spinge molti birmani a partire. Anche la violenza che la giunta birmana ha scatenato contro le minoranze etniche del paese ha portato molte persone oltre confine, verso la più prospera Tailandia.

Nel 2007, secondo i dati degli uffici pubblici del lavoro e di alcune Ong tailandesi, nel paese vi erano circa due milioni di lavoratori migranti, di cui il 75 per cento birmani, e gli altri provenienti da Laos e Cambogia. Ma solo 500mila si sono registrati lo scorso anno al ministero del lavoro, in un processo annuale che tenta di assicurare ai migranti i documenti per lavorare e avere il diritto all'assistenza sanitaria.

I settori in cui vengono maggiormente impiegati i lavoratori migranti in Tailandia – rifiutati dai tailandesi a causa dei bassi salari – sono l'agricoltura, l'edilizia, la lavorazione del pesce, i lavoro domestici, il settore dell'abbigliamento e le miniere. Oltre che nel sud, molti lavoratori migranti si ritrovano a Mae Sot, lungo il confine nord-occidentale tailandese con la Birmania.

E secondo uno studio dell'ILO, i migranti contribuiscono in modo sostanziale all'economia della Tailandia. “Se i migranti fossero tanto produttivi quanto i lavoratori tailandesi in ogni settore, il loro contributo totale al rendimento produttivo dovrebbe essere dell'ordine di 11 miliardi di dollari Usa, cioè circa il 6,2 per cento del prodotto interno lordo (PIL) della Tailandia”, secondo i risultati di un rapporto pubblicato lo scorso dicembre.

“Se fossero meno produttivi (diciamo il 75 per cento del rendimento del lavoratore tailandese), il loro contributo sarebbe ancora dell'ordine di otto miliardi di dollari Usa, o il cinque per cento del PIL”, si aggiunge. “I migranti contribuiscono in tutti i settori dal sette al 10 per cento del valore aggiunto nell'industria, e al 4-5 per cento del valore aggiunto nell'agricoltura?.

Eppure, i lavoratori migranti non vengono trattati con rispetto. Neanche una serie di leggi introdotte da Bangkok per garantire i diritti e il benessere dei migranti non ha cambiato la situazione. “Il problema è dovuto in parte alla percezione che si ha dei lavoratori migranti. Moltissima gente ne ha una percezione negativa”, afferma Salter dell'ILO.

Questo fa sì che i migranti siano vulnerabili agli abusi sul posto di lavoro o mentre vengono portati da un posto all'altro, come è successo mercoledì. “Moltissime persone sono responsabili degli abusi; la gente comune, i datori di lavoro e persino i funzionari pubblici, come la polizia”, spiega Sutphiphong della MAP Foundation. “C'erano alcuni datori di lavoro dietro alla rete che organizzava il trasporto dei birmani in quel camion sigillato. Addirittura sembra che abbia collaborato la polizia locale”.