LIBANO: Fuggiti dal campo profughi per cercare rifugio

TRIPOLI, Libano, 10 aprile 2008 (IPS) – La musica risuona nelle strade dimenticate di Beddawi, sobborgo sovrappopolato di Tripoli. La gente si è trasferita nei garage e coperto l’ingresso con le lenzuola nel debole tentativo di tutelare la privacy.

Rovine del campo profughi di Nahr el-Bared. Mona Alami

Rovine del campo profughi di Nahr el-Bared.
Mona Alami

I bambini giocano sui marciapiedi, mentre i genitori rimangono seduti a guardare passare le macchine. Sono i rifugiati del campo Nahr el-Bared a Tripoli, circa 100 km a nord di Beirut.

Il campo è stato teatro della battaglia esplosa tra i membri del gruppo islamico Fatah al-Islam e le Forze armate libanesi a maggio dello scorso anno, durato fino a settembre. Le forze di Fatah sono state respinte, ma ad avere la peggio sono stati gli abitanti del campo.

La maggior parte dei residenti ha abbandonato le abitazioni di notte, sotto le bombe e il fuoco dei proiettili. Nel mezzo delle spietate battaglie tra l’esercito libanese e Fatah al-Islam – il gruppo di terroristi che tiene sotto assedio l’enclave palestinese – i rifugiati sono stati trasferiti: appartengono allo stesso gruppo che aveva dovuto abbandonare la loro terra palestinese circa 60 anni fa.

I combattimenti al campo, divenuto uno dei più popolati del Libano, hanno distrutto molti degli edifici più alti della zona, riducendoli a mucchi di macerie.

”La maggior parte dei rifugiati di Nahr el-Bared vive da quel momento in condizioni disperate, molti accampati nei garage, senza acqua corrente né accesso ai servizi”, ha detto un volontario di Nahr el-Bared.

Il campo dilaniato dalla guerra si trova pochi chilometri a nord dei centri di rifugiati, vicino al confine siriano. Le strade sono state pulite dalla polvere e dai detriti, mucchi di bombe sono stati rimossi, e gli edifici distrutti si reggono sulle macerie prodotte dalle esplosioni dei razzi. Grida e risate dei bambini rompono il silenzio di questa scena surreale, mentre le onde del Mediterraneo lambiscono dolcemente le rive dorate.

A poca distanza, le piccole costruzioni quasi appiattite del campo più vecchio, appaiono scure e minacciose nella luce pomeridiana, come immobilizzate nella battaglia.

Seham Abedel Aad avanza lentamente, zoppicando sul pavimento di cemento della stanza dove vive con la sua famiglia. Abita in uno degli edifici mai terminati del campo, assegnati ai rifugiati dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). I suoi due figli, che lavoravano come volontari, hanno aspettato mesi perché il loro ultimo assegno di risarcimento fosse approvato dalla High Relief Commission del Libano.

“Abbiamo bisogno di soldi. Come vede ho un piede ferito, aggravato dal mio diabete. Le cure vengono comprate a credito oppure offerte dalla gente che prova pietà per me”, racconta la donna.

Seham dice che avrebbe potuto scegliere di accettare una somma forfetaria di mille dollari per l’alloggio, oppure la stanza dove ora abita. “Ho scelto questa soluzione; temevo che il denaro sarebbe finito presto e di trovarmi senza casa, se il problema degli alloggi persiste. Non mi pento, sono qui da oltre sei mesi”. E aggiunge, “Lei potrebbe procurarmi delle medicine?”.

Anche la sua vicina, Fatma Mohamad Ghanoum, è rimasta ferita durante il conflitto. Vive in una misera stanza con il marito e due bambini. “Ho bisogno di 5 mila dollari per un’operazione alla schiena. Con entrambe le gambe rotte, mio marito non può essermi di grande aiuto”. Sono circa sei le famiglie che vivono al piano terra dell’edificio, e dividono due bagni e la cucina, senza acqua calda.

A pochi metri di distanza, sono allineati piccoli prefabbricati in serie. La biancheria è appesa alle pareti esterne, e un odore insistente aleggia nei vicoli bui. All’esterno, si aggirano gruppi per lo più di bambini e donne anziane.

Un gruppetto di donne è seduto, due di loro su sedie a rotelle consunte. La più anziana, con i capelli grigi sciolti sul volto prostrato, supplica i passanti per una sigaretta. Seduta accanto a lei Hayat Joundi, madre di sei bambini, che divide due stanze con il marito e i figli.

”Avevo un grande appartamento di proprietà, tre stanze, frigo e lavatrice. Ora ho solo questo”, dice, mostrando il suo piccolo spazio. La stanza è vuota, con lenzuola e materassi accatastati da un lato. “Di notte dormiamo in cima al materasso sottile e alle coperte”.

Joundi racconta di aver ritirato la figlia da scuola perché la aiutasse nelle faccende domestiche. “Mia sorella ha avuto un ictus dopo la morte in guerra di nostro fratello”, dice indicando la donna più giovane su una sedia a rotelle. “Ha bisogno di essere cambiata e nutrita, da sola non ce la faccio”. Sette mesi dopo gli eventi catastrofici di Nahr el-Bared, circa 4.500 famiglie palestinesi del Libano si sono ritrovate senza casa, e altre 2.500 rimangono in quello che resta del campo.