SVILUPPO: Risparmiateci questo euro-paternalismo

BRUXELLES, 15 gennaio 2008 (IPS) – Rifiutando gli accordi di libero scambio proposti dall’Unione europea il mese scorso, il presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha chiesto una diversa “partnership, senza paternalismi e senza pregiudizi”.

Wade ha sancito la sua posizione di leader africano maggiormente contrario agli Accordi di Partnership economica (EPA) con l’Africa, proposti dall’Ue, organizzando un raduno di protesta a Bruxelles, lo scorso 11 gennaio.

E questo per ricordare che seppure la scadenza del 31 dicembre prevista per il raggiungimento degli EPA con circa 80 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) sia stata accettata, le tensioni sollevate dai negoziati lo scorso anno restano tuttora molto accese. Secondo Wade, la posizione inflessibile dell’Ue nei colloqui significa che le relazioni tra Ue e Africa sono ‘squilibrate’.

Finora, sono 35 i paesi ACP che hanno accettato di firmare gli EPA, che per la maggior parte sono stati definiti accordi “provvisori”, in quanto limitati allo scambio di merci. Proseguono i dibattiti sulla possibilità che vengano estesi alla liberalizzazione dei servizi e ad eventuali nuove norme sugli investimenti.

Secondo tutti gli accordi finora conclusi, i paesi ACP dovranno eliminare le tariffe applicate almeno sull’80 per cento delle importazioni dall’Europa; il timore è che economie già vulnerabili verranno danneggiate da un’ondata di merci provenienti dall’esterno.

Come il Senegal, la maggior parte dei paesi dell’Africa occidentale aveva chiesto una proroga della scadenza di fine anno. Dopo il rifiuto della Commissione, solo due dei 16 paesi della regione africana coinvolti nei negoziati hanno firmato gli EPA: Costa d’Avorio e Ghana. ”La battaglia non è mai persa”, ha detto Rahmatou Keïta, scrittrice e regista del Niger, che ha preso parte alla protesta di Bruxelles. “Siamo riemersi dalla colonizzazione e da molte altre cose”.

”Le economie dell’Africa gravano sulle spalle di noi donne”, ha detto all’IPS. “Siamo in prima linea, e verremmo penalizzate di più e soffriremmo più di chiunque altro da una situazione di fragilità, come conseguenza degli EPA”.

Secondo Malick Ndiaye, lettore di sociologia all’Università di Dakar in Senegal, la protesta è stata un’azione costruttiva. “Abbiamo molte proposte e progetti”, ha segnalato. “Ma chi ci ascolterà e parlerà con noi? Le burocrazie in Europa e in Africa hanno fallito. Per questo stiamo entrando nel dibattito”.

I funzionari dell’Unione europea sostengono tuttavia che gli EPA sarebbero vantaggiosi per gli esportatori senegalesi.

Durante i negoziati EPA, l’Ue ha acconsentito a modificare le “norme d’origine” secondo cui i prodotti devono adeguarsi e rispondere ad un trattamento preferenziale al momento dell’accesso nei mercati dell’Unione. Finora, queste norme sono state considerate troppo ‘ingombranti’ per i paesi poveri, poiché prevedono che un paese non può godere di preferenze sulle merci prodotte nelle proprie fabbriche che utilizzino ingredienti provenienti da un altro paese.

I produttori tessili dei paesi ACP hanno dovuto sopportare il peso di queste norme, in quanto i loro indumenti spesso contengono fibre provenienti dall’Asia. Problemi analoghi si ritrovano anche nei prodotti della pesca di un paese che lavora il tonno catturato nelle acque di un altro territorio.

Con un sistema nuovo, tuttavia, le preferenze non dovrebbero più essere negate per queste merci. “I paesi con piccole industrie dell’abbigliamento dovrebbero poter esportare di più verso l’Ue”, ha detto un funzionario. “Questo (costituire un’industria tessile) è stato il modello tradizionale in alcune aree del Sud-est asiatico, e il primo passo di un percorso verso l’industrializzazione. Il Senegal potrebbe dar vita ad una nuova industria tessile”.

Dato che i negoziati EPA si sono tenuti con diverse configurazioni regionali, il lavoro di follow-up dovrebbe procedere a ritmi diversi quest’anno. Finora, l’EPA più esteso già firmato è stato con la regione caraibica. Prevede l’apertura dei mercati sia per le merci che per i servizi.

Uno dei principali obiettivi stabiliti dalla Commissione europea per i colloqui di quest’anno è di prendere accordi con alcuni paesi dell’Africa meridionale per la liberalizzazione di almeno una parte delle loro industrie di servizi. Verrebbe quindi programmata una più ampia liberalizzazione nei prossimi tre anni, secondo una tempistica scelta dalla Commissione, che sta anche premendo per nuove norme sugli investimenti in questa regione.

Il Sud Africa, pur essendo il principale mercato d’interesse per le imprese occidentali, ha però rifiutato le proposte degli EPA. Gli attivisti contro la povertà sospettano che l’agenda della Commissione sia quella di permettere alle multinazionali di poter operare indisturbate, e senza dover dare garanzie che le loro attività miglioreranno il benessere delle popolazioni dei paesi poveri.

“La Commissione è ossessionata da questi temi (investimenti e servizi)”, ha detto il portavoce di Oxfam a Bruxelles Alexander Woollcombe. “Questa potrebbe essere proprio una delle ragioni per cui non si è riusciti ad andare più avanti nei negoziati nel 2007. I paesi dell’Africa meridionale sono stati piuttosto perentori nel dire no alla Commissione. Perché dovrebbero cambiare idea adesso?”.