DIRITTI: Un altro futuro per i bambini della discarica

CITTÀ DEL GUATEMALA, 7 dicembre 2007 (IPS) – “Quando pensavo al mio futuro, mi vedevo rovistare in questa discarica. Per tutta la vita. Non ho mai creduto di poterne uscire”.

Nella discarica di Guatemala City Sabina Zaccaro

Nella discarica di Guatemala City
Sabina Zaccaro

Come molte altre migliaia di bambini, Julia Castello, oggi ventenne, è cresciuta rovistando tra i rifiuti della enorme discarica di Città del Guatemala, alla ricerca di materiali riciclabili da poter rivendere. Nel 2005 la discarica, la più grande dell’America centrale, è stata ufficialmente – anche se non sempre in modo efficace – chiusa ai minori.

Allontanare i bambini dalla discarica era parte di un accordo tra l’ufficio regionale della cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri italiano (UTL) e il comune. Perché in quel momento, circa un terzo delle 3.600 persone che vivevano raccogliendo spazzatura, i 'guajeros', erano bambini.

“Ho iniziato a lavorare nel 'relleno' (la discarica) quando avevo cinque anni”, ha raccontato Julia all’IPS. “Ci venivo con mia madre e i miei sette fratelli e sorelle. Nostra madre non poteva lasciarci soli, e avevamo bisogno di soldi per sopravvivere. Non aveva scelta”.

La discarica si è rivelata un luogo pericoloso dove lavorare, ma anche solo dove stare. “Ho visto molti bambini investiti dai camion che portano la spazzatura alla discarica”; prosegue Julia. Molti di loro erano “neonati lasciati in mezzo ai rifiuti dentro scatole di cartone, mentre le madri lavoravano”.

L’ingresso alla discarica oggi è ufficialmente consentito solo agli adulti con autorizzazione scritta del comune. Ai 1200 bambini che in passato riuscivano a raggranellare fino a 20 dollari raccogliendo nylon, plastica, vetro e altri rifiuti vendibili, bisognava però offrire un’alternativa.

“Sembrerà un paradosso, ma questa discarica è realmente un polmone economico”, ha detto all’IPS Emanuela Benini, direttrice dell’ufficio regionale della Cooperazione italiana allo sviluppo. “Questo lavoro, seppure orribile da un punto di vista umano e igienico, un vero inferno, assicura ai bambini e alle loro famiglie un guadagno sicuro e regolare”.

Grazie al progetto italiano, è stata costruita nelle immediate vicinanze una scuola che accoglie gli ex 'guajeros' e offre alle loro famiglie delle borse di studio equivalenti ai guadagni ottenuti in passato con la raccolta dei rifiuti.

Questo convince i genitori a mandare a scuola i loro bambini. “Naturalmente, non è la soluzione migliore, ma oggi è l’unica possibile, vista la totale assenza di uno stato sociale”, ha detto all’IPS Stefania Di Campli, che ha lavorato per molti anni a Città del Guatemala come coordinatrice di progetto per l’organizzazione non governativa piemontese Mais.

Adesso le madri possono lasciare i figli a scuola quando vanno a lavorare nella discarica. I bambini imparano a leggere e scrivere la mattina, e il pomeriggio lavorano nei vivai del comune. Un'attività che li aiuta a recuperare la manualità fine, persa lavorando alla discarica.

Tuttavia, la cosa più importante che “scoprono qui è la fiducia in se stessi, che i rifiuti avevano completamente cancellato”, ha detto Di Campli.

“Quando sono entrata a far parte di questo progetto, ho lasciato la discarica e ho iniziato a frequentare la scuola”, ha raccontato Julia Castillo. “Altrimenti, sono sicura che vivrei ancora qui”, ha proseguito, camminando in mezzo ai fumi tossici e alla polvere della discarica.

I responsabili del progetto per la tutela dei bambini che lavoravano nella discarica le hanno detto che stare lì sarebbe stato nocivo per la sua salute, ha raccontato Julia. “Mi hanno convinto che avrei potuto desiderare qualcosa di diverso. Quando ho lasciato la discarica, sono diventata più consapevole delle mie capacità, ho sentito crescere la fiducia in me stessa”.

Gli studenti migliori diventano “promotori”, con il compito di informare del progetto le famiglie che vivono negli slum.

Per Julia impedire che altri bambini entrino nella discarica è diventata una missione ”perché so che possono ancora entrarci illegalmente”. La polizia presidia l’ingresso, ma si sa che i bambini riescono ancora ad entrare saltando sui camion che portano i rifiuti all'interno.

Altri bambini trovano la scuola, a volte da soli. “Molti dei bambini che sono qui ci sono arrivati da soli, alla ricerca di un po’ di calore che possa alleviare non solo la povertà, ma anche solitudine e disperazione“, racconta Doña Rosario, che ha dedicato la sua vita a curare gli orfani di strada (niños de la calle).

L’elevato tasso di violenza e il consumo di droga tra i giovani che vivono qui viene dalla mancanza di speranza, Doña Rosario ne è convinta. “Qui cerchiamo di curare la loro tristezza esistenziale, frutto della totale assenza di speranza nel futuro”.