SVILUPPO: Di fronte agli scontri, bisogna parlare

VENEZIA, 3 dicembre 2007 (IPS) – Negli scontri tra le civiltà e tra i popoli, c’è solo una strategia che funziona: parlarne il più possibile. Il problema più difficile, però, è come parlarne.

Il tema è stato affrontato durante il meeting sulla comunicazione e lo scontro di civiltà organizzato da IPS e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), tenutosi la settimana scorsa nell’isola veneziana di San Servolo.

”Non esiste nessun tipo di conflitto che non abbia soluzione”, ha detto Martii Ahtisaari, direttore dell’Iniziativa per la gestione delle crisi (Crisis Management Initiative). Ahtisaari ha dedicato la sua vita a gestire diverse situazioni di conflitto nel mondo; la più recente è il Kosovo. Non tutti i casi si sono risolti, ma questo non ha scosso la sua profonda convinzione che una soluzione è sempre possibile.

Uno dei primi passi, ha riferito, è stabilire la comunicazione tra i gruppi più importanti. In Medio Oriente, per esempio, come si può sperare di raggiungere la pace senza coinvolgere Hamas nelle consultazioni?. “Non si raggiunge la pace (escludendo) i gruppi che godono del sostegno della popolazione, qualunque sia il motivo”, ha osservato Ahtisaari.

La comunicazione è necessaria non solo tra i leader, ma anche tra le popolazioni – coinvolgendo i media, non sempre con risultati positivi. La presenza dei media sembra sempre più forte, ma diminuiscono i rappresentanti dell’informazione indipendente.

”I media diventano sempre più simili tra loro, perché le fonti diminuiscono. Non credo che i mezzi di informazione siano all’altezza delle sfide che questi tempi ci pongono”, ha detto durante il meeting Roberto Savio, fondatore di IPS.

Nei casi in cui il conflitto riguarda soprattutto la religione, sta ai gruppi religiosi parlare. “Dei 6,5 miliardi di persone nel mondo, cinque miliardi si identificano come membri di comunità religiose”, ha osservato Leonid Kishkovsky della Conferenza mondiale delle religioni per la pace. “E solo le comunità religiose possono raggiungere queste persone”.

Gli estremisti utilizzano strumenti di comunicazione digitale per promuovere la violenza, avverte Kishkovsky. “Le comunità multi-religiose devono usare questi stessi strumenti per combattere la violenza”.

I gruppi religiosi si stanno già muovendo, anche in Iraq, anche se questo non ha portato al cambiamento sperato. Ma “i tentativi dei leader religiosi iracheni di rimanere uniti vengono riferiti poco dai media”, ha detto Kishkovsky.

Questo solleva il vecchio interrogativo sul perché i media non prendono in considerazione le storie che dovrebbero essere raccontate.

Un modo per affrontare il problema è liberarsi dall’attenzione ossessiva dei media per le personalità, secondo il direttore generale (DG) di IPS Mario Lubetkin. Nessuno pensa che sia facile; il problema solleva naturalmente più domande che risposte, ha detto Lubetkin in apertura della conferenza. Tuttavia, il dibattito stesso è un “modo provocatorio per iniziare una discussione sul ruolo della comunicazione”, ha proseguito il DG, aggiungendo che “dobbiamo trasformare le idee in pratica”. L’IPS potrebbe ad esempio collaborare con altre organizzazioni della stampa che cercano di dare voce ai senza voce.

”Speriamo di poter avviare delle idee concrete nel futuro prossimo, magari in una partnership con altri protagonisti del mondo dell’informazione, o con la società civile e le università, o anche con istituzioni nazionali e internazionali che hanno una missione o delle idee simili alle nostre”.

Da parte sua, la viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli ha osservato che l’Europa ha una lunga storia di conflitti, eppure “tutti i paesi europei hanno deciso di cercare una maggiore unità, sulla base del dialogo e del pieno rispetto per le differenze e le culture diverse”.

”La comunicazione deve essere fondata sull’interazione e lo scambio di informazioni”, ha aggiunto. “L’Islam e l’Occidente sono due realtà importanti per il futuro del mondo”.

Il dialogo potrebbe funzionare anche per gli altri, così come un nuovo linguaggio di alleanza rispettosa. L’Europa oggi si oppone alla classificazione dei paesi in donatori e riceventi, sostiene Sentinelli. Piuttosto, i paesi vengono considerati “su (uno) stesso piano di partner per lo sviluppo”. E per questo motivo, ha aggiunto, “abbiamo bisogno del sostegno della società civile per sviluppare nuove strategie“.

Potenziare la comunicazione può contribuire allo sviluppo dei paesi, non solo a porre fine ai conflitti.