BUENOS AIRES, 24 ottobre 2007 (IPS) – “La tortura con l’elettricità negli ultimi mesi di gravidanza induceva il travaglio anticipato”, si legge nel rapporto “Maternidades Clandestinas”, che racconta la storia di decine di donne imprigionate illegalmente in Argentina durante la dittatura del 1976-1983.
Lo studio dell’Associazione delle “Nonne di Plaza de Mayo” è stato pubblicato quest’anno su Internet, e viene aggiornato ogni qualvolta emergono nuove prove, o i giovani nati dai prigionieri politici negli anni di prigionia si riuniscono con le loro famiglie, trent’anni dopo.
Da quando hanno formato l’associazione per ritrovare i loro nipoti, scomparsi durante la dittatura, le Nonne sono riuscite a ricostruire le identità originarie di 88 giovani. Ma non hanno ancora finito, visto che altri 400 risultano rapiti insieme ai genitori, e molti bambini nati nei campi di tortura sono poi stati adottati illegalmente.
Vanina Wiman, membro dell’équipe di ricerca nella sede di La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, ha detto all’IPS che “per il momento”, il lavoro si concentra su otto centri di detenzione illegali che operavano nella provincia, ma si sa di “molti altri casi” sui quali si spera di poter indagare.
Il rapporto documenta la storia di 77 donne incinte negli otto campi di prigionia. Di queste, 43 sono disperse; 16 sono state liberate e 18 non sono state identificate. È una ricostruzione particolarmente penosa, in quanto le donne hanno partorito nelle peggiori condizioni immaginabili.
”Lo scopo è ricostruire le storie individuali, capire come erano strutturati i “reparti di maternità” clandestini e ottenere una lista completa delle detenute che si trovavano nelle diverse prigioni e del personale che partecipò ai parti, per riuscire a ritrovare i nipoti”, ha detto Wiman.
Dopo un’introduzione generale, il rapporto si divide in otto capitoli che descrivono le condizioni degli otto centri di detenzione clandestini, per poi esaminare nei dettagli le storie delle donne rapite durante la gravidanza e che partorirono o abortirono nella prigionia.
”Il trattamento delle gestanti non era diverso da quello degli altri detenuti”, segnala il rapporto sul centro di La Cacha. “In generale, venivano picchiate ed erano soggette a torture fisiche e psicologiche”. Secondo i testimoni, le torture subite da Lucía Marroco le provocarono un aborto spontaneo.
Secondo i ricercatori, 91 detenuti, tra cui sei donne incinte, furono rinchiusi nella Brigada de Investigaciones di La Plata. Liliana Galarza, tuttora scomparsa, qui diede alla luce una bambina che fu battezzata da Christian von Wernich, un prete cattolico che il 9 ottobre è stato accusato di genocidio per le sue attività di cappellano della polizia.
Il “Commissariato 5” di La Plata, invece, ospitò 180 prigionieri politici, tra cui 10 donne incinte. Quando cominciava il travaglio, le donne venivano portate nel vicino ospedale, ma una di loro, Inés Ortega, dovette partorire “su un sudicio tavolo di cucina”, secondo il dossier.
“Rinchiusa, coi polsi legati e davanti a tutte le guardie della prigione, Inés diede alla luce un bambino, che chiamò Leonardo”, si legge nel rapporto. Cinque giorni dopo la nascita, il neonato le fu tolto. Il figlio ha scoperto la sua vera identità solo all’età di 28 anni, grazie al lavoro delle Nonne di Plaza de Mayo.
A La Cacha c’erano 158 detenuti, sia uomini che donne, tra cui 14 gestanti. La prigione di Olmos, dove erano rinchiuse altre 10 madri in attesa, si trovava nello stesso caseggiato e aveva un ospedale. Il rapporto parla del numeroso personale medico che si occupava di queste donne.
Pediatri, anestesisti, levatrici, ostetriche e infermiere; tutti sapevano che quelle donne erano state vittime di rapimento, e molti erano complici nel sequestro dei neonati. Ma alcune levatrici e infermiere risultarono a loro volta scomparse per mano della dittatura, per aver rivelato ai parenti delle donne il destino delle loro congiunte.
”Quando si avvicinava il momento del parto, le gestanti venivano portate nella stanza del travaglio al primo piano, che veniva usato come infermeria”, dice il rapporto, descrivendo il Pozo de Banfield, un altro centro di detenzione dove venivano tenuti illegalmente 182 prigionieri per alcuni periodi di tempo, e dove altre 16 donne partorirono in condizioni di prigionia.
”Ammanettate a una barella e senza la minima igiene, le donne partorivano tra gli insulti del dottore della polizia Jorge Bergés e degli altri addetti del personale. Subito dopo il parto, le donne venivano costrette a ripulire l’infermeria”, riferisce il documento.
Un’altra donna detenuta nel centro di Banfield era Laura Carlotto, figlia dell’attuale capo dell’Associazione delle Nonne di Plaza de Mayo. Rapita nel 1977 quando era incinta di due mesi, la donna diede alla luce un bambino che chiamò Guido, ma che venne subito ucciso dai suoi sequestratori.
Il nipote di Estela Barnes de Carlotto risulta ancora disperso.
L’Associazione delle Nonne di Plaza de Mayo fu fondata nell’ottobre 1977 dalle madri dei giovani adulti dispersi, che si impegnarono solennemente a ritrovare i figli dei loro figli. Poco prima, il 30 aprile 1977, era stata costituita l’Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, per cercare le loro figlie e figli scomparsi.
Plaza de Mayo è una piazza quadrata su cui affaccia la sede del governo argentino a Buenos Aires, dove tutti i giovedì le madri si riunivano per protestare, camminando senza sosta tutt’attorno alla piazza, nonostante il clima di brutale intimidazione.
Questa ed altre organizzazioni per i diritti umani non hanno mai interrotto la loro richiesta di pene legittime per i crimini commessi durante la dittatura, che hanno portato alla scomparsa di 30mila persone prima detenute illegalmente, secondo le loro stime.
Inizialmente, le Nonne erano solo una decina di donne che per disperazione avevano scritto una lettera all’allora segretario di stato Usa Cyrus Vance (1977-1980), sotto la presidenza di Jimmy Carter (1977-1981), consegnata durante la visita di Vance in Argentina nel 1977.
L’Associazione ha poi creato una banca dati genetica nazionale per ricollegare le persone ai loro parenti e restituire loro l’identità, elaborando una serie di progetti per educare ai diritti umani e diffondere la consapevolezza sul diritto all’identità.
All’inizio degli anni ’90, sembrò che le leggi sull’amnistia e la grazia presidenziale avrebbero permesso ai responsabili delle atrocità commesse durante la dittatura di sfuggire per sempre alla legge. Ma gli avvocati delle Nonne, tra gli altri, riuscirono a far riaprire i procedimenti legali contro gli ex funzionari militari, in base alle prove che i figli dei prigionieri politici erano stati sistematicamente rapiti sotto il regime militare.
Adesso, solo una ventina di Nonne sono ancora attive. Molte sono morte, o sono troppo anziane per proseguire la loro ricerca. Ma il loro lavoro sopravvive. Nel luglio 2007 è stata ritrovata Belén Altamiranda, nata nel 1977 nell’ospedale militare di Campo de Mayo, alla periferia di Buenos Aires.
La madre, Rosa Luján Taranto, era stata sequestrata mentre era in attesa di Belén, e tenuta nel centro di detenzione di El Vesubio, insieme ad altre 15 donne incinte. Quando cominciò il travaglio fu portata via, ma secondo i testimoni tornò e disse di aver partorito una femmina. In seguito, Luján non fu più rivista.
La sua storia è nota perché Elena Alfaro, un’altra detenuta a El Vesubio, è sopravvissuta e ha potuto raccontarla. Anche Alfaro “venne torturata con l’elettricità, picchiata, frustrata e bruciata con le sigarette, nonostante il suo evidente stato di gravidanza”.
”Le ripetevano in continuazione che avrebbero ucciso il suo bambino”, dice il rapporto.
”Mentre era incinta, Alfaro fu anche stuprata dal capo del centro clandestino, Pedro Durán Sáenz. Nonostante tutto questo, diede alla luce un bambino, Luis Felipe, in prigionia. Entrambi furono poi liberati e fuggirono in esilio in Francia.

