MEDIORIENTE: Il ‘trasferimento silenzioso’ che allontana i palestinesi

GERUSALEMME, 17 agosto 2007 (IPS) – La popolazione araba di Gerusalemme Est si trova sempre più sotto la minaccia di quel fenomeno che un’organizzazione per i diritti umani israeliana chiama “trasferimento silenzioso”.

Stando a quanto riferito al gruppo per i diritti B'Tselem da fonti del Ministero degli interni israeliano, il numero di arabi residenti nel lato orientale della città contesa cui è stato revocato lo status di residenza permanente nel 2006 è drammaticamente aumentato – più di sei volte. Erano 272 nel 2003 e 222 nel 2005, mentre l’anno scorso il numero di abitanti a Gerusalemme Est che si sono visti revocare lo status di residenti è arrivato a 1.363.

Lo status di residenza permanente garantisce al milione di arabi che vivono a Gerusalemme Est quasi tutti i diritti concessi ai cittadini israeliani. Non possono votare alle elezioni parlamentari, ma possono partecipare alle elezioni municipali, lavorare in Israele e accedere all’assistenza sociale e ai servizi della sanità pubblica, vantaggi che rendono la residenza uno status importante e prezioso.

Dopo l’annessione ad Israele della parte orientale di Gerusalemme nel 1967 – atto mai riconosciuto dalla comunità internazionale – alla popolazione araba residente in quell’area è stato concesso di chiedere piena cittadinanza israeliana. Tuttavia, molti hanno rinunciato perché la naturalizzazione implicava il giuramento di fedeltà allo Stato di Israele e la rinuncia a qualunque altra cittadinanza. A causa della natura controversa di Gerusalemme (i palestinesi reclamano la parte orientale della città come futura capitale di uno stato indipendente, mentre Israele pretende la sovranità sull’intera città) e del rifiuto dei residenti arabi di riconoscere la sovranità israeliana a Gerusalemme Est, gruppi per i diritti come B'Tselem hanno protestato perché lo status di questi residenti è diverso da quello dei residenti permanenti in altri paesi. Sarit Michaeli, un portavoce di B'Tselem, ha detto all’IPS che Israele dovrebbe comprendere la posizione unica e il dilemma nel quale si trovano i palestinesi residenti a Gerusalemme Est. “Israele dovrebbe trattare queste persone come cittadini (e non semplicemente residenti)”, ha dichiarato l’attivista.

La revoca di massa dello status di residenza a Gerusalemme Est è incominciata nel 1996, quando Israele ha iniziato a revocare la residenza a centinaia di arabi che si erano spostati fuori dai confini municipali della città, verso la West Bank oppure all’estero. Nel 1997, il numero era arrivato a 1.097, rimanendo comunque più basso rispetto al 2006, il più alto di tutti i tempi.

La politica del Ministero degli interni di revocare la residenza permanente si basa su una decisione dell’Alta Corte di Israele che risale al 1988, dove lo status di residenza permanente, diversamente dalla naturalizzazione, era definito “come l’espressione dell’evento reale di soggiorno permanente”. In altre parole, quando la residenza permanente non è più effettiva, lo status “cancella se stesso”.

Michaeli, di B’tselem, accusa il governo della politica di “trasferimento silenzioso” – accusa diretta da diversi gruppi per i diritti civili, secondo cui le successive amministrazioni hanno usato la politica di revoca dello status di residenza permanente nel tentativo di rovesciare l’equilibrio demografico di Gerusalemme in favore di Israele. A metà degli anni ‘90, per esempio, il Ministero degli interni israeliano ha reso sempre più difficile per i residenti di Gerusalemme Est ottenere permessi di costruzione, determinando una carenza di alloggi per gli arabi, cui non rimaneva altra scelta che cercare casa fuori città, decisione che comporta spesso la perdita dello status di residenza permanente.

Nel 2000, il Ministero degli interni ha dichiarato all’Alta Corte di voler ripristinare la sua politica precedente al 1995, quando erano in vigore criteri meno stringenti riguardo la revoca dello status di residenza. Ciò significa che i residenti in città che vivevano in Giordania o altrove nella West Bank avrebbero potuto rinnovare il loro status anche dopo aver vissuto fuori città per tanti anni, senza l’obbligo di fornire prove come le bollette di acqua e luce per dimostrare il soggiorno continuato.

La conseguenza fu un drastico calo del numero di residenti con una revoca al proprio status, e una riattivazione dello status a centinaia di palestinesi che lo avevano perso. Tuttavia, oggi la politica sembra nuovamente cambiata. Nella corrispondenza tra B'Tselem e Shalom Benamo, alto funzionario del Ministero degli interni, il gruppo ha appreso che la maggior parte dei casi di revoca della residenza tra il 2005 e il 2006 “riguardavano persone immigrate all’estero che avevano acquisito una cittadinanza straniera”. Il resto dei casi, prosegue, si riferiva a gente che aveva vissuto fuori Gerusalemme per sette anni o più.

Interrogato da B'Tselem sull’improvviso aumento del numero di residenti con revoca del proprio status, il ministero insiste che non vi è stato alcun cambiamento nella politica, imputando la questione “alla crescente efficienza dell’ufficio e ad una migliore sorveglianza ai confini”. I gruppi per i diritti civili sono scettici.